Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

UNA GRECIA PER AMICO – IN ARRIVO IL DOCUMENTARIO CHE CE LO RICORDA

Mauro Poggi:

Sul blog Kappa Di Picche, Andrea Guglieri scrive un sentito post sul coraggioso progetto portato avanti da un manipolo di amici dei gruppi “101 Dalmata ” e “LIRE”, per documentare “il più grande successo dell’Euro” evocato a suo tempo da Monti con riferimento alla Grecia.
Il progetto, ormai in conclusione, si è finanziato tramite la raccolta fondi on line a cui in tanti hanno aderito con entusiasmo: chi volesse unirsi può cliccare sul banner in alto a destra; anche un minimo contributo sarà ben accetto.
L’anteprima del documentario, presentata al convegno organizzato da A/simmetrie il 12 aprile a Roma, è visibile al link indicato nell’articolo.
Buona lettura e buona visione.

Originally posted on Kappa Di Picche:

L’euro è il Cavallo di Troia del nostro tempo. La più nota metafora che la Grecia ci abbia regalato si adatta alla moneta unica in modo stupefacente: accolta tra le feste, portava in sé la rovina mentre i moniti sulla reale natura del dono rimanevano senza ascolto. Se la Grecia rappresenta il successo dell’euro, come dice Mario Monti nella frase che ha ispirato il titolo del documentario, vuol dire che l’euro è uno strumento di rovina.

Per mostrare il risultato, sono partiti in cinque alla volta di Atene. Viaggio in traghetto e permanenza low cost, due operatori televisivi ma tutti volontari. Parsimonia dovuta, avendo scelto di affidarsi ad una raccolta fondi online per coprire le spese vive. Non solo denaro: è arrivato anche sostegno organizzativo, creativo e morale. Da casa si traducono ore di interviste, permettendo al regista Matteo Nigro le scelte finali per i cinquanta minuti del video.

Sei…

View original 615 altre parole

14 aprile 2014 Pubblicato da | Società | , , , , | 4 commenti

Euroscetticismo: le argomentazioni inoppugnabili che lo smontano.

Chi ha un po’ seguito questo blog sa delle mie posizioni euroscettiche. Ultimamente però mi sono imbattuto in due trasmissioni TV, entrambe de La7,  dove ho udito preparatissimi ospiti argomentare così scientificamente a favore dell’Euro che le mie granitiche certezze vacillano, al punto che sto meditando di iscrivermi anch’io al PUD€ (Partito Unico Dell’€uro).

La prima illuminazione l’ho avuta il 2 aprile sbirciando Coffee Break, dove un convincente Dario Nardella (deputato PD, Vice-sindaco di Firenze e attuale reggente, a detta di alcuni eminenza grigia di Renzi) ha spiegato al colto e all’inclita i vantaggi dell’euro. Il video dell’intervento è disponibile qui, ma il discorso è di tale importanza che vale la pena trascriverlo:

 

“Vorrei rimanere su fatti concreti. Perché ho capito che Salvini, che è anche una persona molto abile e intelligente, ha scoperto la bellezza dei premi Nobel. Va bene. Però io rimango a un livello molto più concreto, terra terra, e parto dall’esperienza di Firenze, che è anche di tutta Italia se pensiamo al turismo. Il problema è che oggi l’Italia è scesa al sesto posto nella classifica internazionale del turismo. Noi siamo il paese più bello del mondo. Si parlava del Mezzogiorno. Abbiamo investito poco sull’attrazione turistica, ci hanno sorpassato paesi che sono molto meno interessanti del nostro. Allora l’euro, penso ad esempio a Firenze, è fondamentale quando noi pensiamo alle politiche per il turismo, perché il cambio della moneta ci avvantaggia quando vengono gli americani i cinesi, gli asiatici. Bisogna guardare anche i risultati concreti. Allora pensiamo all’opportunità che abbiamo anche nell’export. Si dirà sì ma con la lira si possono vendere meglio i prodotti. Attenzione che per comp… ehm bilanciare la forza di monete come quella americana o quella cinese abbiamo bisogno di un’Europa più forte, non di smantellarla”.

Dario Nardella e consorte a Pitti Uomo. Foto Corbis Images

Dario Nardella e consorte a Pitti Uomo. Foto Corbis Images

Seconda illuminazione, ieri sera, venerdì 4 aprile,  a Otto e Mezzo. Comparsata di Severgnini e Floris a scopo promozionale per l’ultimo libro che ciascuno di loro a scritto. La puntata è ancora disponibile a questo indirizzo. Trascrivo anche in questo caso il passaggio che mi ha colpito (il resto è andato tutto in compiacenti analisi sul nuovo caro leader Matteo Renzi), tanto più che non so per quanto tempo resterà disponibile sul portale de La7.
A partire dal minuto 12:25:

“Lilli Gruber:
… si dovrà per forza parlare di Europa. Tu Beppe hai scritto a proposito delle elezioni europee di maggio che gli unici che parlano con passione dell’Europa sono i nemici dell’Europa, mentre gli europeisti tacciono. Dovrebbero parlare per dire cosa, secondo te?

Beppe Severgnini:
Dovrebbero parlare per dire … e parliamo di milioni di persone in Europa che hanno partecipato ai programmi Erasmus, che non è una cosa per privilegiati, moltissimi ragazzi universitari… “ragazzi tocca a voi!”. L’Europa non è solo un posto dove si dividono classi, appartamenti e letti, è anche un’altra cosa. Allora fuori la voce, tocca a voi. Dobbiamo ricordare che abbiamo giocattoli più sicuri, alimenti più sicuripossiamo spostarci in giroabbiamo campionati più belli… Io vorrei – ti assicuro - bloccare un giorno l’Europa: il 9 maggio invece che il giorno per l’Europa il giorno senza Europa. E poi mettermi a Linate, o a Fiumicino, chiudere e tornare ai tempi in cui passaporti, visti… trovi una fila di un chilometro, e uno protesta “cos’è questa roba?!”. “Lei stia zitto, lei era uno di quelli che l’Europa non serve a niente, è una buffonata, si mette in coda, fa un chilometro di coda e zitto”. Ecco, forse queste cose… Lo sto dicendo con passione perché credo che l’Europa sia una grande conquista, e non tiro fuori la pace, ma anche la vita quotidiana… e che gli europeisti abbiano paura a dire queste cose perché la politica europea è troppo austera ci contesta i bilanci… tutto questo è vero ma l’Europa ha cambiato in meglio la nostra vita; senza una baby sitter del nord, tedesca diciamo la verità, l’Italia sarebbe andata non meglio, ma molto molto peggio. Ci hanno costretti a fare una serie di cose utili negli ultimi trent’anni almeno.”

beppe-severgnini-il-successo-delle-50-sfumature-image-999-article-ajust_930

Come ho detto, dopo queste decisive argomentazioni sono tentato di iscrivermi al PUD€. Anzi l’avrei già fatto, ma mi sono imbattuto in uno studio della Natixis che  Voci dall’Estero ha appena segnalato.

