La CGIL, la TAV e il disperato bisogno

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“Del resto la nostra posizione favorevole alla Tav l’abbiamo espressa al congresso: il Paese ha un disperato bisogno di investimenti”. Così Susanna Camusso al Corriere della Sera l’11/03/2012.

Se il criterio è questo, vanno bene anche il ponte di Messina, i giochi olimpici a Roma o il Mose a Venezia (di cui, a proposito, nessuno parla: anche perché l’unica cosa certa dell’opera è il clamoroso sfondamento del budget, non certo l’utilità o la data del fine lavori – dare un ‘occhiata qui).

Registro con amarezza l’ennesima voce che si unisce al coro delle vaghezze concettuali pro-TAV. Accanto a non possiamo fermare il progresso, alto valore simbolico, l’Europa ce lo chiede, Italia tagliata fuori dal resto d’Europa, annoto diligentemente: disperato bisogno di investimenti . (Ci sarà mai qualcuno che tenga il conto di queste amenità apodittiche, da presentare agli autori – fra qualche anno – quando la Torino-Lione sarà diventata altrettanto paradigmatica che la Salerno-Reggio Calabria?).
Abbiamo un disperato bisogno di investimenti, non di investimenti purchessia: dispiace che il segretario del maggior sindacato nel Paese non colga la differenza.
Ma così va l’Italia. L’infrastruttura, intesa come insieme di utilità per il bene comune, non interessa in sé, perché le risorse sono scarse e vanno distolte a favore di interessi particolari. L’ordine delle priorità è invertito, il superfluo o l’inutile diventa l’essenziale, e così passano in secondo piano progetti di cui davvero avremmo un disperato bisogno.
Ad esempio il potenziamento e l’ammodernamento delle reti ferroviarie locali, se si vuole restare nell’ambito dei trasporti: questo sì garantirebbe una migliore qualità di vita a milioni di utenti pendolari, costretti a viaggiare in condizioni indegne e tempi incertissimi ogni giorno che il buon dio manda in terra. Ma anche la messa in sicurezza del territorio, per evitare la bolletta, in termini di vite umane e risorse, che dobbiamo pagare ogni qualvolta piove; oppure il rifacimento di quel colabrodo impropriamente chiamato rete idrica; o la ristrutturazione degli edifici scolastici secondo criteri antisismici, igienici ed ecologici; o la bonifica e il recupero delle aree industriali dismesse, alcune delle quali assimilabili ad autentiche bombe ambientali. E soprattutto la madre di tutte le Grandi Opere: un Piano di Manutenzione Nazionale sistematico, costante, puntuale; perché il degrado chiama degrado e tende ad aumentare in progressione geometrica se non è contrastato in modo sistematico, costante, puntuale. Insomma, obiettivi su cui investire ce ne sarebbero a iosa se ci si volesse guardare intorno.

E’ davvero disperante costatare come anche la CGIL non capisca, o non voglia capire, che grandi opere “a prescindere” non generano alcun benessere diffuso, nessuno sviluppo duraturo e sostenibile, ma solo lavoro non qualificato ed effimero, e arricchimenti sospetti per pochi noti. E’ disperante che essa ignori, o voglia ignorare, che le grandi opere in genere hanno volani lenti a partire, inadatti a risolvere emergenze.

E’ disperante perché si è costretti a concludere che ovunque stanno trionfando mediocrità, insipienza, disonestà intellettuale, approssimazione. Tutt’altra cosa rispetto a ciò di cui avremmo un disperato bisogno.


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