Il dio che gioca

Molti anni prima, adolescente, gli era capitato di trovarsi al centro di un silenzio immemore. La strada – a quel tempo ancora in terra battuta –  nella sera estiva aveva un asciutto sentore di polvere, e le case guardavano quella solitudine con un’esagerata espressione di meraviglia. Aveva cenato presto ed era in anticipo, e ora aspettava gli amici seduto sul solito muricciolo. Aspettando, improvvisamente aveva avvertito che gli istanti di quella banale attesa si trasformavano in qualcosa di molto simile alla pietra, e subito si era trovato al centro di quel silenzio, dove nettissima affiorò l’intuizione di ciò che lui era: il dio che gioca dimentico di sè, il Dio Fanciullo. Seppe, in modo incontrovertibile, che tutto ciò che lo circondava in quel momento era stato da lui inventato  o creato: per gioco, capriccio, pura noia. Accadeva come accade talvolta nei sogni, quando una storia ha inizio da un momento qualunque eppure gli antefatti sono già noti, per cui non è necessaria nessuna sequenzialità e ciò che succede trova giustificazione in una precedenza ben conosciuta sebbene mai esistita.

Tutto si riduceva a un “facciamo finta che”, un gioco. Tutto era appena inventato, per scoprire cosa sarebbe successo da quel punto in poi.

“Io sono il dio che gioca”, pensò con un piccolo brivido, e sorrise al silenzio che lo circondava.

 

 

 

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