Riferendosi a Spagna, Portogallo e Spagna, vi si dice che:

…even if no new crisis or no accident interrupts the improvement of the economies, it will take a very long time for these economies to return to normal, i.e.:
− For unemployment to return to its pre-crisis level (from 6 to 25 years according to the country);
− For public and private debt ratios to return to sustainable levels (from 6 to 15 years);
− For household and corporate solvency to return to normal (from 4 years to “forever”);
− For the production capacity destroyed during the crisis to be rebuilt (from 5 years to “forever”, “forever” meaning that the correction process has not started).  These countries will therefore be fragile for a very long time, hence the risk that a new confidence crisis may break out before their situation normalises. 

Tradotto suona più o meno così:
anche se nessuna nuova crisi o nessun incidente interrompesse la ripresa di queste economie, ci vorrà molto tempo perché esse tornino alla normalità, prima cioè:
- che la disoccupazione torni ai livelli pre-crisi (da 6 a 25 anni a seconda del paese);
- che i rapporti di debito pubblico e privato tornino a livelli sostenibili (dai 6 ai 15 anni);
- che la  solvibilità delle famiglie e delle imprese torni alla normalità (da 4 anni a “mai”);
- che la capacità produttiva distrutta durante la crisi venga ricostruita (da 5 anni a “sempre”, dove “sempre” significa che il processo di correzione non viene avviato).
Questi paesi rimarranno quindi fragili per un tempo lunghissimo, da qui il rischio di una nuova crisi di fiducia prima che la loro situazione possa normalizzarsi.

(Notare che l’analisi non include la Grecia, forse perché in quel caso i tempi di ripresa si spostano sul lunghissimo termine, dove come è noto saremo tutti morti).

Questo tra l’altro mi ha rammentato un recente studio della Commissione Europea sulle prospettive di crescita dei paesi eurozona, ignorato chissà perché dai media, dove ho trovato un pessimismo analogo, seppur leggermente più sfumato.

Tutto sommato credo che rimanderò l’iscrizione al PUD€ ancora di qualche giorno.

5 aprile 2014 Pubblicato da | Società | , , , | 7 commenti

Europa: i Piani B

Lo scorso 22 marzo il governatore della Banca centrale belga, Klaas Knot, ha reso noto che nel 2012 il suo Istituto aveva preparato un piano di emergenza per l’uscita dall’euro. L’ammissione ufficiale di ciò che si sa ufficiosamente, e cioè che Banche centrali e Ministri delle finanze lavorano su scenari di implosione dell’eurozona almeno dalla primavera 2011, ha dato lo spunto a Jacques Sapir per alcune considerazioni, tanto più interessanti in quanto l’economista francese ha partecipato attivamente a tali lavori.

L’aspetto sostanziale, tuttavia, sta nella conferma dell’esistenza (logica – ancorché negata) di “piani B”, già evocati in passato da Tremonti e auspicati da Savona, grazie ai quali la dissoluzione dell’Eurozona non sarebbe accompagnata dal caos che gli euroTeisti paventano o minacciano. Purché, evidentemente, sia questa la volontà politica.

La prima cosa da notare, osserva infatti Sapir, è che questi studi dimostrano che l’uscita dall’euro non sarebbe quel pericolosissimo salto nell’ignoto preteso da numerosi europeisti. A questi studi, il cui aggiornamento è sistematico,  concorrono regolarmente anche economisti euroscettici. Essendo fra costoro, Sapir può vantare una conoscenza diretta degli studi di quattro paesi, e può testimoniare che i risultati portano tutti alla conclusione che un’uscita senza drammi è possibile, purché le Banche centrali prendano le opportune misure cautelative.
I diversi studi convergono tutti nell’identificare le stesse criticità:
speculazioni violente a breve termine
evoluzione dei bilanci di banche e compagnie d’assicurazione
spinte inflazionistiche.

Significativo il fatto che per nessun paese l’argomento debito pubblico è stato considerato fra le criticità. Il principio della lex monetae è assodato: il debito emesso da uno Stato sul proprio territorio è rimborsabile nella moneta di quello Stato, sie essa euro o altra valuta nazionale. Nessuno studio ha considerato plausibile lo scenario di un crollo del commercio fra i paesi della zona euro. La valutazioni catastrofiste previste da certi Istituti filo europeisti (- 10% del PIL, per esempio) non sono state validate, né in Francia né altrove. Al contrario, gli studi asseverano le analisi degli “anti-euro”. In Francia, uno studio del Ministero delle finanze attesta l’attendibilità delle prospettive di crescita in caso di forte svalutazione della nuova moneta.

Le criticità identificate sarebbero tali nel caso il sistema finanziario degli Stati restasse immutato, altrimenti, per la maggior parte dei paesi, i calcoli e le stime dimostrano che questi problemi sono gestibili.
Il rischio di forte speculazione dovrebbe essere minimizzato dal controllo dei capitali nelle operazioni finanziarie a breve. Questi controlli dovrebbero essere implementati per un periodo che va da sei a diciotto mesi.
I sistemi bancari italiano, francese, olandese e belga dimostrano nel loro insieme una grande capacità di resilienza all’instabilità generata dall’uscita. Alcuni istituti potrebbero trovarsi in difficoltà, che non sarebbero però maggiori di quelle affrontate nell’autunno del 2008 e comunque di entità tale da non compromettere la capacità di farvi fronte da parte degli Stati.
Un solo paese avrebbe seri problemi, ed è la Spagna. Tenuto però conto del legame fra banche spagnole e banche tedesche, è chiaro che questo paese riceverebbe un aiuto sostanziale.
Il problema è più complesso per le compagnia di assicurazione, ma anche qui le necessità di ricapitalizzazione vanno dallo 0,5% allo 0,75% del PIL, a seconda del paese.

Il rischio inflazione varia in modo considerevole da paese a paese. L’inflazione, per un anno o due, potrebbe essere superiore ai tassi di interesse, e ciò implicherebbe una perdita dei patrimoni finanziari di circa il 10%, compensata almeno in parte dalla rivalutazione di altri elementi patrimoniali quali l’immobiliare, e dall’aumento dei redditi da lavoro.
Sotto questo aspetto, l’uscita dall’euro comporterebbe una redistribuzione parziale della ricchezza, in senso perequativo, intorno al 5-7% a seconda del paese.

Gli effetti positivi dell’uscita sono esaminati solo incidentalmente, dal momento che gli studi si concentrano più sulla dimensione tecnica dei rischi. Tuttavia, in modo implicito o esplicito i vantaggi vengono definiti “importanti” per Francia e Italia, e “significativi” per l’Olanda.

