Frammenti

Per mia madre, e per me bambinello che l’accompagnavo – impicciandola – quando non trovava a chi affidarmi, la spesa era un rito quotidiano, un pellegrinaggio laico attraverso il mattino. C’erano negozi per ognuna delle cose da comperare; ogni negozio esigeva una sosta, un buongiorno, una chiacchiera, a volte una coda, a volte un litigio: stazioni di una briosa via crucis,  centri di aggregazione diffusi in tutto il quartiere, anziché – come ora – concentrati in oasi remote oltre le quali incombe la solitudine.

Il rito doveva ripetersi ogni giorno perché né la sporta (per via del peso) né il borsellino (per via della leggerezza) consentivano acquisti ultra-giornalieri.

Nel nostro quartiere, d’altra parte, non esistevano ancora i frigoriferi, tutt’al più qualche ghiacciaia ma solo in case privilegiate, e la spesa era calibrata su fabbisogni di breve orizzonte: trovarsi con della roba andata a male sarebbe stata una disdetta autentica. La cultura dello spreco era molto di là da venire, mentre quella della differenziazione e del riciclo era scolpita nei nostri geni. Ogni vetro aveva la sua caparra, la plastica era un materiale più sconosciuto che esotico; la carta dei pacchetti finiva, insieme ai giornali, a inzuppare nei catini, e poi ad asciugare al sole trasformata in sfere compatte, simili a bocce, che le stufe avrebbero bruciato l’inverno successivo. L’umido finiva in compostiere naturali scavate nella terra dell’orto, l’immancabile, indispensabile orto – fosse pure un’esile striscia ai bordi di un fosso; a cui mio padre vi dedicava il suo tempo fuor di fabbrica, a meno che altre urgenze – tipo una risuolatura d’emergenza ai miei sandali – non lo impegnassero diversamente. Le pentole d’alluminio subivano per lunghissimi anni innumerevoli interventi di ripristino, finché esauste venivano cedute con rimpianto allo straccivendolo. Un ombrello in difficoltà veniva affidato alle cure degli ombrellai ambulanti, e quando proprio non ne poteva più noi fanciulli recuperavamo le stecche per farne mini-archi e frecce incredibilmente appuntite con cui martoriare gatti randagi e passeri. I rifiuti erano talmente pochi che lo spazzino (allora non c’erano operatori ecologici), nel suo giro del quartiere annunciato dallo squillo fesso di una cornetta di ottone, spesso non riusciva nemmeno a riempire il sacco che portava a spalla.

Identifichiamo sempre il passato con la giovinezza trascorsa, e credo che nessuno vorrebbe ritornarvi, anche potendo, se non a patto di ritrovare anche quella. Eppure – ora che il post di un amico ha fatto riaffiorare questi frammenti di memoria che nemmeno pensavo più di avere – ho il dubbio che con esso qualcosa d’altro, non solo la giovinezza, è andato perso.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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7 risposte a Frammenti

  1. Gabriella Giudici ha detto:

    queste tue parole affettuose a malinconiche a me invece hanno fatto pensare a settembre e ad Haizi: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=hUrGFIjYszw

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  3. mfbravo ha detto:

    Cuanto me hubiera gustado verte de chiquitillo con tu madre que te regañaba! Ciao amor…

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