Democrazia 2.0 – Prove tecniche di attuazione

Secondo la cinica ma pur sempre geniale intuizione di Milton Friedman (guru del neo-liberismo fondamentalista, nobel per l’economia e consulente economico di Pinochet e della Thatcher) le crisi – siano esse catastrofi naturali o economiche, epidemie o guerre – sono preziose opportunità per le classi al potere, poiché inducono le popolazioni in uno stato di shock emotivo tale da disarmare il loro senso critico e la loro capacità di reazione, permettendo così la trasformazione impune di ciò che sarebbe “politicamente impossibile” in qualcosa di “politicamente inevitabile“.
(Qui un video del nostro presidente del consiglio in cui esprime adesione al concetto).

In questo senso la crisi economica che sta devastando l’Europa, e i paesi piigs in particolare, è un ottima opportunità per quel  processo di destrutturazione del concetto di democrazia che, portato avanti in maniera velata fino a qualche anno fa, è diventato via via più arrogante: gli attori non si preoccupano più di dissimularne le finalità, perché  per un verso sanno di poter contare su una popolazione spaventata, confusa e vittima, e in quanto tale non più cittadinanza (a cui rendere conto), ma sudditanza; per l’altro sulla compiacenza degli organi di informazione istituzionali (TV e quotidiani), per la maggior parte dei quali  l’adesione al mono-pensiero europeista, e al montismo che in Italia lo incarna, è incondizionata (o condizionata?) a tal punto che trovarvi voci di dissenso è impresa ardua.

Tutti abbiamo visto con quanto compiacimento i media hanno evidenziato la performance del nostro Proconsole che, nel corso di una recente conferenza stampa, a domanda di un giornalista circa i possibili esiti delle prossime elezioni in Italia ha concluso la risposta con un britannico (e molto divertente a giudicare dalle risatine) “please relax“. In brodo di giuggiole per la dimostrazione di fair play, self-confidence e humor dimostrati dal nostro premier, a riprova della sua caratura internazionale (d’altra parte dopo anni di berlusconismo non si può pretendere di essere too choosy), i quotidiani hanno omesso di commentare la risposta in sé, che pure un po’ di attenzione avrebbe meritato. Testualmente:  “Qualunque governo ci sia, sarà un governo che dovrà come gli altri muoversi all’interno delle regole e delle politiche decise nell’ambito dell’Unione Europea e che impegnano governi di qualunque colore e qualunque Paese“. Cioè: qualunque programma votino i cittadini,  a contare sarà quello stabilito in ambito europeo. La frase così trascritta, tra l’altro, non rende giustizia a quella pronunciata, perché omette un lapsus corretto in extremis, dove quel “decise nell’ambito europeo” doveva essere un ben più significativo “decise dall’Unione Europea” (qui il video).


La consapevolezza di andare al voto sapendo che comunque il risultato sarà uno solo, a prescindere da chi vincerà, non è il miglior antidoto all’astensionismo dilangante. E mi ricorda in maniera sinistra un articolo di Curzio Maltese sul Venerdì di Repubblica dello scorso 13 aprile, in cui sosteneva – apparentemente compiaciuto,  che “…Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti  che dopo Monti non ci sarà un governo politico vecchio stile […] ma un gabinetto tecnico il cui teorico [sic] presidente del consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il Governatore Mario Draghi. Questo sarà la politica dei prossimi anni, il resto sono slogan“.

