Palestiniana: labili confini

Trascrivo qui di seguito il testo di un bel post di P. Giorgio Oddifreddi su Repubblica.it: Made in Palestine.

“Non sappiamo se per natura o per cultura, ma il Ministro del Commercio sudafricano ha dimostrato di avere un certo talento per il ragionare corretto e il parlar chiaro. A proposito dei prodotti dei coloni israeliani  che vivono negli insediamenti illegali, ha infatti proibito che essi rechino la scritta “made in Israel”, e imposto che dichiarino di essere “made in the Occupied Territories”.

Sia per natura che per cultura, il Primo Ministro israeliano ha invece talento per il pensare e l’agire in base a un doppio standard: uno per i cittadini del suo paese, e un altro per i non-cittadini dei Territori Occupati, appunto. Ha dunque definito “totalmente inaccettabile l’uso di misure che, in sostanza, discriminano e isolano, creando un boicottaggio generale”.

Tragicamente, non parlava del filo spinato e del muro che circondano da anni il territorio palestinese, mantenuto in un regime che un pericoloso estremista quale Jimmy Carter, ex presidente degli Stati Uniti e premio Nobel per la pace, ha chiamato senza giri di parole “apartheid”, fin dal titolo di un suo libro (boicottato in America, e mai tradotto in Italia).

Forse perché conosce bene il significato di questa parola, il Sud Africa è sensibile al trattamento subìto dai palestinesi nella loro terra. Una terra che, come ha precisato il Ministro del Commercio, rimane in teoria definita sulla carta geografica dai confini stabiliti dall’Onu nel 1948.

In pratica, invece, i confini si restringono a ogni trattativa. I pellegrini che da Gerusalemme vanno a visitare la mitica “grotta” di Betlemme, situata appunto nella zona occupata, prestano poca attenzione ai manifesti con le storiche mappe diacroniche, che testimoniano il progressivo dissolversi della Palestina. Le stesse mappe si possono trovare, commentate e discusse, nel libro di Noam Chomsky “Terrore infinito” (Dedalo Edizioni).

Ma non c’è bisogno di stare a sentire Carter, Chomsky o i palestinesi. Quelle carte parlano da sole, e chiunque le guardi a occhi aperti capisce che in Israele è in atto un processo di cancellazione progressiva del paese delle “vittime delle vittime”. Ben vengano le azioni simboliche del Sud Africa, ma a fermare l’agonia della Palestina ci vorrebbero ben altre medicine, che le Nazioni Unite non si sognano neppure di somministrare”.

Nulla da aggiungere, salvo le mappe diacroniche a cui Oddifreddi fa riferimento, di estrema eloquenza:

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2 risposte a Palestiniana: labili confini

  1. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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