La democrazia ai tempi dello scudo anti-spread

“È stato acclamato con il trionfo del vertice di fine giugno a Bruxelles tra i Paesi Ue. Ed è stato anche ieri, quando si è riunito l’Eurogruppo, il protagonista assoluto di giornata. Ci riferiamo allo scudo anti-spread , l’idea con cui il premier Mario Monti ha convinto anche gli euroscettici a credere nell’euro e nell’appartenenza corale dei Paesi che ne fanno parte”. Vito Lops, Il Sole 24 Ore, 10/07/2012

La Corte di Karlsruhe teme che il Parlamento diventi irrilevante e che venga ceduta parte della sovranità alle istituzioni europee. È così che il presidente della Corte federale tedesca Andreas Vosskuhle ha recentemente espresso la sua preoccupazione affermando che «le decisioni essenziali sono negoziate all’interno della burocrazia di Bruxelles in sessioni notturne del Consiglio europeo, o in qualche altro posto, senza adeguate pubbliche discussioni e influenze»”
Guido Rossi, Il Sole 24 Ore, 01/07/2012.

L’acclamato scudo anti-spread si presenta come l’ennesima versione del capestro che l’Euroleviatano usa per strozzare le nostre già asfissiate democrazie: “Chi beneficerà di questa azione…dovrà aver richiesto l’intervento dei fondi europei Efsf ed Esm, accettando sorveglianza e condizionalità degli aiuti“. (Mario Draghi). Come dire: voi liberi di infilare la testa nel cappio, per l’impiccagione lasciate fare a noi. Che lo scudo possa poi davvero funzionare, questo è un altro discorso, la Grecia insegna (ma anche no); è sicuro invece che si tratta di un ulteriore meccanismo di cessione della sovranità nazionale. Di questo ne sono tutti più o meno consapevoli, tanto che il primo ministro spagnolo Rajoi, benché abbia un disperato bisogno degli aiuti, qualche giorno fa dichiarava che gli occorrono maggiori dettagli sul piano di acquisto dei bonos da parte dalla BCE, e fino a quando non saranno disponibili la Spagna non deciderà se ricorrervi o meno. Lo stesso Mario Monti, che questo scudo ha invocato e ottenuto (?) ricevendone ovazioni trionfali, si affanna a dichiarare un giorno sì e l’altro nì che l’Italia non vi farà ricorso.

Partendo da queste premesse, Guido Rossi, sul Sole 24 ore, ragiona sulle caratteristiche di un sistema che sempre più rassomiglia a quello feudale, dove ” insieme alla brutalità del comando, è determinante il dominio dell’economia sulla vita pubblica e sui diritti e soprattutto la confusione fra la ricchezza e l’autorità. Allora si trattava della ricchezza terriera, oggi della ricchezza finanziaria. Come allora, il presupposto si giustifica con lo “Stato di eccezione”, teorizzato da Karl Schmitt, che comporta la rigida soggezione economica della moltitudine ad alcuni potenti, siano essi finanzieri, tecnici o burocrati, poco importa. Quella attuale è la nuova forma di feudalesimo, che sottrae la sovranità agli Stati e alle sue istituzioni.”
Rossi sostiene che “il trasferimento della sovranità dello Stato democratico [nazionale] al Leviatano tecnocratico [Europeo] della troika, passaggio invero che sembra obbligato per arrivare all’unica possibile soluzione di un’Europa politicamente unita e democratica, comporta quindi una revisione totale dei diritti dei cittadini e delle istituzioni democratiche, assopite nelle loro funzioni e dedite ormai solo all’esecuzione delle decisioni di gerarchie esterne e fuorvianti. È così che i problemi del rispetto dei diritti umani e della giustizia sociale, insieme con i mali peggiori delle disuguaglianze, tra le quali domina la disoccupazione, diventano trascurabili e importano solo un vago richiamo a parole che han perso il loro significato, sicché secondo il pensiero del grande poeta W. Auden: «When words lose their meaning, physical force takes over». E qui la forza è quella del feudalesimo della troika, poiché ciò che conta è solo l’imposizione dell’austerità, sempre più regina della depressione economica.”