Ciò che gli studi mettono in evidenza è l’aspetto politico [ideologico] della decisione:  chi condivide la rappresentazione per cui l’euro è un traguardo storico irrinunciabile sarà portato a considerare la crisi e la perdurante depressione un prezzo accettabile da pagare per conservarlo; chi al contrario ha un atteggiamento più scettico nei confronti dell’euroTeismo valuterà che è ormai l’ora di metter fine a una disgraziata esperienza durata fin troppo. L’evoluzione dei PIL e degli investimenti nei paesi Euro dimostra quanto esorbitante sia il costo della moneta unica:

Grafico 1 – crescita (2000 =100)

 

Sapir Alllegato 1

Grafico 2 – investimenti (2000 = 100)

Sapir allegato 2

Le conseguenze sociali sono altrettanto drammatiche, e la grande manifestazione di Madrid, il 22 marzo, dimostra che i popoli non sono più disposti a sopportare l’insopportabile. L’euro, fin dalla sua costituzione, sta organizzando la fine dello Stato sociale.

Grafico 3 – disoccupazione

Sapir allegato 3

Davanti al deterioramento della situazione macro-economica e considerati i ridotti mezzi d’azione lasciati alla BCE, è chiaro che i tentativi di salvataggio dell’Euro non potranno che tradursi in un’austerità ulteriore e amplificata. Assieme alla distruzione dello Stato sociale – uno dei capisaldi della cultura europea – si perpetra così la distruzione dell’Europa.
Sarebbe urgente, quindi, che i diversi studi sull’uscita dall’euro fossero finalmente pubblicati nella loro integrità. Sarebbero la base per un dibattito reale per le elezioni europee, che dovrebbero svolgersi sulla questione dell’euro-austerità e dunque, in ultima istanza, sulla questione della permanenza o dissoluzione dell’euro.

Gli europeisti al potere, che siano di destra o di sinistra, il famigerato Partito unico dell’euro (PUDE), continueranno invece a non voler guardare la realtà dei fatti, e sostenere che “un’altra Europa è possibile”, mentre la miseria e la sperequazione continuano a crescere.
Come si dice? Gli dèi accecano coloro che vogliono perdere.

31 marzo 2014 Pubblicato da | Società | , | 1 commento

Jacques Sapir: L’Europa contro gli europei

Partendo  dalla recensione di un recente libro di Coralie Delaume  (Europe – Les états désunis, Michalon, Paris, 2014), Jacques Sapir esprime alcune interessanti considerazioni sul sistema Europa. Qui il testo integrale del suo post, e di seguito un mio riassunto.

Europa trespolo

Il “referendum confiscato” del 2005 in Francia è considerato il peccato originale della costruzione europea – quello che ne ha caratterizzato il successivo sviluppo autoritario. Un episodio che prefigurava la futura  brutalizzazione dei popoli, quello greco in particolare. Ma questo episodio è a sua volta prefigurato dai comportamenti della Troika prima del 2005. Dal “funesto” Trattato di Maastricht in poi, infatti, ci sono state progressivamente sottratte una a una le nostre libertà fondamentali. Con amabilità tartufesca, in nome di una socialdemocrazia e di un’Europa solidale mai realizzata, ci hanno resi orfani della nostra sovranità, e quindi della nostra libertà.

I tre popoli
Ci sono tre concetti di popolo: il popolo democratico, il popolo sociale e il popolo nazionale. Sono gli aspetti interdipendenti di una stessa realtà. Il popolo “democratico” prende forma solo attraverso il popolo “nazionale”. Senza sovranità non ci può essere Stato né legittimità democratica [1]; non ci può essere, di conseguenza, legalità. Affinché possa esistere il popolo democratico, occorre che si costruisca il popolo nazionale, una condizione certamente insufficiente ma assolutamente necessaria. E la costruzione del popolo nazionale non può che passare dallo Stato. Inoltre, la costruzione del popolo democratico implica quella del popolo “sociale”, il quale a sua volta si concretizza nello Stato sociale, espressione delle spinte progressiste dei secoli XIX e XX, che proprio l’odierno sistema europeo sta smantellando.
Senza giustizia sociale, senza equità nella distribuzione della ricchezza, il funzionamento della democrazia viene compromesso e il popolo democratico distrutto.

Quello democratico, quello sociale e quello nazionale sono tre aspetti intimamente legati, se viene meno uno vengono meno gli altri  ed  è allora lo stesso concetto di “popolo” che perde di significato.
Le politiche della Troika (Commissione, BCE, FMI), il cui agire richiama il concetto gramsciano di “cesarismo burocratico”, hanno potuto affermarsi solo perché queste istituzioni si sono poste in maniera ortogonale alla democrazia. Ma se lo stesso FMI ha spesso manifestato dubbi sulla validità di queste politiche, allora bisogna pensare a una specifica dimensione europea nel processo di distruzione delle regole democratiche, dello Stato sociale e infine dei popoli.  Perché al di là di tutti i contorcimenti retorici, l’assenza di un popolo europeo permette alle eurocrazie di disaccoppiare la democrazia dal popolo, uccidendola di fatto come successe fra il 2005 e il 2007 durante il processo che dal “referendum confiscato” arrivò al Trattato di Lisbona.

paresh-troika www.presseurop.eu

Ideologia europeista e anti-politica
L’Unione Europea cerca deliberatamente di sostituire la legittimità politica con una legalità tecnocratica. Stiamo assistendo a una “depoliticizzazione della politica”, secondo un’ideologia le cui fondamenta teoriche si richiamano di fatto a Von Hayek. [2]. Si tratta di sacralizzare la proprietà privata contro qualsiasi limitazione, diretta o indiretta: da qui, la necessità di affermare la vacuità delle scelte politiche contro la pertinenza delle scelte economiche presentate come “tecniche” e in quanto tali naturali e ineluttabili. L’idea che sottostà al concetto di TINA (There Is Not Alternative, non c’è alternativa) è che la politica è superflua: si svuotano le forme  democratiche di contenuto fingendo di continuare a rispettarle.

