La candidabilità di Monti: un articolo di Paolo Becchi.

Propongo qui parte di un articolo del professor Paolo Becchi su Byoblu a commento delle affermazioni di Napolitano circa la non candidabilità di Monti alle prossime elezioni (in quanto senatore a vita e quindi già parlamentare) e tuttavia coinvolgibile dopo il voto per qualunque incarico – presidente del Consiglio compreso – questa volta però politico e non più tecnico, bontà sua.
Il testo completo, datato 30 novembre, lo trovate qui.
Di Becchi non condivido l’entusiasmo “senza se e senza ma” per il Movimento 5 Stelle, e l’appoggio incondizionato al suo “capo”. Mi lasciano perplessi sia i segnali di opacità e autoritarismo nella gestione del movimento, in merito a cui non vengono date, a mio avviso, risposte convincenti; sia l’ambiguità nei confronti di un problema non da poco come la permanenza  o meno del nostro Paese nell’Eurozona. Ma trovo che l’analisi in sé sia impeccabile.

In particolare, ritengo che avremmo bisogno di un Presidente della Repubblica meno sensibile alle ragioni dell’Unione Europea e più attento alla salvaguardia delle prerogative costituzionali del nostro Paese, in un epoca in cui questioni di legittimità democratica vengono eluse a cuore troppo leggero. Sarebbe bello se il prossimo fosse maggiormente all’altezza: nulla come la criticità dei tempi e la mediocrità di chi è chiamato a ricoprirlo fa capire quanto cruciale possa essere questo ruolo.

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“[…] Forse è bene, anzitutto, fare due osservazioni sulla “non candidabilità” di Monti in quanto senatore a vita. In primo luogo, ai sensi dell’attuale legge elettorale il candidato premier non deve necessariamente presentarsi anche come candidato alla Camera o al Senato. L’art. 14 bis introdotto dalla legge n. 270 del 2005, il cosiddetto Porcellum, infatti, dispone che «i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica». Dal momento che nulla impone, nella nostra Costituzione, che il Presidente del Consiglio sia anche un parlamentare – deputato o senatore –, Monti potrebbe benissimo venire candidato premier senza partecipare, nel contempo, alle elezioni alla carica di deputato o senatore (quale è già). Né, del resto, l’attuale legge elettorale impone che il “capo della forza politica” indicato nel programma elettorale sia necessariamente anche il candidato a Presidente del Consiglio. Con “capo della forza politica”, infatti, il Porcellum ha inteso far ricorso ad un’espressione generica, perfino “rozza”, se si vuole [cfr F. Lanchester, La Costituzione tra elasticità e rottura, 2011, p. 64]. Del resto, come la legge stessa precisa, questa indicazione continua a non implicare, almeno formalmente, un rapporto diretto tra voto ed elezione del Presidente del Consiglio [cfr. anche Corte Cost., sentenza 23/2011: «la disciplina elettorale, in base alla quale i cittadini indicano il “capo della forza politica” o il “capo della coalizione”, non modifica l’attribuzione al Presidente della Repubblica del potere di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri, operata dall’art. 92, secondo comma, Cost., né la posizione costituzionale di quest’ultimo»

[…] resterebbe comunque sempre aperta la facoltà per Monti di rassegnare le proprie dimissioni dalla carica di senatore a vita, soggette allo stesso regime delle dimissioni dei senatori elettivi. Un senatore “non eletto”, del resto, potrebbe sempre pretendere di aspirare «con la propria candidatura in una competizione elettorale, all’ufficio di senatore eletto», in tal modo modificando la propria legittimazione  [L. Arcidiacono, La previsione dei senatori a vita e di diritto ed i suoi possibili effetti sul funzionamento della forma di governo, in «Studi per Giovanni Nicosia», 2007, p. 256].