Mi spiace e preoccupa che l’analisi di Rossi, a mio avviso (per quello che vale) assolutamente condivisibile, venga inficiata da una sorta di corto-circuito logico che ho già riscontrato in troppe occasioni presso altri commentatori.

Se è vero, come lo è, che il trasferimento della sovranità sta comportando una revisione totale (e non in senso estensivo) dei diritti dei cittadini e delle istituzioni democratiche, al punto che i problemi del rispetto dei diritti umani e della giustizia sociale diventano trascurabili, come è possibile sostenere che tale trasferimento è “passaggio obbligato per arrivare all’unica possibile soluzione di un’Europa politicamente unita e democratica? In virtù di quale motivo dovremmo credere che si possa arrivare a una più compiuta democrazia attraverso un processo le cui caratteristiche antidemocratiche col tempo e con la crisi sono diventate sempre più manifeste?
Rossi non sembra porsi il problema, ma non è lui il solo a soffrire di questa sorta di sindrome di Stoccolma.

Un altro articolo esemplare è quello di Vittorio Da Rold sempre su Il Sole 24 ore, dove elenca dieci ammaestramenti che l’Italia dovrebbe trarre dalla crisi greca dimenticando quello che secondo me è il più importante, specie in questi giorni in cui apertamente si ammette che l’Europa si sta preparando all’uscita della Grecia dall’euro: che forse, invece di agonizzare così a lungo e inutilmente, meglio avrebbe fatto a negoziarla, questa uscita,  prima che la sua economia venisse definitivamente devastata dalle misure imposte come condizione per gli “aiuti”.
In particolare all’ammaestramento N. 6 troviamo la disarmante ammissione che “… Ora dobbiamo capire che nell’eurozona il fallimento di uno stato è possibile. Il debito pubblico all’interno dell’eurozona ha comunque un rischio. Chi ha un deficit delle partite correnti [saldo bilancia commerciale negativo] prima o poi deve ridurre i salari, facendo ridurre l’import e favorire la competitività. Non ci sono alternative: o si svaluta la moneta (ma nell’euro non si può più) o si svaluta il salario“. Un’osservazione non particolarmente trascendentale (la svalutazione dei salari in una zona valutaria non ottimale a moneta unica è un’implicazione che fior di economisti non mainstream hanno spiegato in rete già da tempo  – Bagnai in particolare ha il merito di averla ribadita con tenacia); notevole è semmai il fatto che essa viene ora accolta in un quotidiano non tacciabile di estremismo, segno che certe evidenze non possono più essere celate. Tuttavia Da Rold lì si ferma, dando a intendere che questo è ciò che realisticamente va perseguito, e omettendo due considerazioni che dovrebbero sorgere spontanee: 1) se per ovviare al deficit commerciale tutti deprimono le importazioni e favoriscono le esportazioni (come ha fatto la Germania) verso chi tutti esporteranno? 2) Se la moneta unica comporta  il passaggio obbligato della svalutazione dei salari, non è che il meccanismo sia fondamentalmente anti-popolare e un tantinello iniquo? E soprattutto: perché non ci è stato spiegato a tempo debito?

Non a caso qualcuno ha detto che non ci può essere vera democrazia se non c’è vera informazione…

Ma i paletti democratici sono sempre più traballanti, e la democrazia, ai tempi dell’anti-spread, assume contorni vaghi anche per quelle persone dalle quali, per il ruolo che hanno, ci si aspetterebbe più integrità e rigore intellettuale.
Così ci tocca ascoltare
l’anziano Scalfari, un “padre nobile” del giornalismo italiano, che in un’intervista/dibattito con Monti stròloga sul fatto che “…in tutto questo discorso così ampio, emerge un punto molto interessante cioè che noi abbiamo bisogno di un vincolo esterno. Come tutti i paesi del mondo scavezzacolli che vivono di una vista corta,come aveva ricordato Padoa Schioppa, ha avuto bisogno, secondo me perché ha bisogno anche di questo, di un vincolo esterno che ha riassunto, per nostra fortuna, un prestigio internazionale perché in grado di contribuire al formarsi del vincolo esterno“. Al di là dell’involuta esposizione, Scalfari sembra non capire che in termini democratici la differenza fra lui che auspica il vincolo esterno e l’omino al bar che invoca l’uomo forte è solo formale: come la dice lui fa solo più figo. Ma eccolo poco più in là rincarare la piaggeria nei confronti dell’inclito ospite e domandare, ammiccante: “Lei [Monti] però lascerà una novità alle spalle; che è stata la costituzione del suo governo di tecnici; è di tecnici ma poteva anche essere di politici. Lei è stato nominato dal Presidente della Repubblica e non sarebbe utile che questa esperienza diventasse la nuova Costituzione materiale?“.