Quella dell’Unione europea è la storia del progressivo abbandono delle nozioni di sovranità e legittimità a vantaggio della sola legalità. Succede anche nelle democrazie parlamentari, ma dove qui si tratta di una tendenza più o meno accentuata e rettificabile, nell’Unione Europea diventa un processo parossistico privo di controllo alcuno. Bisogna rivendicare l’inversione dei ruoli, ridare legittimità alla legalità. Ormai un provvedimento è giusto perché assunto in modi legali, seppure la legalità viene stabilita in maniera illegittima: è la logica seguita dalla Corte di Giustizia di Strasburgo, una strana corte di giustizia che non ha un popolo di riferimento.
Se gli uomini hanno bisogno di leggi e non possono accontentarsi di accordi bilaterali, è perché l’informazione è imperfetta e le loro capacità cognitive sono limitate. E tuttavia anche le leggi, come i contratti,  sono imperfette e incomplete. Bisogna riconoscere dunque l’irriducibile limitazione del legislatore, e questo implica che una legge può essere ingiusta pur essendo legale. Questo reintroduce la nozione di legittimità. Poiché i legislatori europei sono ben coscienti che il legale è possibile solo in quanto legittimo, hanno cercato di limitare la legittimità al solo aspetto tecnico. Ma affinché una decisione sia tecnicamente legittima, occorre un consenso spontaneo e generalizzato sui valori; tuttavia appena si affrontano problemi complessi questo accordo spontaneo e generalizzato cade. Occorre quindi costruirlo consapevoli che sarà un consenso contingente, legato al contesto della sua costruzione, e questo si chiama Politica. Inoltre, occorre che gli attori che partecipano alla costruzione di un sistema di valori siano liberi. E’ per questo che debbono essere sovrani.

La logica del diritto europeo porta invece alla una figura mostruosa di un legislatore autoreferenziale, che si pretende onnisciente per potersi affermare onnipotente. In questo processo però si libera da ogni vincolo di coerenza. La recente crisi ucraina ne è un buon esempio: da una parte viene riconosciuto un potere che si costituisce attraverso la piazza e rovescia l’assetto costituzionale del paese, solo perché si pronuncia a favore dell’adesione all’UE; dall’altra è dichiarata illegale la legittima decisione della Crimea di esprimersi attraverso un referendum.
Dimostrazione lampante dell’incoerenza e soprattutto della hybris dei dirigenti europei.

Tensioni divisive sempre più forti vengono generate da quegli stessi  meccanismi, fra tutti e in primo luogo l’euro, asseritamente pensati per unire. L’euro distrugge l’Europa. Ai popoli dell’Eurozona, a cui era stata rappresentata la favola di un’unione di paesi cooperativi e solidali, viene oggi richiesto di competere gli uni contro gli altri in una concorrenza al ribasso che sta distruggendo e ha distrutto qualunque parvenza di Stato solidale, annullando una tradizione sociale che era il marchio culturale europeo.

§

[1] In un precedente articolo Sapir cita la sentenza della Corte costituzionale tedesca del 30/06/2009, commentata in questo articolo di eTOILE, secondo la quale il Parlamento europeo non è il luogo della sovranità del Popolo europeo, che non esiste, ma soltanto il luogo di rappresentanza dei Popoli nazionali, i cui diritti non possono essere garantiti che dai rispettivi Parlamenti, cioè dai rispettivi Stati nazionali.

[2] Su Hayek e l’Europa si vedano le convincente analisi  di L. Barra Caracciolo, sia sul suo blog Orizzonte 48 che nel suo libro ( “Euro e/o? democrazia costituzionale” – Dika Giuridica Editrice – Roma 2013).

§

Pubblicato anche su Appello al Popolo.

23 marzo 2014 Pubblicato da | Società | , , , , | 1 commento

Grecia: il cancro può attendere.

Da: ilfattoquotidiano.it

Da: ilfattoquotidiano.it

Sull Washington Post il Ministro della sanità Adonis Georgiadis ha smentito chi sparge voci allarmistiche sulla situazione sanitaria in Grecia: tutti gli ospedali pubblici continuano a fornire assistenza ai casi di emergenza, quale che sia la situazione assicurativa del paziente.

“Tuttavia – ha precisato – una malattia come il cancro non è considerata urgente, a meno che non sia allo stadio terminale”.

Adonis Georgiadis: Koolnews.gr

Adonis Georgiadis: Koolnews.gr

4 marzo 2014 Pubblicato da | Società | , , , | 3 commenti

Di lapsus freudiani, di vassallaggi inconfessati.

Stamattina a Omnibus, su La7, discussione incentrata sull’emergenza lavoro. Conduceva la giornalista Alessandra Sardoni. Ospiti in studio: i politici Lanzillotta di Scelta Civica e Migliore di SEL, e i giornalisti Bechis e Gumpel. In collegamento Filippo Taddei, responsabile economia del PD.
Tutta gente allucinata  dal dato “allucinante” della disoccupazione, balzata a un drammatico 12,9%  (non che il dato del mese precedente, 12,7%,  fosse più rassicurante, ma allora non c’era un giovane Presidente del consiglio a darne contezza via twitter).

Freeforumzone.leonardo.it

Freeforumzone.leonardo.it

Potete immaginare, visti gli intervenuti, che la trasmissione non passerà alla storia per la profondità degli interventi. E tuttavia direi che l’introduzione della conduttrice è stata memorabile, grazie a un lapsus freudiano  davvero significativo, che trascrivo fedelmente di seguito per chi se lo fosse perso:

“… disoccupazione, al 12,9%. Cifre che lo stesso Renzi, ieri, in un tweet, mentre ha riunito il consiglio dei ministri definiva allucinanti. [...] Andrei subito da Filippo Taddei, e partirei dalle cifre allucinanti, come ha detto Matteo Renzi, perché queste cifre allucinanti della disoccupazione hanno fatto – come dire? – reiterare la promessa di questo Jobs-Act entro il 17 marzo, giorno in cui Renzi   dovrà presentarsi … ehm… andrà a colloquio con Angela Merkel”.

E poi dice che i giornalisti certe cose non le sanno.

lastampa.it

lastampa.it

 

1 marzo 2014 Pubblicato da | Società | , , | 1 commento

Renzeide

Immagino che a tutti accada, prima o poi, di provare per certi argomenti un senso di frustrazione, quel sentimento che ti ispira solo un incontenibile desiderio di rimozione perché sai quanto sia profondamente futile parlarne.
E’ quello che capita a me a proposito di tutta la vicenda renziana, dagli esordi primarieschi fino alla gaglioffa defenestrazione di Letta e alla creazione di un nuovo governo  in perfetta continuità politica con i due che lo hanno preceduto. (Ma con il vantaggio rispetto a quello lettiano di una corrispondenza d’amorosi sensi con l’inestinguibile capo di FI, foriera di intese della cui impudicizia abbiamo già avuto ampio assaggio).
Non mi se ne voglia allora se mi limito a qualche copia-e-incolla dei commenti che ho trovato qua e là.