Il deficit di informazione critica e l’eccedenza di informazione omologata impediscono di cogliere la singolarità di un Presidente della Repubblica che dimentico dei suoi doveri di terzietà non perde occasione, in Italia e all’estero, per raccomandare più Europa e fare una spudorata campagna elettorale a favore di soluzioni che assicurino continuità alla politica del Proconsole, esaltandone il magnifico lavoro di risanamento senza omettere – immancabile – il richiamo a quel baratro sull’orlo del quale ci trovavamo e dal quale  siamo stati salvati per il rotto della cuffia.
Per quanto riguarda il più Europa, nessuno, fra i media, che avvisi Re Giorgio di quanto cospicue siano ormai le cessioni di sovranità, ricordandogli magari che l’articolo 11 della nostra Costituzione (quella del cui rispetto egli dovrebbe seriamente occuparsi) parla di limitazioni di sovranità a due precise condizioni:  che avvengano in condizioni di reciprocità e solo se necessarie ad assicurare un ordinamento di pace e giustizia fra le Nazioni. Né l’una né l’altra condizione sembrano applicabili all’Unione Europea, a meno che non si voglia prendere per cosa seria la burletta promozionale del Nobel attribuitole giorni fa.
Quanto al risanamento,  basterebbe  fargli presente che ai tempi del baratro il rapporto debito/PIL era del 120,1% e che sei mesi dopo, ultimo dato disponibile secondo trimestre 2012, è salito al 126,3%; il tasso di disoccupazione è salito dal 9,5% al 10,7% (agosto 2012); il PIL è crollato del 2,1% (fine giugno), e la produzione industriale, da gennaio ad agosto, è caduta del 6,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Se questo è risanamento, allora viva la malattia. Ma anche qui i peana di Re Giorgio vengono riportati con ossequio, senza uno straccio di commento che li ridimensioni.
E a proposito del baratro, infine, sarebbe opportuno interrogarsi sulla natura dello stesso. In questo video il senatore Massimo Garavaglia afferma che i funzionari BCE e UE, all’epoca, gli avrebbero chiaramente fatto intendere che se l’ormai imminente governo Monti non avesse ricevuto un sufficiente appoggio parlamentare avrebbero bloccato per due mesi ogni acquisto di titoli italiani, provocando il tracollo finanziario dello Stato: http://www.youtube.com/watch?v=vKJMmZP4p38&list=PL2E8226E8DAE75B5E

Se è questo ciò a cui con insistenza si riferiscono Monti e Napolitano, allora più che di baratro bisognerebbe parlare di ricatto, e l’insediamento di Monti, più che a un’imposizione somiglierebbe a un golpe.
Sarà vero quello che afferma l’onorevole Garavaglia? Non lo so. Ma sono dichiarazioni gravissime di un senatore della Repubblica, e in qualunque altro paese avrebbero meritato la prima pagina dei giornali, interrogazioni parlamentari e commissioni di inchiesta. Da noi, silenzio.
Se qualcosa è più inquietante di quelle dichiarazioni, lo è l’indifferenza con cui sono state accolte.

Sempre in tema di dichiarazioni irrituali, segnalo anche questa: “Nei prossimi mesi andremo a toccare il tabù della sovranità e della solidarietà“. Lo ha detto il presidente permanente del Consiglio Europeo, Herman Van Rompuy. Ma sì, lo conoscete: quel signore che assomiglia un po’ a Gollum,

e che nessuno di noi ha mai eletto alla carica che ricopre. Sembra che li attenda un lavoro difficilissimo per la stesura del rapporto di riforma dell’Eurozona. Chi sarebbero questi “li“? Chi avrebbe dato loro l’incarico? E che tipo di riforma dovrebbero effettuare?  “Sono state fatte cose impensabili fino a tre anni fa“, ha aggiunto con fierezza. Appunto: ciò che era politicamente impossibile fino a tre anni fa è diventato, grazie alla crisi, politicamente inevitabile.

Ultimo, ma solo in ordine di tempo, apprendiamo che il governatore della BCE dà “esplicito appoggio” alla proposta del suo azionista di maggioranza, la Germania, per un supercommissario europeo alla valuta, “che controlli i conti dei paesi dell’Eurozona”. Aggiungendo che “molti governi non hanno ancora capito di aver perso la sovranità nazionale da molto tempo perché si sono pesantemente indebitati e sono alla mercé dei mercati finanziari”. Uno come lui dovrebbe sapere che la perdita di sovranità nazionale è cominciata nel ’92 con Maastricht e si è conclusa dieci anni fa quando gli stati hanno rinunciato alla sovranità monetaria. Dovrebbe anche sapere che alcuni di questi stati (Irlanda, Spagna) si sono indebitati per salvare le banche, mentre per altri (Italia) l’alto rapporto debito/PIL, un’antica condizione che prima della crisi era stabile o in discesa, è schizzato a livelli mai visti prima grazie alle cure imposte; e che proprio la rinuncia alla sovranità monetaria  li ha messi alla mercé dei mercati finanziari. Dovrebbe saperlo e lo sa benissimo, ma la narrazione, fittizia e tendenziosa, passa con il crisma dell’attendibilità tecnica perché viene divulgata dai media senza controcanto alcuno.