Non vi è alcun ostacolo, pertanto, alla esplicita candidatura di Monti a «capo di una forza politica o di una coalizione» – come si esprime l’attuale legge elettorale –. Si tratta, piuttosto, di ragioni d’opportunità politica o, per esprimersi più chiaramente, della volontà di Re Giorgio di evitare ogni legittimazione elettorale diretta, da parte dei cittadini, del Capo del Governo, in modo da sancire definitivamente il tramonto del “berlusconismo” e della Seconda Repubblica. Il Presidente della Repubblica aveva più volte richiesto la riforma della legge elettorale. Ora fa capire che, se anche formalmente essa non verrà modificata, egli imporrà comunque, de facto, una sorta di interpretazione abrogativa, attraverso una “prassi costituzionale” che impedisca ai cittadini di eleggere direttamente il Presidente del Consiglio.

In questi giorni i partiti hanno ripreso a discutere le possibili modifiche. Il “lodo Calderoli” ha tentato una nuova mediazione tra le forze politiche, proponendo un premio alla prima coalizione sopra il 35% e alla prima lista tra il 25 e il 35% con diversi scaglioni. Di fatto, soltanto la coalizione che superi il 38% potrà raggiungere il 50,5% dei seggi alla Camera. Minima osservazione: dietro tutte queste cifre si cela un solo obiettivo, che è quello di impedire ad un partito che si presenti fuori da una coalizione di poter conseguire, ottenendo la maggioranza relativa, il premio previsto dall’attuale legge elettorale. Quante sono, oggi, le forze politiche che correranno alle prossime elezioni da sole – senza alleanze e coalizioni – e che, secondo le proiezioni attuali, avrebbero la possibilità di ottenere la maggioranza relativa? Una sola: il Movimento Cinque Stelle. Lo ripeto, pertanto, ancora una volta: la legge elettorale verrà usata – sia che venga effettivamente modificata sia che ci si limiti ad interpretarla secondo il dettato di Re Giorgio – in funzione puramente negativa, ad personam, per impedire che il Movimento Cinque Stelle possa ottenere la maggioranza dei seggi in Parlamento.

Ai nostri “partiti”, tutto ciò non può che far comodo, in fondo.

Il Centrodestra ha ben compreso come il prossimo voto popolare si appresti ad essere semplicemente un’ «arma ormai genuinamente ludica», come ha scritto di recente Giuliano Ferrara, in un intervento su «Il Giornale» [Basta, mi arrendo: starò con Silvio, 25 Novembre 2012]. Sa bene che l’unica possibilità che ha è evitare che il prossimo governo si formi direttamente alle urne: meglio nei corridoi ed in quel che resta delle segreterie di partito, nella speranza – o nell’illusione – che un risultato intorno al 10% alle elezioni possa consentire di giocare qualche ruolo al tavolo delle trattative. Dico “illusione” perché la Destra è ormai finita nel nulla e chi come Ferrara fiuta l’odore del sangue, sa che la battaglia è persa comunque, ma vuole almeno morire con dignità sul campo […]

Da Sinistra, arriverà, con il ballottaggio e dopo la farsa dell’election day, l’affermazione di Bersani alla guida del Pd. La sua leadership ne uscirà comunque rafforzata, ma non abbastanza per correre alle elezioni da solo: sarà costretta a formare una nuova armata Brancaleone non dissimile, almeno per certi versi, a quella del “prode” Prodi. Il destino sembra ormai segnato: è probabile che, se ne avrà i numeri, Bersani si trovi lui ad indossare i panni del “Monti-dopo-Monti” e di traghettare la Terza Repubblica alla sua meta, con Monti for President. Avremo all’opera la coppia più bella del mondo, per completare l’operazione iniziata di salvataggio dell’Euro costi quello che costi, quando invece il compito sarebbe stato quello di salvare i cittadini italiani dalla moneta unica. […]”

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2 risposte a La candidabilità di Monti: un articolo di Paolo Becchi.

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  2. bortocal ha detto:

    l’analisi sulla candidabilità di Monti, ineccepibile (io avevo sottolineato lo stesso concetto di recente, anche con riferimento analogico ad una disposizione transitoria della Costituzione), conferma che Napolitano ha preso una nuova cantonata, come gli capita sempre più spesso di recente.

    su niente di tutto il resto sono d’accordo

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