Per una panoramica generale:

[Il governo Renzi] rappresenta in pieno l’essenza del suo premier: vecchi vizi incarnati in anagrafi più fresche, le solite lobby trattate al gerovital e immerse in bagno rosa. Non manca nulla: dalla Pinotti, pasionaria degli F35 alla Difesa, in quanto rappresentante dell’industria bellica e dei suoi “dividendi”, alla confindustrina Federica Guidi, al boss di Cl, l’inamovibile Lupi, a Giuliano Poletti l’uomo che ha traghettato le coop nel meraviglioso mondo del capitalismo finanziario, la montiana Giannini all’istruzione perché porti avanti la privatizzazione dell’istruzione, la Lorenzin alla Sanità, un premio ai pasticci che ha creato, il commercialista Galletti di antica stirpe democrista all’Ambiente che già di per sè è un manifesto di svendita e/o di noncuranza, l’immarcescibile Alfano, il giovane Orlando alla Giustizia in maniera che dimostri la sua multiforme incompetenza e Franceschini alla Cultura, nella evidente speranza che, dai e dai, se ne faccia una.
… L’unico ministro significativo è Pier Carlo Padoan all’Economia, non tanto per il ruolo chiave nel governo, quanto per la continuità che esprime: dall’essere stato consigliori di D’Alema e  Amato, coordinatore per l’Italia delle strategie europee che ci hanno portato al punto in cui siamo, direttore esecutivo per l’Italia dell’Fmi con competenza anche su altri Paesi tra cui Grecia e Portogallo (che già vengono i sudori freddi) e attualmente  capo economista dell’Ocse e presidente dell’Istat. [Simplicissimus]

Qualche dettaglio:

[Marianna Madia] … è una raccomandata di ferro, con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni. E’ pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. E’ figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. E’ fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. E’ stagista al centro studi Ariel di Enrico Letta. La sua candidatura è dunque espressione del più antico e squallido nepotismo, mascherato da novità giovanilista e femminista… ministra della Semplificazione, ovviamente, visto che più semplice la vita per lei non avrebbe potuto essere. [Pier Giorgio Odifreddi]

Su [Federica Guidi] ha già puntato il dito Stefano Fassina del Pd, il quale ha sottolineato che l’azienda della famiglia Guidi – la Ducati Energia – ha commesse con Poste, Fs ed Enel, ed è dunque in affari con lo Stato. Su [Giuliano Poletti] la questione si pone visto che è ancora presidente di Legacoop e Alleanze delle cooperative. Delrio stoppa le polemiche dicendo che  “tutti gli atti che potranno avere un potenziale conflitto d’interesse del ministro Guidi o del ministro Poletti verranno esaminati dal presidente del Consiglio personalmente”. [Repubblica]

Di Roberta Pinotti va rammentata la sua posizioni in materia di F35, espressa l’anno scorso, in qualità di Sottosegretario alla difesa, pochi giorni dopo il monito di Napolitano (il Parlamento non può interferire sulle decisioni operative dei programmi di ammodernamento delle Forze armate – ricordate?) : Il programma F-35 non costituisce un elemento di conflitto tra governo e Parlamento, anzi la mozione approvata dalla Camera è chiara: dal programma non si esce ma ogni ulteriore acquisizione sarà successiva all’approfondimento operato dal Parlamento… Il rischio maggiore che va evitato è quello di una disputa ideologica…  Uscire oggi dal programma vorrebbe dire non solo buttare via tutti i soldi finora impegnati, ma anche bloccare un importante ritorno occupazionale sul territorio … (Formiche.it)

Roberto Giachetti è quello che ha fatto uno sciopero della fame di non so quanti mesi per reclamare l’abolizione del porcellum. Ha smesso quando è stato annunciato un nuovo progetto è stato tirato fuori dal cappello renzusconiano, il pregevole italicum, che obiettivamente non sembra essere molto meglio. Peccato: tanto valeva non iniziarlo, lo sciopero.

Per Graziano Delrio valgono alcune sue dichiarazioni alla trasmissione di Lucia Annunziata. L’uscita sui BOT è servita ai media per sviare l’attenzione da altre affermazioni che la dicono lunga sulla reale determinazione del governo di “andare a sbattere i pugni sul tavolo” (la strategia preferita da quelli che “ci vuole più Europa”):
“Non vogliamo sforare il 3%, non ha senso”
“Vogliamo andare in Europa dicendo che non siamo l’Italia che annuncia le riforme, ma che le fa”.

Del premier Matteo Renzi abbiamo una compiaciuta cronaca di  Repubblica, che quanto a piaggeria e mancanza di senso del ridicolo sfida ormai le vette raggiunte dal compianto TG4 di Emilio Fede: “La prima domenica da premier per Matteo Renzi la inizia con un tweet e prosegue con una telefonata di Angela Merkel: nel pomeriggio, infatti, il presidente del Consiglio ha avuto una conversazione telefonica con la Cancelliera tedesca. [...] Al termine del colloquio, è stato il governo tedesco a far sapere che Renzi ha accettato l’invito della Merkel di recarsi a Berlino a marzo. Sempre nel pomeriggio, telefonata “cordiale” anche con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

(Volete sapere cos’ha twittato il nostro? Et voilà: “Oggi con @graziano_delrio sui dossier. Metodo,metodo,metodo. Non annunci spot, ma visione alta e concretezza da sindaci #buonadomenica”).
Concretezza da sindaci…

Un discorso a parte lo merita il Ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan.
Le sue frequentazioni internazionali (FMI, OCSE) lo rendono fra i più qualificati a portare avanti politiche economiche di stretta osservanza  euroTeista: austerità, distruzione dello stato sociale, riforma (i.e. precarizzazione) del lavoro.
In un’intervista a  The Wall Street Journal, un anno fa, ebbe a dichiarare: “There is a risk that reform fatigue increases significantly, with governments facing very strong social resistance, and that happens at the wrong moment, because we are almost there. Our message is, we have done a lot in Europe, let’s not waste it. The growing perception that austerity has been futile is incorrect. Fiscal consolidation is producing results, the pain is producing results”.
Traduco per i diversamente anglofoni: C’è il rischio che la stanchezza delle riforme aumenti significativamente, con i governi costretti a fronteggiare una forte resistenza sociale, e questo succede nel momento sbagliato [che sfiga!], perché ci siamo quasi. Il nostro messaggio è: abbiamo fatto un grosso lavoro in Europa, non sprechiamolo. La crescente percezione che l’austerità è stata inutile non è corretta. Il consolidamento fiscale sta dando risultati. Il dolore sta dando risultati.

Parole alte, che ricordano il miglior Mario Monti, quello che “la Grecia è la migliore prova del successo dell’euro” – non siete d’accordo?

La dichiarazione è commentata anche da Emiliano Brancaccio, in un post dove ricorda Padoan come professore a un master di economia.

“Padoan – scrive - in aula appariva un po’ distratto, vagamente annoiato, non particolarmente persuaso dai grafici che egli stesso tracciava sulla lavagna. Di una cosa tuttavia il nostro pareva convinto: la sostenibilità futura della nascente moneta unica europea era da ritenersi un fatto ovvio, fuori discussione. Era il 1999, data di nascita dell’euro, e Padoan guarda caso teneva il corso di Economia dell’Unione europea. Una volta gli chiesi cosa pensasse delle tesi di quegli economisti, tra cui Augusto Graziani, che esprimevano dubbi sulla tenuta dell’eurozona; domandai, in particolare, quale fosse la sua valutazione di quegli studi che già all’epoca criticavano l’idea che gli squilibri tra i paesi membri dell’Unione potessero essere risolti a colpi di austerità fiscale e ribassi salariali. A quella domanda Padoan non rispose: si limitò a scrollare le spalle e a sorridere, con un po’ di sufficienza. All’epoca in effetti l’atteggiamento di Padoan era piuttosto diffuso. L’euro veniva considerato un fatto definitivo, discutere di una sua possibile implosione era pura eresia”.