E a proposito di Costituzione, non male neppure Piero Ottone, quando su Repubblica (organo ufficiale della sinistra illuminata, progressista e chi più ne ha più ne metta), il 22 marzo di quest’anno scrive seraficamente: ‎”A me sembra che l’impostazione sindacale di Landini, che parte dai principi (repubblica imperniata sul lavoro, diritto di ogni cittadino al lavoro) piuttosto che dalle leggi naturali (domanda, offerta, libero scambio)…sia una scheggia di quel sindacalismo che prevaleva nell’Italia del dopoguerra, figlio dell’estremismo di sinistra”. La Costituzione Italiana declassata a scheggia del sindacalismo figlio dell’estremismo di sinistra, e fastidioso impiccio alle leggi naturali (altrimenti dette: leggi del più forte): è questa l’alta lezione di un’altra prestigiosa firma giornalistica.

Ancora, sul Venerdì di Repubblica, il 13 aprile 2012, Curzio Maltese scrive con apparente soddisfazione: ” Quello che accadrà nei prossimi anni è la sostituzione dei governi politici con governi tecnici […] Tecnici nel senso della provenienza professionale dalla scuola dei grandi burocrati internazionali, in particolare europei. Una polemica alla moda sostiene che la burocrazia di Bruxelles abbia fallito nel progetto di unificazione dell’Europa, fermandosi allo stadio dell’unità monetaria. In realtà Bruxelles è servita a formare una classe dirigente che la politica non è più in grado di produrre e ora è pronta a prendere il potere in tutti i governi nazionali europei. E’ accaduto per ora in Italia e in Grecia […] domani potrebbe toccare alla Germania e alla Spagna. Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti  che dopo Monti non ci sarà un governo politico vecchio stile […] ma un gabinetto tecnico il cui teorico [sic] presidente del consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il Governatore Mario Draghi. Questo sarà la politica dei prossimi anni, il resto sono slogan“.

Per come la vedo io, tutto ciò agghiacciante, e mi chiedo cosa possa avere indotto questi personaggi, che un tempo ammiravo, a un tale grado di omologazione.

Il “Più Europa” come soluzione a tutti i problemi e distorsioni che questa Europa provoca è una formula magica tanto invasiva e tenace quanto acritica, davanti a cui scatta il riflesso condizionato che preclude l’esercizio del dubbio raziocinante; essa è analoga al “Ce lo chiede l’Europa“, con cui ha in comune la stessa matrice psicologica del “Dio lo vuole“. Così, alle impietose analisi che cominciano a trovare spazio anche sui media istituzionali e non solo su internet, segue sempre l’incongruenza di una soluzione presentata come unica alternativa: questa strada è sbagliata, ma dobbiamo continuare a percorrerla.
Magari chi lo sostiene ha anche ragione, ma gradirei a supporto maggiori argomenti di quelli esprimibili con un mantra.
Per me, in tanti anni di escursionismo una cosa ho imparato: se capita di smarrire la traccia,  tornare sui propri passi – per quanto ciò possa sembrare faticoso e frustrante – è spesso l’opzione più raccomandabile rispetto a quella di proseguire sperando bene.

Nella foto:  Trek del Selvaggio Blu, Sardegna – aprile 2011

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2 risposte a La democrazia ai tempi dello scudo anti-spread

  1. grandebeltazor ha detto:

    Reblogged this on Verso un Mondo Nuovo and commented:
    Scalfari appoggia Monti e condanna Zagrebelsky e MicroMega, che collaborano con la Repubblica.
    Mmmmh, c’è qualcosa che non torna?

  2. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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