In queste condizioni di disattenzione generalizzata, la Democrazia 2.0 prende sostanza e inizia a connotarsi secondo il disegno europeista: una pseudo-democrazia  a struttura piramidale, dove il potere sarà tanto più auto-referenziale  quanto più in prossimità del vertice, mentre alla base  il voto popolare, frutto di una volontà disinformata, continuerà ad assolvere con efficacia l’antica funzione sedativa e consolatoria per cui è stato concepito.

Racconteremo un giorno ai nostri nipoti di averla vista nascere, questa Democrazia 2.0?
Meglio di no.
Potrebbero chiederci come mai abbiamo permesso che ciò accadesse.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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10 risposte a Democrazia 2.0 – Prove tecniche di attuazione

  1. grandebeltazor ha detto:

    Reblogged this on Verso un Mondo Nuovo and commented:
    non solo assomiglia a Gollum ma gira voce che possa essere coinvolto in strani giri pedopornografici o peggio

  2. Draghi a Davos, gennaio 2012: “Lo spread è uno straordinario motore di riforme”.
    Un sinonimo di Democrazia 2.0 potrebbe essere”Fascismo 2.0″. Un Fascismo subdolo e viscido, veramente del tutto nuovo, col quale quegli innocui poveretti di Forza nuova nulla hanno a che fare. Ma che col fascismo storico ha in comune la strenua volontà di annullare ogni pluralismo sociale e politico: corporativismo (come in Germania, dove il presidente della Volkswagen è un sindacalista Volkswagen, *in quanto tale*) e alternanze di governo, ma senza alternativa politica.

    • Mauro Poggi ha detto:

      Ciao Leprechaun, è un piacere leggerti qui…
      Il fatto è che secondo la neolingua che si sta felicemente diffondendo in Eurozona, alcune locuzioni sono considerate irrimediabilmente arcaiche, e al loro posto ne vanno usate altre più consone. Per esempio: guerra–> missione di pace, welfare–>spesa (improduttiva), macelleria sociale–>austerity, precariato–>flessibilità, disoccupazione–>choosiness ecc… In particolare, espressioni come fascismo, totalitarismo, autoritarismo, vanno sostituite con la parola “democrazia” sempre seguita da un numero che indica la particolare release a cui ci si riferisce nel discorso. Molto più efficiente ed economico, come insegna Orwell.
      Scherzi a parte, sono ovviamente d’accordo con te. Quello che più mi colpisce è l’indifferenza – se non la connivenza – con cui viene accettata questa deriva autoritaria da parte di intellettuali che dovrebbero essere i primi a dare l’allarme: Scalfari, uno per tutti, che auspica per il nostro paese il “vincolo esterno”, l’equivalente in termini da bar dell’uomo forte o uomo della provvidenza (ne ho parlato qui: https://mauropoggi.wordpress.com/2012/08/18/la-democrazia-ai-tempi-dello-scudo-anti-spread/ ).

      PS: Avvisami appena hai messo a punto l’iscrizione RSS per il tuo blog.

  3. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  4. mondeban ha detto:

    Si, il disegno è chiaro, e lo hai rappresentato con lucida precisione. VIsto che il ricatto al Paese è ormai è in atto, non si intravvede uno straccio di prospettiva, le cose sembrano andare sempre peggio, io mi dichiaro ufficialmente depresso. Non ho la forza per fare di più in questo momento.

  5. Francisca Bravo ha detto:

    Entonces sabian bien lo que estaban y estan haciendo con nosotros.No son tontos ellos,lo somos nosotros….[?][?]besos

    Il giorno 30 ottobre 2012 15:51, Mauro Poggi

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