E a proposito dell’incredibile pistolotto al WSJ sull’austerità, Brancaccio osserva:

“Ci sono due modi per interpretare questa affermazione.
Il primo è che Padoan stia cinicamente interpretando l’austerity come fattore di disciplinamento sociale. Dal punto di vista dei rapporti di forza tra le classi sociali ci sarebbe del vero in questa idea. Mettendola in questi termini, tuttavia, Padoan sottovaluterebbe il fatto che l’austerity sta anche contribuendo alla cancellazione di ogni residua istanza di coesione tra i popoli europei.
Il secondo modo di interpretare Padoan è che egli ritenga tuttora che le attuali politiche aiuteranno il rilancio dell’economia. In questo caso avanzerei il sospetto che Padoan sia stato sedotto dai risultati di un suo ardimentoso studio recente, secondo il quale i paesi che passano da una situazione di indebitamento ad una di avanzo estero, e che immediatamente attivano politiche di austerity in grado di abbattere il rapporto tra debito e Pil, hanno maggiori probabilità di aumentare la crescita della produzione. Ora, anche volendo trascurare gli enormi limiti di significatività di questo studio, il problema è che esso entra in contraddizione con le evidenze oggi disponibili: non ultimo il fatto che l’austerity non sta affatto determinando una riduzione del rapporto tra debito e Pil.
In un caso o nell’altro, non deve meragliare che Paul Krugman abbia tratto spunto dall’improvvida dichiarazione di Padoan per commentare che “certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’OCSE”.

Capite perché quel senso di frustrazione di cui parlavo all’inizio?

tg.24.Sky.it

tg.24.Sky.it

25 febbraio 2014 Pubblicato da | Società | , | Lascia un commento

Ucraina

.

Kiev  (da  Semplicissimus). Corpi anti-sommossa? No, manifestanti…

.

Ucraina§

23 febbraio 2014 Pubblicato da | Geopolitca, Società | , | 1 commento

Sirene

.

download

Sul sito web di Micromega trovo un post di Curzio Maltese, a favore della lista Tsipras per l’elezione del leader di Syriza alla presidenza della Commissione europea: 

“Voterei volentieri per la sinistra riformista alle prossime elezioni europee se soltanto, in questi ultimi anni, fossi riuscito a capire quale sarebbe il progetto alternativo di Europa dei socialisti europei. Col passare del tempo le differenze rispetto alla destra sono sempre più sottili, tanto che in Germania e in Italia per l’Spd e il Pd è diventato ormai naturale governare con la destra, sulla base di un’agenda economica fondata sull’austerità e i dogmi liberisti delle banche centrali e dell’Fmi. Quanto alla Francia, non pare proprio che Hollande abbia segnato una svolta rispetto alle politiche europee di Sarkozy, soprattutto nel rapporto privilegiato con la Germania della signora Merkel.
Esiste dunque il rischio concreto che le elezioni europee di maggio, forse le più importanti dalla nascita dell’Unione, si riducano a uno scontro fra chi difende l’Europa così com’è e un fronte anti europeo eterogeneo ma accomunato da retoriche populiste e da nostalgie nazionaliste. Insomma, come si sarebbe detto in altri tempi, un confronto fra conservatori e reazionari. In altri termini [...] stiamo assistendo a uno scontro fra un’idea di Europa già fallita nei fatti nell’ultimo decennio, e un ritorno alla sovranità nazionale che è fallita assai più tragicamente nel secolo scorso.
La proposta di Tsipras è l’unica possibilità di un futuro diverso, di un’Europa ricostruita sul valore della solidarietà e non dei parametri economici”.

Ho trovato condivisibile la prima parte dell’articolo, dove  Maltese riconosce – bontà sua – l’omogeneità politica e ideologica dei partiti istituzionali: CDU-SPD in Germania, FI-PD in Italia,  UMP-PS in Francia. Sulla seconda parte ho avuto qualche obiezione, e infatti ho obiettato. Il mio commento ha ricevuto, per quel che vale, un buon numero di “mi piace”,  e due repliche di altri lettori alle quali ho risposto.

Trascrivo di seguito il tutto:

§
Mio commento:

La Corte costituzionale tedesca (sentenza del 30 giugno 2009), ha acutamente osservato che “il popolo europeo non esiste e l’UE resta un’organizzazione internazionale i cui trattati rimangono proprietà degli Stati che vi hanno aderito: il Parlamento europeo non è il luogo di rappresentanza di un Popolo sovrano europeo, ma un luogo di rappresentanza di differenti popoli, i diritti dei quali possono essere garantiti solo dai rispettivi Stati nazionali”.

Vale a dire che la principale funzione del Parlamento europeo – a parte deliberare sulla scadenza delle mozzarelle –  è quella di conferire ai popoli europei l’illusione di vivere in una democrazia: il voto, in questo senso, è solo un potente sedativo.

Lei stesso, qualche tempo fa, scrisse: “…Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti  che dopo Monti non ci sarà un governo politico vecchio stile [...] ma un gabinetto tecnico il cui teorico presidente del consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il Governatore Mario Draghi. Questo sarà la politica dei prossimi anni, il resto sono slogan“ (La Repubblica, 13 aprile 2012).

Non ho mai capito se la sua era un’amara considerazione o l’accettazione pragmatica di una situazione di fatto: i “vincoli esterni”, dalle parti del suo giornale, La Repubblica, sono molto popolari.
In ogni caso il punto rimane: questa Europa, con l’Euro che ne è principale strumento, non è un sistema democratico. Personalmente lo considero paternalistico e autoritario , cioè sostanzialmente fascista. Valga per tutti il metodo con cui decisioni rilevanti per la vita di interi popoli vengono portate avanti, che Jean-Claude Junker (presidente Eurogruppo 2005-2013, uno che di queste cose se ne intende) descrive in questi temini: “Prima decidiamo qualcosa, poi la lanciamo nello spazio pubblico. In seguito aspettiamo un po’ e guardiamo cosa succede. Se non fa scandalo o non provoca sommosse, perché la maggior parte delle persone non si sono neanche rese conto di ciò che è stato deciso, continuiamo, passo dopo passo, fin quando non sia più possibile tornare indietro” (Der Spiegel, n 52/1999).

