Palestiniana: La portavoce e il giornalista

Segnalo qui un articolo sulla recente ammissione della Palestina all’Unesco, interessante per due ragioni.

In primo luogo conferma l’incapacità degli Stati Uniti  di uscire dagli schemi di politica estera, segnatamente quella media orientale, nei quali sono ingabbiati da decenni. Se è vero che folle è colui che continua a ripetere la stessa azione sperando ogni volta in un risultato diverso, allora o sono da ricovero o non hanno alcuna intenzione di risolvere il problema. L’irritazione dell’amministrazione americana per il voto favorevole (cui è seguita la rappresaglia di sospendere tutti i contributi all’organizzazione – non potendo opporre il veto),  è pari solo alla difficoltà di trovare argomenti che giustifichino questo atteggiamento. La portavoce Victoria Nulland ripete che la decisione è “deplorevole, prematura, e mina i nostri comuni obiettivi per una globale, giusta e durevole pace nel Medio Oriente”; ma gli imbarazzati balbettii che vorrebbero motivare queste affermazioni non fanno che rendere palese come gli USA continuino ad appiattirsi acriticamente sulle posizioni israeliane.
Con buona pace per coloro – me compreso – che hanno creduto nel “premio Nobel” Obama, un presidente che passerà alla storia per la pochezza del suo mandato rispetto alle speranze suscitate dalla sua candidatura.

Ma l’articolo offre anche un bell’ esempio di autentica professionalità  nella persona del giornalista Matthew Lee, quando incalza la povera Victoria con domande che mettono in evidenza la pretestuosità delle giustificazioni addotte.
Su questo punto il confronto con alcuni nostri giornalisti sorge spontaneo. Ed è impietoso. Da noi una buona parte delle interviste sembrano preparate sulla base di una scaletta da cui l’intervistatore non è in grado o non vuole uscire: spara la domanda (più o meno compiacente) registra la risposta senza nemmeno ascoltarla e passa alla seguente nella lista, a prescindere. (Fabio Fazio, per non far nomi, è un ottimo realizzatore di interviste del genere). Da noi manca la cultura della seconda domanda, quella che inchioda l’intervistato all’evidenza della castroneria, dell’incongruenza, della menzogna. Malinteso senso dell’educazione, piaggeria, incompetenza?

Per converso l’articolo mette in evidenza la tracotanza dei nostri politici davanti a domande scomode: dove la povera Nulland mantiene fino alla fine un atteggiamento istituzionale, nonostante l’evidente disagio, la reazione di costoro tenderebbe all’aggressività più scomposta e becera.

Per chi, come me, avesse difficoltà a seguire il video, può leggerne prima la trascrizione. Ma il video merita di essere guardato. Magari cercando di immaginare sulla graticola di Lee, al posto della portavoce americana,  il nostro ministro Frattini il giorno della conferenza stampa per l’entrata in guerra contro la Libia, o il nostro premier quando vaneggia di ristoranti pieni.

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