Perequazione

Qualche tempo fa, nella trasmissione di Fazio, il conduttore ha domandato alla presidente dell’Associazioni Industriali, signora Marcegaglia, come mai a pagare le crisi economiche siano sempre i più poveri, ai quali è imposto di sobbarcarsi la pressoché totalità dei sacrifici.

La risposta è stata il solito mantra: se riuscissimo ad abbandonare le ideologie e diventassimo più prammatici, capiremmo che diventando più competitivi si riuscirebbe a produrre più ricchezza e quindi ci sarebbe maggior benessere per tutti.

La conclusione implicita: i sacrifici richiesti torneranno a vantaggio anche di coloro che se li sono accollati.

Fazio non ha replicato alla lezioncina, esposta dalla signora con il sussiego di chi possiede una saggezza prammatica e non ideologica (ergo: autentica). La “seconda domanda” del giornalismo americano, quella per cui l’interlocutore viene incalzato anziché consentirgli di eludere con aria fritta le questioni sollevate, qui da noi non è consuetudine. Il contraddittorio non è educato.

Eppure un paio di obiezioni avrebbero potuto sorgere, spontanee.

Intanto, ammessa pure la validità del mantra, esso non risponde alla domanda. Un beneficio condiviso dovrebbe essere perseguito con il sacrificio di tutti  (e possibilmente in misura proporzionale alle capacità economiche di ognuno).

E poi: se il mantra è vero, come mai nel decennio 1998-2008 otto punti di PIL sono passati dai salari agli utili, allargando la sperequazione fra chi ha tanto e chi ha poco?

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