Che non si tratti di una battuta è sotto gli occhi di chiunque abbia voglia di vedere: la struttura autoritaria dell’Unione europea è stata costruita in questo modo. Anche grazie alla compiacente distrazione dei media e al conformismo della gente, molto più disposta ad appassionarsi per un rigore negato che per un pareggio di bilancio imposto  in Costituzione.
Un esempio recente è il famigerato bail-in di Cipro, che se riletto passo passo fino alle odierne decisioni sull’Unione bancaria europea, non può che esser visto come la diligente, ennesima applicazione di questo metodo.
La proposta Tsipras di riforma dell’Europa verso valori di solidarietà e cooperazione – quella solidarietà e cooperazione fra i popoli con cui ci è stato venduto il brand Unione Europea -  è solo velleitaria, e perciò colpevolmente “sedante”. Eccole alcuni perché:

Perché non esiste una coscienza europea e quindi non esiste solidarietà. Altrimenti qualcuno dovrebbe spiegare come mai in cinque anni nessuno si è mosso a protestare contro il disastro perpetrato nei confronti del popolo greco: non gli altri popoli, che hanno assistito inerti; non le classi dirigenti delle altre nazioni, e men che meno le classi dirigenti delle nazioni “Piigs”, intente a sgomitarsi per entrare nel “salotto buono” europeo, se non per accomodarsi almeno per restarvi in piedi, ossequienti. (Ricordiamo il maramaldeggiante scatto d’orgoglio di Napolitano, quando a Helsinki, nel febbraio 2012, ebbe a dichiarare “L’Italia non è la Grecia”,  parafrasi capovolta di un ben più pregnante “Ich bin ein Berliner” pronunciato in altri tempi da ben altro capo dello stato).
Perché la solidarietà, in concreto, suppone che i paesi “core”, Germania in primis, accettino trasferimenti verso i paesi “piigs” stimati intorno all’8-12% dei loro PIL per almeno 10 anni (cfr Sapir e Artus): qualcosa di economicamente insostenibile per questi paesi, ma anche politicamente improponibile – visto che il narrato della loro classe politica ai loro cittadini è sempre stato che i paesi periferici sono brutti, sporchi e cattivi e meritano di versare nelle condizioni in cui versano, fino a completa espiazione dei loto peccati.
Perché per definizione un regime autoritario, finalizzato alla tutela delle élites finanziarie, non è riformabile. Inutile, ha detto qualcuno, chiedere ai poteri di riformare il potere.

Tsipras finirà per essere  omologato nella confortevole insignificanza del Parlamento europeo, dove potrà alzare la propria voce a piacere, ma in una sala politicamente insonorizzata.
Da questa Europa occorre solo uscire, perché – nonostante le apodittiche e reiterate accuse di populismo  alle posizioni anti-europeiste, restarvi significa accettarne lo spirito reazionario e antisociale; un po’ come quei signori che si illudevano di riformare il fascismo dall’interno, accettandone le regole, senza rendersi conto (ma davvero non se ne rendevano conto?) di contribuire a perpetuarlo.
§

Replica primo lettore:
Se non si va a Bruxelles con l’intento di completare la costruzione dell’Europa è evidente quanto sia insufficiente quanto costruito fin’ora. Se non guardate sulle carte geografiche e geo-economiche quanto pesino nella oramai aperta (anche se non ci piace) comunità mondiale entità come Cina, USA od India, non capirete certo quanta necessità di Europa abbiamo. Se non richiamate alla memoria la storia europea dalla fine dell’impero romano, zeppa di guerre e distruzioni, fino al 1945, non vi renderete conto di quale promessa sia l’Europa. Non abbiamo alcuna certezza che Tsipras od altri ci garantiscano questo futuro ma non possiamo rinunciare alla speranza.

Mia risposta:
Lei come molti altri continuate a pensare che l’Europa è quel progetto ideale che ci è stato raccontato (l’Europa di Spinelli, semplificando), e che il sistema attuale è solo un incidente di percorso più o meno facilmente redimibile. Io e tanti altri pensiamo che il sistema comunitario attuale non sia un incidente di percorso, ma la realizzazione di un preciso progetto autoritario finalizzato alla distruzione dello stato sociale e alla redistribuzione della ricchezza a vantaggio di pochi, una super-classe di finanzieri e tecnocrati.
Mi pare che le evidenze, a oggi, danno ragione a noi. E se noi abbiamo ragione, allora non mi pare il caso di aspettarsi che chi è al vertice di questo sistema accetterà di buon cuore di rinunciarvi, tanto meno se a chiederlo sarà qualcuno (Tsipras) che ha già detto che comunque vada non intende mettere in discussione l’euro: con ciò dichiarando di fatto che la sua pistola è caricata a salve.

Replica secondo lettore:
Al sig. Poggi vorrei dire che i cambiamenti si promuovono o stando dentro le istituzioni assumendosi i rischi e le responsabilità di una fronda attiva (Cavour, Grandi, Gorbaciov) o imbracciando le armi (Napoleone, Garibaldi, Che Guevara) o producendo idee e proposte innovative (Gesù, S. Francesco, Voltaire, Mazzini, Marx).
Sono tutte opzioni degne e potenzialmente efficaci ma non ne vedo altre.
Certamente non produce cambiamenti limitarsi dire “la situazione è questa e, per quanto spiacevole, non possiamo farci niente”. Questo tipo di atteggiamento è utile per far carriera in ogni campo, ma non a cambiare almeno un po’ le cose né a vivere degnamente il proprio tempo. Se il problema è la mancanza di solidarietà tra le nazioni uscire dall’Europa a cosa può servire?
Forse a fondare un Unione europea parallela? Costruire un esercito e riprovare unificare l’Europa con le armi?
Qual’è, insomma, il Piano di quanti propongono di fare a meno di quel poco di Europa che abbiamo solo perché quel poco non è abbastanza?
Conosciamo, invece, purtroppo, e molto bene, i piani degli antieuropeisti veri: chiudere il mondo fuori dall’uscio di casa e farsi gli affaracci propri al riparo da ogni vincolo di solidarietà non dico europeo, non dico nazionale, ma nemmeno municipale. Costoro coltivano il sogno di una vita senza tasse, senza debiti, senza doveri verso il prossimo e verso le generazioni future. Il sogno di Don Giovanni, il sogno di Pinocchio e Lucignolo dal quale ci si risveglia con addosso le orecchie dell’asino.

