Il PIL, il sole e la luna

Sole-Luna è una delle tante onlus che distribuiscono pasti e vestiti. Opera in locali messi a disposizione dalla stazione di Cornigliano, a Genova, dove abbiamo potuto allestire una mensa, aperta tutte le sere tranne il sabato, nonché un centro distribuzione vestiti e un locale docce aperti un paio di mattine la settimana. I pasti caldi che riusciamo a distribuire ogni sera sono poco più di sessanta. Le risorse arrivano da ciò che avanza nelle mense scolastiche o nei ristoranti, o dai prodotti prossimi alla scadenza che i supermercati ci tengono da parte anziché buttarli. Ogni giorno qualcuno di noi, a turno, si dedica al recupero di tutto questo ben di dio che altrimenti andrebbe a finire nell’indifferenziato. Sei o sette persone sono impegnate a turno ogni sera per la preparazione dei pasti e la distribuzione ai tavoli. I soci sono circa 150.

Ieri mi è toccato sia  il giro delle mense scolastiche a mezzogiorno, sia il servizio ai tavoli la sera (a cui – lo confesso – partecipo solo in caso di assenze da supplire). Tornando a casa riflettevo sulle cifre che questa attività comporta: circa ventimila pasti all’anno, un impegno di almeno 8500 ore da parte dei soci, equivalenti a più di mille giornate lavorative di una persona – quattro anni di lavoro.
Non so che controvalore attribuire al tutto, ma certamente dev’essere significativo,  almeno 200.000 euro all’anno. E la nostra è solo una piccola onlus.

Eppure – riflettevo –  tutto questo nel PIL non viene conteggiato.

Il Prodotto Interno Lordo, o valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese in un certo intervallo di tempo, viene anche definito come il valore della ricchezza o del benessere prodotti in un anno. Il PIL misura solo le transazioni in denaro: consumi, investimenti, spesa pubblica, saldo bilancia commerciale.
Se prendi l’auto invece di andare a piedi aumenti il PIL, perché consumi benzina. Se fai spesa al supermercato aumenti il PIL, poco importa se lo stracchino che hai comperato lo dimentichi nel frigo e poi lo butti perché è scaduto: anzi meglio, perché devi comperarne dell’altro. Anche I sacchetti della spesa contribuiscono ad aumentare il PIL, benché inquinanti. Se acquisti un nuovo telefonino perché quello che avevi te l’hanno rubato o non è più abbastanza figo, aumenti il PIL…
A quanto pare, più si spreca e più aumenta il valore della ricchezza, benessere, di un paese.

Ora, io capisco  l’esigenza un parametro elementare che consenta l’immediata valutazione dell’andamento dell’economia di un paese, come no.
Il problema è che questo indicatore, assolutamente grossolano e opaco, è diventato un feticcio: se il PIL non cresce il paese non cresce. Ma che significato ha un concetto di “crescita” che non tiene conto di fattori come i  disvalori ambientali e  le disuguaglianze che si producono,   o che ignora le iniziative di solidarietà sociale, la produzione di cultura,  il livello di senso civico tra i cittadini e in generale tutte quelle cose che rendono la vita un po’ più vivibile?

Eppure il PIL è diventato un concetto chiave di fronte al quale tutti oggi si inchinano, rapportando a esso cifre altrettanto opache quali il Debito Pubblico, per ricavarne indicatori con cui stabilire strategie economiche devastanti…

Gente strana quella che si occupa, a vario titolo, di economia.
Mi chiedo se si tratta di stupidità o pigrizia mentale. E’ pur vero che una cosa non esclude l’altra.

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Informazioni su Mauro Poggi

Fotodilettante Viaggiamatore
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