Mia risposta:
Chi come me propone di fare a meno di questa Europa non lo fa perché “questa Europa non è abbastanza” ma perché questa Europa è “tutt’altro”: non è l’Europa di Spinelli, né quella che ci è stata venduta successivamente come ideale di solidarietà e cooperazione, ma un sistema anti-solidale, individualista, fortemente competitivo fra nazioni.
Non so se ci ha fatto caso, ma da quel sogno che ci avevano raccontato, per cui si doveva tutti insieme essere una grande squadra che avrebbe giocato nel grande campionato mondiale, siamo passati ad una realtà in cui si gioca tutti contro tutti in un campionato regionale dove per di più a stabilire le regole è la squadra più forte.
Non so se ci ha fatto caso, ma in nome di magici numeri stabiliti arbitrariamente (3% di deficit, 60% rapporto Debito/PIL… ma dov’è scritto, nella Bibbia?) si devasta la vita di milioni di persone (in Grecia, in Portogallo, in Spagna, in Italia) senza che nessuno alzi un dito a dire basta.
Trovo la sua conoscenza dei “piani anti-europeisti” piuttosto rozza. Ma se il suo concetto di “vincolo di solidarietà” si riconosce nella realtà di questa Europa, allora sono d’accordo sul fatto che abbiamo modi completamente diversi di immaginare la fratellanza fra i popoli.
Mi pare anche che proprio la metafora di Pinocchio si attagli perfettamente alla situazione: siamo entrati festanti in quello che ci raccontavano essere il Paese del Balocchi, ma passata la festa ci ritroviamo a essere tanti ciuchi ai quali vengono imposte busse e sacrifici a beneficio di una superclasse di  finanzieri e tecnocrati. Si rilegga il seguito della storia: Pinocchio, a differenza di Lucignolo che vi morì, riuscì a salvarsi in circostanze fortunose fuggendo da quel luogo di orrori. La fiaba non dice se in seguito Pinocchio abbia mai vagheggiato di tornare al Paese dei Balocchi per riformarlo. Io scommetto di no.

.

pinocchio-48

12 febbraio 2014 Pubblicato da | Società | , , , , | 2 commenti

Fosfeni economici

.

Letta golfo

Su La Stampa del 4 febbraio, a proposito della missione nel Golfo del nostro Presidente del consiglio, si legge:

“Enrico Letta torna a Roma dalla sua missione nel Golfo. E lo fa ‘con il sorriso sulle labbra’, perché nel suo road show del sistema Italia tra Emirati, Qatar e Kuwait, incassa importanti segnali di ‘fiducia verso l’Italia’. Ma anche e sopratutto fatti. A cominciare da quei 500 milioni che mette in valigia per le imprese tricolori, e quindi per la crescita ed il lavoro, che il ‘più antico e prestigioso fondo sovrano del mondo, Kia (Kuwait Investment Authority), ha deciso di dare all’Fsi (il fondo strategico di Cassa Depositi e Prestiti) per investire nelle medie e grandi imprese del Made in Italy’. Una boccata di ossigeno, in termini di capitalizzazione, la cui ricaduta sulla crescita e il lavoro non tarderà, assicura il premier. Che parla così di ‘colpo grossoil più grande che porta a casa dal Golfo. Ma non l’unico’ “.

Ulteriori dichiarazione riportate dal Giornale.it :

“In conferenza stampa [il Presidente Letta] ha poi chiesto a Confindustria di dare ‘segnali di fiducia e non solo di disfattismo’, dicendo che gli accordi sottoscritti in questi giorni sono il segnale che ‘fuori dall’Italia credono in noi’ “.

Per capire l’importanza della somma messa in valigia conviene un minimo di contestualizzazione: la dessero a me mi risolverebbe la vita; data al sistema Italia l’impatto è probabilmente meno significativo.

500 milioni di euro rappresentano:
0,03%   del PIL
3,0%     del costo previsto per l’acquisto degli F35
0,5%     dei crediti (scaduti) delle imprese italiane nei confronti della Pubblica amministrazione, per i quali stiamo subendo l’ennesima procedura di infrazione da parte della UE
6,3%     oppure 1,4% del costo della TAV in Val di Susa, a seconda che si assuma il preventivo più ottimista o quello più pessimista  (rispettivamente 8 mld e 35 mld)
4,3%     del costo delle Olimpiadi 2024, se mai sarà accettata la candidatura italiana che Letta sembra intenzionato a proporre (base: giochi olimpici di Londra nel 2012, 11,5 mld)
6,7%     della recente ricapitalizzazione Bankitalia (7,5 mld), che a dispetto dei dinieghi reiterati ma non motivati continua a essere un regalo alle banche italiane
0,5%     del contenzioso fiscale con le concessionarie giochi (90 mld), poi transato a 2,5 mld e infine, pare, chiuso a 600 milioni.
33,3%  della cifra stanziata dalla UE nel 2013 a favore dell’Italia (1,5 mld) per l’occupazione giovanile; quella che consentì al  governo Letta “di lavorare al secondo pacchetto lavoro” e indurre le imprese ad assunzioni di massa, dal momento che ora “non avevano più alibi e potevano riprendere ad assumere giovani” (ma la mancanza d’alibi non impedì alla disoccupazione giovanile di passare dal 35% di fine 2012 al 41,6% di fine 2013).

Mi fermo qui. Se questo è il colpo grosso più grande, chissà gli altri.

Ma quel “fuori dall’Italia credono in noi” mi trasporta nostalgicamente al marzo di due anni fa, e alle dichiarazioni di un altro Presidente del consiglio anche lui in trasferta da piazzista, quella volta in Estremo Oriente. Da laggiù Mario Monti mandava a dire, con l’inconfondibile stile del tecno-burocrate: “

“Comincia a diffondersi l’apprezzamento per ciò che il nostro Paese ha saputo fare in pochi mesi in termini di riduzione del disavanzo, riforma delle pensioni, liberalizzazioni.
Ma restano una riserva, una percezione errata, un forte dubbio. La riserva, comprensibile, riguarda il mercato del lavoro. Con quali tempi il Parlamento approverà la riforma proposta dal governo? Finché la percezione errata e il dubbio non saranno dissipati, la fase attuale verrà considerata come una interessante «parentesi», degna forse di qualche investimento finanziario a breve termine. Ma le imprese straniere, come del resto quelle italiane, saranno riluttanti a considerare l’Italia un luogo conveniente nel quale investire e creare occupazione”.

La riforma poi si fece, come ognuno ricorda. L’Italia continuò a essere un luogo sconveniente per investire e creare lavoro; le imprese straniere seguitarono a riluttare; in buona parte quelle italiane delocalizzarono o fallirono. Quanto alla disoccupazione, si ostinò a crescere, passando dall’8,4% di allora al 12,7% di oggi. All’epoca il Presidente del consiglio continuava a vedere luci in fondo al tunnel, poi rivelatesi frutto di quei fenomeni entoptici conosciuti come fosfeni.

Oggi come allora un altro Presidente del consiglio inalbera analoga fiducia, sicuramente vittima della stessa patologia visiva. Perché se non si trattasse di patologia allora bisognerebbe parlare, in entrambi i casi, di malafede: e questo è ovviamente fuori discussione.

monti tokyo

8 febbraio 2014 Pubblicato da | Società | , , | 2 commenti

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 535 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: