Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

Napolitano: gli auguri di fine anno e il discorso programmatico

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La mia opinione (irrilevante, lo so) è che il Presidente Giorgio Napolitano sia il peggior Capo dello stato che abbiamo mai avuto,  capitatoci per soprammercato nel momento peggiore della storia repubblicana.

È davvero sconcertante e triste la parabola di questo anziano signore che, dismessa la maschera progressista usata per buona parte della sua vita senza mai trovarcisi a suo agio,  è diventato paladino del riformismo reazionario per compiacere l’Europa neo-liberista di cui è fervente (e vibrante, direbbe Crozza) sostenitore anche a dispetto dei dettami costituzionali.

Non ho intenzione di rifare la cronistoria delle sue discutibili scelte politiche degli ultimi anni, ma ho sempre in mente due sue uscite minori, che tuttavia sono significative per rivelarne statura e orientamento.
La prima, nel dicembre 2011, in appoggio alle misure di austerità che sarebbero state varate dall’appena nominato governo Monti, quando affermò che “il Paese chiede sacrifici agli italiani di tutti i ceti sociali, anche agli italiani dei ceti meno abbienti”, quasi che i ceti meno abbienti non avessero già pagato – e per primi, le conseguenze della crisi.
L’altra un anno dopo, in visita ufficiale a Helsinki, quando dichiarò: “L’Italia non è la Grecia“, un’excusatio non petita il cui senso, per giunta, suonava insultante verso un paese che la solidarietà europea aveva già umiliato e prostrato, e ci disonorava (dal momento che rappresentando la Nazione parlava in nome di noi tutti) per denotare verso il debole un’attitudine vessatoria, e per dirla tutta un po’ meschina, che credevo avessimo imparato a evitare.
Oltre alle parole, a impressionarmi in entrambe le occasioni era stata l’assenza di reazione da parte dei media, che riportavano quelle frasi con la solita compunta piaggeria senza che nessuno (a mia conoscenza) fra la miriade degli illuminati opinion-maker sollevasse una riserva.

Il Presidente Giorgio Napolitano, lo scorso 16 dicembre, ha voluto consolidare il suo primato negativo, e lo ha fatto nel corso della  cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno “con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile”, in un intervento – applauditissimo – dove ha sostanzialmente dettato l’agenda politica del paese. Con buona pace dell’articolo dell’articolo 87 della nostra Costituzione e della rappresentanza dell’unità nazionale che la carica gli imporrebbe.

Del suo articolato discorso programmatico, citerò solo un passaggio, che trovo particolarmente esemplare dello stile, là dove dice: “Si sono poste le basi per un’ampia riforma del mercato del lavoro, aperta a molteplici esigenze di necessario rinnovamento, e divenuta improvvidamente oggetto di un’interpretazione riduttiva, concentrata sul punto di massimo possibile dissenso“. Una delegittimazione in piena regola delle ragioni delle opposizioni, dei sindacati e dei lavoratori che hanno manifestato la loro contrarietà a questo provvedimento, nella fondata convinzione che esso vada a restringere ulteriormente i già compromessi diritti dei lavoratori anziché allargarli. Una liquidazione arrogante, dove una battaglia per molti sacrosanta viene derubricata a improvvida interpretazione riduttiva concentrata sul punto di massimo possibile dissenso (brillante perifrasi, questa, per non nominare l’articolo 18).

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Napolitano 2014
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Per il resto del discorso, vi propongo la più estesa disamina di Alessandro Gilioli, che si è dato la sgradevole incombenza di analizzare altri punti qualificanti in suo articolo sull’Espresso intitolato “Debunking Napo” (Debunk:  sfatare, ridimensionare, demistificare).

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«Il forte consenso espressosi nelle elezioni del 25 maggio per il partito che guida il governo italiano ha oggettivamente garantito accresciuto ascolto e autorità all’Italia nel concerto europeo».
Mai sentito nella storia della Repubblica un endorsement così smaccato da parte del Capo dello Stato per uno dei partiti presenti in Parlamento, mai. Notare l’avverbio, “oggettivamente”, che elimina sul nascere ogni ipotesi o opinione diversa.

«Il governo italiano ha potuto operare validamente, e con senso di maggior sicurezza, in un clima nuovo di attenzione, per porre al centro dello sforzo comune esigenze, elaborazioni, proposte per un nuovo corso delle politiche finanziarie e di bilancio dei Ventotto, oltre i limiti divenuti soffocanti e controproducenti della “austerità».
Qui all’endorsement per Renzi si aggiunge un’annotazione un po’ grottesca: è stato proprio lui l’inventore di Mario Monti e del suo governo, quello dell’austerità, appunto.

«Il tema delle riforme necessarie per determinare condizioni idonee allo sviluppo degli investimenti, alla creazione di nuovo lavoro, alla maggior produttività e competitività delle nostre economie ha oramai assunto dei contorni precisi, un’ampia articolazione concreta. E in questo senso bisogna considerare il programma di riforme messo a fuoco dal Presidente Renzi e dal suo governo: si tratta di un programma vasto, da scaglionare nel tempo complessivo che lo stesso governo ha voluto assegnarsi: ma che ha dato il senso di quale cambiamento fosse divenuto indispensabile, e non più eludibile o rinviabile».
Il Jobs Act “ineludibile e non rinviabile”: qui si arriva all’endorsement ad legem. Una legge peraltro che incontra opposizione aspra in Parlamento ma anche da parte di qualche centinaio di migliaia di persone nelle piazze, su cui quindi il Paese è profondamente diviso.

«Non posso non richiamare quanti vogliano mantenere e far registrare dissensi su questa riforma a non farlo con spregiudicate tattiche emendative che portino a colpire la coerenza sistematica della riforma».
Qui invece si parla della riforma del Senato spiegando all’opposizione (e alla minoranza dem) cosa può fare e cosa no in Parlamento. Vietato colpire la “coerenza sistematica” della proposta Boschi. Illuso quindi chi pensava che fare opposizione secondo la legge e i regolamenti valesse più delle regole arbitrariamente dettate da Napolitano.

«Adoperarsi per tornare indietro rispetto alla oramai sancita trasformazione del Senato in espressione significherebbe solo vulnerare fatalmente la riforma, il suo senso, la sua efficacia. Rispettare, pur nel dissenso, la coerenza delle riforme in gestazione – sul bicameralismo, sui rapporti tra Stato e Regioni, e anche sull’altro, fondamentale tema della legge elettorale – è un dovere di onestà politica e di serietà istituzionale».
Qui andiamo oltre: si dà per sancita una riforma costituzionale che invece è stata approvata solo una volta in un solo ramo del Parlamento, mentre la Costituzione prevede due passaggi in ogni Camera più l’eventuale referendum popolare. Quindi si dà dei disonesti e dei poco seri a quanti si oppongono a questa riforma e all’Italicum.

«Il governo ha mostrato un tasso di volontà riformatrice e di determinazione politica e istituzionale che ha riscosso riconoscimenti e aperture di credito assolutamente notevoli sul piano internazionale. Si sono in sostanza messi in moto processi di cambiamento all’interno, e un fenomeno di attenzione fiduciosa dall’esterno».
Un altro endorsement per la maggioranza, intermediato “dall’esterno”, a cui viene attribuito un credito “assolutamente notevole” (notare, di nuovo, l’avverbio che non lascia margini di discussione in merito).

(Ci sono) «sfide e rischi sul piano della sicurezza interna, cui bisogna dare maggiore attenzione non solo nel “giorno per giorno”, ma in termini strategici, dinanzi al manifestarsi e al fermentare di pulsioni violente e di tendenze alla delegittimazione delle nostre istituzioni, tra le quali le stesse forze di polizia».
Se i poliziotti menano, quindi, non si deve più dire.

«Tutto ciò deve indurre al massimo senso del limite, al massimo rispetto della legge e del costume civile».
Sul rispetto della legge non ci sono dubbi, ma anche il rispetto dell’articolo 87 della Costituzione – “il Capo dello Stato rappresenta l’unità nazionale” – sarebbe gradito. Questo invece è stato un discorso tutto per una parte e contro le altre, per una manciata di leggi e contro chi vi si oppone.

«Non possiamo essere ancora il Paese attraversato da discussioni che chiamerei ipotetiche: se, quando e come si possa o si voglia puntare su elezioni anticipate, da parte di chi e con quali intenti; o se soffino venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa. È solo tempo – e inchiostro – che si sottrae all’esame dei problemi reali, anche politici, che sono sul tappeto; è solo un confuso, nervoso agitarsi che torna ad evocare, in quanti seguono le vicende dell’Italia, lo spettro dell’instabilità».
Ah sì, anche il rispetto dell’articolo 21 della stessa Costituzione sarebbe gradito. Che per l’uso dell’inchiostro, e della tastiera, non prevede la richiesta del permesso al Quirinale.

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18 dicembre 2014 Posted by | Società | , , , , | 9 commenti

La Grecia, di nuovo

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Si torna a parlare di Grecia, ora che il rischio di elezioni anticipate, con Syriza largamente in testa nei sondaggi, manda in fibrillazione le borse che da un giorno all’altro “bruciano” fantastiliardi di euro (virtuali),  secondo l’immaginifica ancorché vieta titolistica dei media. Fino a qualche giorno prima questo paese era citato solo sporadicamente, insieme alla Spagna, a nostra edificazione come esempio di uscita dalla crisi grazie alle “riforme”. Se si cercavano notizie sulle manifestazioni di protesta, che pure continuano, occorreva andarsele a cercare in rete; ma l’informazione omologata, si sa, ha altre priorità.

Della Grecia si è recentementeoccupato il  Levy Economic Institute, che il 21 e il 22 novembre ha organizzato un convegno ad Atene sul tema “Europa al bivio: un unione di austerità o di crescita convergente?”. A questo indirizzo troverete il denso programma dei lavori, con gli argomenti trattati dai relatori e la lista degli economisti che vi hanno partecipato.

Mentre ci sono state divergenze circa le soluzioni proposte, l’analisi della situazione ha trovato i relatori sostanzialmente d’accordo.
L’economista C.J. Polichroniou su Truth-Out ne riassume le conclusioni:

Debito Greco 2011-2014

1) Il programma di salvataggio della Grecia è fallito miseramente. Le draconiane misure di austerità imposte dai paesi creditori (UE e FMI) hanno portato a una severa recessione e a ricadute drammaticamente negative sul benessere della popolazione, in termini di disoccupazione, estrema povertà e allargamento delle disuguaglianze.
2) Le politiche imposte erano più orientate a punire il paese per la sua “dissolutezza” che a risolverne la crisi.
3) La Grecia non sarà in grado di uscirne senza una significativa [ulteriore] ristrutturazione del debito.
4) Nonostante l’evidenza storica che durante i cicli recessivi le politiche di consolidamento fiscale [austerità] sono dannose, dopo la crisi globale del 2008 si è scelto di assecondare le indicazioni della Germania e imporle, peggiorando la situazione.
5) Le politiche economiche tedesche sono considerate sacrosante e fuori discussione, nonostante che la dottrina della “austerità espansiva” porta a catastrofici risultati economici e sociali, pregiudica l’ordinamento democratico e spesso produce estremismo politico.
6) L’insistenza della Germania per profonde riforme strutturali costituisce un pretesto, in assenza di piani di crescita a lungo termine. Peter Bofinger, l’unico consigliere economico keynesiano nella cerchia della Merkel, ha ricordato con sarcasmo che quando ha chiesto ai suoi colleghi neoliberisti tedeschi di elencare almeno tre “riforme strutturali” di cui la Spagna avrebbe bisogno per diminuire il suo massiccio tasso di disoccupazione, essi non hanno saputo citarne nemmeno una.
7) La crescita nell’eurozona è stagnante e le prospettive future sono estremamente incerte senza un profondo cambiamento delle attuali politiche economiche, specie per quanto riguarda l’austerità e i pareggi di bilancio.
8) Il tasso degli investimenti nell’eurozona è caduto significativamente dal 2008, un segno inequivocabile delle preoccupazioni che gli investitori internazionali nutrono circa il futuro dell’Europa.
9) Il sistema dell’unione monetaria contiene carenze strutturali, che se non risolte porteranno alla dissoluzione dell’eurozona.
10) I paesi UE che non appartengono all’area euro hanno ragionevoli motivi per non entrare nell’eurozona.

[English original  – Copyright, Truthout.org. Translated with permission]

Non c’è che dire, un bell’insieme di capi d’accusa nei confronti della miopia tedesca e della pochezza politica dei paesi dell’eurozona che ne hanno accettato supinamente la dottrina.

Vale la pena sottolineare che l’affermazione per cui le politiche imposte alla Grecia erano orientate più a castigarla che a soccorrerla non è affatto una congettura.
Lo racconta Tim Geithner, ex Segretario del Tesoro americano, nell’intervista che è stata la traccia preparatoria al suo libro “Stress Test: Reflections of Financial Crises“. Sono 100 pagine di trascrizione, alcune delle quali venute recentemente in possesso del Financial Time, con significativi dettagli che nel libro sono stati omessi. Geithner ricorda la riunione dei G7 tenuta il 5 e 6 febbraio 2010 a Iqaluit, in Canada, quando il panico per la crisi greca cominciava ad affondare le borse. Nel libro parla genericamente di richiami “alla giustizia da Vecchio Testamento”, ma nella trascrizione è molto più esplicito:

… C’era un fottuto disastro, in Europa […] Gli europei, sostanzialmente, dicevano: ‘Daremo una lezione ai greci. Sono veramente terribili. Ci hanno mentito. Ci hanno succhiato il sangue e sono dei dissoluti; hanno approfittato di tutto e adesso li schiacceremo…’ Questo era l’atteggiamento […] Ricordo che dissi loro: ‘Potete mettere quella gente sotto i piedi, se è questo che volete. Ma dovete essere sicuri di controbilanciare la cosa con un messaggio che assicuri l’Europa e il mondo che controllate la situazione’ […] Era agghiacciante sentirli blaterare di azzardo morale o fottuta roba del genere. Dissi: ‘Va bene. Se volete essere duri con loro va bene. Ma dovete controbilanciare con una rassicurazione un po’ più credibile, che non lascerete che la crisi si diffonda oltre la Grecia, dovrete rendere l’impegno credibile, mentre date una lezione alla Grecia‘ […] Non avrei mai pensato che avrebbero lasciato che le cose si mettessero così male come alla fine hanno fatto“.

Questa testimonianza, che non doveva essere pubblicata ma che non è stata smentita, dà la misura dell’inganno eurista. Propagandato all’opinione pubblica come progetto di fraternità e cooperazione fra i popoli, palesa il vero e unico aspetto di un sistema in realtà coercitivo, ispirato in modo psicotico ai principi neoliberisti “dell’economia sociale di mercato fortemente competitiva“, come dichiarano gli illeggibili trattati che ne sono fondamenta, all’interno del quale i paesi più deboli sono destinati a subire una colonizzazione di fatto.

Un sistema la cui plastica rappresentazione è data proprio dall’immagine di quel gruppetto di sociopatici riuniti in una sperduta cittadina canadese, in piena estasi orgasmica da potere, che discutono rabbiosamente di punizioni esemplari nei confronti di un paese reo di dissolutezza.
Laddove per dissolutezza si intende l’irresponsabilità di indebitarsi  più di quanto ci si potrebbe permettere; poco importa se per ogni debitore irresponsabile c’è sempre un creditore che ha prestato irresponsabilmente; poco importa se il creditore (banche tedesche in particolare) non ha prestato per generosità ma solo perché le condizioni del prestito erano particolarmente vantaggiose.
Laddove per punizione si intende (e lo si è visto nel prosieguo) l’esproprio di ogni sovranità, la distruzione dell’economia, lo smantellamento dello stato sociale e l’impoverimento della popolazione fino a condizioni da immediato dopo-guerra; poco importa se dietro l’astratto concetto di Nazione esiste la concretezza di 11 milioni di individui, la maggior parte dei quali incolpevoli ma vittime designate della “punizione esemplare”.

La Grecia, “il più grande successo dell’Euro”, è diventata così un laboratorio a cielo aperto, un gigantesco esperimento sociale dove milioni di persone/sudditi diventano cavie su cui sperimentare tecniche di shock-economy, per imporre modelli sociali da medio evo prossimo venturo, da esportare in Spagna, Portogallo, Italia. Per il momento.
Gli antropologici del futuro faticheranno a capire come è stato possibile che una così grande massa di persone in Europa, senza reagire, abbia lasciato che il proprio ceto politico li scippasse di diritti per conquistare i quali erano occorsi due secoli di lotte.

Gli storici invece individueranno in quel febbraio 2010, a Iqaluit in Canada, il momento e il luogo in cui il sistema ha scelto di mostrare la sua vera natura e inconsapevolmente ha dato il via a un processo di decomposizione che solo l’accanimento terapeutico della BCE ha impedito finora di renderlo definitivo.
Sono sempre più numerosi coloro che ritengono non sia più una questione di  se, ma di quando e di come.
In un mondo razionale il come avverrebbe nell’unica maniera logica: in modo concordato e cooperativo. Ma la Germania, azionista di maggioranza del sistema, ci ha abituati fin dal secolo scorso alla sua speciale hybris, alla sua pulsione verso esiti palingenetici, e questo lascia il fondato timore che il tracollo avverrà in modo più doloroso del necessario.
Il quando dipende dal livello dei costi, in termini sociali ed economici, che il sistema è ancora in grado di sopportare politicamente per mantenere se stesso nello stato pre-agonico in cui versa. Sotto questo aspetto potrebbe rivelare un’inopinata resistenza, grazie alla sostanziale inerzia delle popolazioni. Ma la storia anche recente insegna che sistemi giudicati incrollabili fino al giorno prima si sono trasformati in macerie il giorno dopo. E se basta l’ipotesi di elezioni anticipate in un piccolo paese come la Grecia  a gettare nel panico i mercati finanziari europei, allora è lecito pensare che la debolezza del sistema è molto più fatale di quanto la sua protervia non dia a immaginare.

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Il più grande successo dell’Euro. Trailer

15 dicembre 2014 Posted by | Economia e finanza, Società | , , , , | 8 commenti

Inflazione, banche centrali, disegnini.

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1) Inflazione

a) Ha-Joon Chang  (“Bad Samaritans” –  Cornerstone Digital Edition)

Neo-liberals have made a big deal out of the fact that inflation hurts the general public […] But this populist rethoric obscures the fact that the policies needed to generate low inflation are likely to reduce the future earnings of most working people by reducing their employment prospects and wage rates“.

I neo-liberisti  danno grande rilievo al fatto che l’inflazione colpisce il grande pubblico. Ma questa retorica populista trascura il fatto che le politiche economiche necessarie per conseguire una bassa inflazione portano alla diminuzione del reddito dei lavoratori, mediante la riduzione delle prospettive di impiego e l’abbassamento del livello dei salari.

b) Art 127/1 Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE):

“L’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali, in appresso denominato “SEBC”, è il mantenimento della stabilità dei prezzi”.“[…] Pertanto, la stabilità dei prezzi non è solo l’obiettivo primario della politica monetaria della BCE, ma anche un obiettivo dell’intera Unione europea”.

Inflazione Eurozona

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2) Banche Centrali

a) Ha-Joon Chang  (“Bad Samaritans” – Cornerstone Digital edition)

It is a myth that central bankers are non-partisan technocrats. It is well known that they tend to listen very closely to the view of the financial sector, and implement policies that help it, if necessary at the cost of the manufacturing industry or wage earners. So, giving them independence allows them to pursue policies that benefit their own natural constituencies without appearing to do so.
The policy bias would be even worse if we explicitly tell them that they should not worry about any policy objective other than inflation.
Central bank independece raises an important issue for democratic accountability. The flip side of the argument that central bankers can take good decisions only because their job do not depend on making the electorate happy is that they can pursue policies that hurt the majority of people with impunity […]“.

Che i banchieri centrali siano dei tecnocrati al di sopra delle parti è solo un mito.  Si sa benissimo che essi tendono ad ascoltare con molta attenzione il settore finanziario e a implementare politiche che gli siano di vantaggio, se necessario anche a spese del settore industriale o dei lavoratori. L’indipendenza permette loro di adottare, senza darlo a vedere, politiche che vanno a beneficio dei loro naturali sostenitori.
La pregiudiziale diventa ancora più forte  se si conferisce loro l’esplicito mandato di preoccuparsi solo dell’inflazione.
L’indipendenza della Banca centrale solleva un importante problema di responsabilità democratica. L’argomento per cui i banchieri centrali possono prendere buone decisioni solo perché il loro lavoro non dipende dalla soddisfazione dell’elettorato ha come contropartita il fatto che essi possono adottare impunemente politiche pregiudizievoli per la maggior parte della gente.

If all the real important decisions are taken away from democratically elected government and put in the hands of unelected technocrats in the “politically indipendent” agency, what is the point of having a democracy?“.

Se le decisioni più importanti sono sottratte ai governi democraticamente eletti e messe in mano a tecnocrati non eletti di istituzioni “politicamente indipendenti”, a cosa serve avere una democrazia?

 b) Statuto del Sistema Europeo di Banche Centrali (SEBC) e della Banca Centrale Europea

Art 7 – Indipendenza

…Né la BCE, né una banca centrale nazionale, né un membro dei rispettivi organi decisionali possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o dagli organi comunitari, dai governi degli Stati membri né da qualsiasi altro organismo.

3) Disegnini

Non dovrebbe essercene bisogno, perché a questo punto il quadro è sufficientemente chiaro. O no?

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10 dicembre 2014 Posted by | Economia e finanza, Società | , , , , | 3 commenti

Di muri, di annessioni e di occasioni mancate

I fiumi di melassa che si sono versati sulle celebrazioni per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino hanno sopraffatto la voce dei pochi che avrebbero voluto fare di questa ricorrenza un’occasione per riflettere criticamente su un evento che, al di là dei trionfalismi,  la storia dovrà prima o poi archiviare come ennesima occasione mancata. Fu un evento nodale. Si chiudeva un epoca di conflitti e se ne apriva un altra che nelle aspettative delle persone doveva offrire pace e prosperità, per la Germania e per il mondo intero. Ma chi ha vissuto quei momenti, se ricorda le speranze di allora e le confronta con quanto da allora è andato succedendo, difficilmente potrà condividere l’esaltazione commemorativa che abbiamo ascoltato in questi giorni.

Per quanto riguarda la Germania, la “riunificazione” tedesca – descritta come  capolavoro politico ed esempio efficienza, democrazia e libertà nella narrazione ufficiale – si è rivelata essere una vera e propria annessione da parte della Repubblica Federale nei confronti della Germania Orientale, che ha comportato per quel territorio una sistematica deindustrializzazione, la distruzione di milioni di posti di lavoro e il crollo demografico; un’emarginazione di quadri e dirigenti ex comunisti quale non si era vista nemmeno nei confronti degli ex nazisti; un’emigrazione di massa da Est a Ovest che ancora oggi non si arresta,  e un divario economico e sociale che a distanza di 25 anni non accenna a rimarginare.
Consiglio in proposito il documentato libro di Vladimiro Giacché (“Anschluss, l’Annessione” – Imprimatur, 2013), che demistifica punto per punto la narrazione ufficiale. Per chi volesse averne un assaggio, c’è questo breve servizio di Mizar – andato in onda qualche sera fa a ore licantropesche, dove Giacché commenta le immagini di quei giorni; oppure un suo più articolato intervento al recente convegno di Goofynomics – A/Simmetrie.

Per quanto riguarda il mondo in generale, le macerie di quel Muro sono state riciclate per edificarne un altro dentro il cui perimetro è stata rinchiusa ogni pluralità di pensiero, in modo che il pensiero unico neo-liberista potesse propalare il suo verbo in ogni piazzetta del Villaggio globale. Il crollo del Muro ha sancito a un tempo il fallimento del comunismo reale e la vittoria del sistema capitalista,  il quale – liberato da ogni concorrenza ideologica – ha acquisito valenza “naturale”: da quel momento in poi non si sarebbe più potuto ragionare in termini alternativi al sistema, perché il sistema era diventato non il migliore fra quelli possibili ma l’unico possibile.
Il mondo non aveva finito di liberarsi da un totalitarismo politico che già si attrezzava per stabilire un  conformismo totalizzante. La scomparsa del nemico acerrimo lasciava un vuoto che gli USA, e l’Occidente al seguito, si sarebbero affrettati a colmare con l’individuazione di nuovi acerrimi nemici; l’ONU sarebbe diventato sempre più un luogo di rappresentanza formale e sempre meno un luogo per la soluzione sostanziale dei conflitti.

Fra coloro che hanno partecipato alle celebrazioni senza accodarsi troppo alle retoriche del momento, vale citare un signore che all’epoca fu tra i protagonisti: Mikhail Gorbachev, 83 anni, presidente della  New Policy Forum, una fondazione da lui stesso creata con l’obiettivo di riunire “leader politici, veterani della politica internazionale, intellettuali e rappresentanti della società civile, in un comune sforzo per lo sviluppo di nuove idee e nuove politiche per il XXI secolo”. Il testo del suo discorso di apertura del convegno 2014 NPF, tenuto appunto a Berlino in occasione delle celebrazioni, è reperibile nella versione inglese integrale a questo indirizzo.
Di seguito ne traduco un ampio stralcio:

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Gorbatchev

[…]  Cambiamenti storici che sembrano inaspettati ai contemporanei, possono in seguito apparire inevitabili, preordinati. Ma ricordiamoci del tempo in cui essi accaddero, e come tumultuoso e urgente fu il processo di cambiamento. Il suo esito – la pacifica unificazione della Germania – fu possibile solo perché era stato preparato da grandi mutamenti internazionali, politici e culturali.
Questi cambiamenti furono innescati in Unione sovietica dalla Perestroika. Avendo abbracciato la strada delle riforme, della Glasnost e della libertà, non potevamo negare queste stesse cose alle nazioni dell’Europa Centro-orientale. […]
Quando, sotto l’influenza dei cambiamenti in URSS, i processi politici interni assunsero importanza nei paesi vicini, e i cittadini della RDT  chiesero riforme e subito dopo l’unificazione, la leadership sovietica dovette affrontare scelte difficili. Il processo di unificazione sollevò dubbi e timori non solo nel nostro paese, ma anche in molti paesi europei. I dubbi di Margareth Thatcher e di François Mitterand erano comprensibili. Dopotutto, la tragedia della Seconda Guerra mondiale era ancora fresca nella memoria. A maggior ragione erano comprensibili le preoccupazioni del popolo russo, che più di ogni altro aveva sofferto le conseguenze dell’aggressione nazista. […]
Durante una riunione della dirigenza sovietica nel gennaio 1990, discutemmo l’evolversi della situazione e arrivammo all’unanime conclusione che l’URSS non doveva opporsi all’unificazione. Essa avrebbe dovuto essere realizzata in modo tale che tutti gli interessi, dell’Europa e dell’URSS come dei tedeschi, fossero salvaguardati.
Se avessimo evitato una realistica e responsabile valutazione o preso altre decisioni, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega molto differente e drammatica. L’uso della forza avrebbe portato a spargimenti di sangue. Noi scegliemmo la strada delle decisioni politiche e della diplomazia attiva.
L’aspetto più problematico era l’appartenenza alla NATO della Germania unita.[…]. Discutemmo varie possibilità. Finalmente, fu stabilito che la Germania unita sarebbe stata libera di decidere, fermo restando che la sicurezza dell’URSS doveva comunque essere salvaguardata.
Questo richiese intensi negoziati. Alla fine, l’accordo finale prevedeva:
– La presenza di truppe sovietiche sul territorio ex RDT per un periodo di transizione
– Nessuna base NATO su quel territorio alla fine di tale periodo
– Nessuna base missilistica nucleare
–  Significativa riduzione, intorno al 50%, del personale delle forze armate USA in territorio tedesco
Erano accordi importanti, che per un certo periodo furono rispettati. […]
L’unificazione della Germania fu un passo importante nel processo di superamento della Guerra Fredda. Nuove prospettive si aprivano per il mondo e per l’Europa in particolare. La forma di una nuova Europa si stava delineando dalla Carta di Parigi, firmata dai dirigenti politici dei popoli europei, da Stati uniti e dal Canada. L’Europa poteva emergere come esempio nella creazione di un solido sistema di mutua sicurezza, e diventare leader nella soluzione dei problemi mondiali.
Tuttavia, gli eventi presero un altro corso.
Le politiche europea e internazionale non resistettero alla prova del rinnovamente, alla nuove condizioni del mondo globale nell’era post-Guerra Fredda. Bisogna ammettere che dalla creazione del nostro Forum, all’alba di questo secolo, non ci siamo mai trovati in un contesto così critico. Lo spargimento di sangue in Europa e in Medio-Oriente che fa da sfondo alla rottura del dialogo fra le grandi potenze è motivo di enorme preoccupazione.
Il mondo è sull’orlo di una nuova Guerra Fredda. Alcuni dicono perfino che è già iniziata.
E nonostante la drammaticità della situazione, vediamo che il principale organismo internazionale – il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – non sta svolgendo alcun ruolo né alcuna concreta iniziativa. […]
Vorrei analizzare ciò che è accaduto negli scorsi mesi e il collasso della fiducia . La fiducia che era stata creata con un duro lavoro e reciproci sforzi nel processo di superamento della Guerra Fredda. Fiducia senza la quale le relazioni internazionali sono inconcepibili.
Eppure sarebbe errato collegare tutto ciò agli eventi recenti. Devo essere franco con voi, qui: la fiducia non è stata minata ieri, è successo molto tempo prima. Le radici della situazione attuale hanno origine negli eventi degli anni ’90.
La fine della Guerra Fredda fu solo l’inizio del cammino verso una nuova Europa e verso un mondo più sicuro. Ma invece di costruire nuovi meccanismi e istituzioni per la sicurezza europea, e perseguire più decise politiche europee di smilitarizzazione – come promesso nella Dichiarazione di Londra dalla NATO – l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, dichiararono la vittoria nella Guerra Fredda. Euforia e trionfalismo fecero girare la testa ai politici occidentali.  Avvantaggiandosi della debolezza russa e della mancanza di contrappesi, essi reclamarono il monopolio della leadership e del dominio nel mondo, rifiutandosi di dare ascolto alle esortazioni di cautela di molti fra i presenti.
Gli eventi dei mesi scorsi sono la conseguenza di politiche miopi che pretendono di imporre la propria volontà e fatti compiuti ignorando gli interessi delle controparti.
Un breve elenco sarà sufficiente: l’allargamento della NATO, la Yugoslavia – il Kosovo in particolare; il piano di difesa missilistico, l’Iraq, la Libia, la Siria… Per dirla in modo metaforico, una vescica si è trasformata in una ferita purulenta e sanguinosa. E chi ne sta soffrendo di più? Penso che la risposta sia chiara: l‘Europa, la nostra casa comune.
Invece di diventare leader del cambiamento nel mondo globale, l’Europa si è trasformata in un teatro di sommosse politiche, di competizione per sfere di influenza e alla fine di conflitto militare. La conseguenza, inevitabilmente, è che l’Europa si sta indebolendo mentre altri centri di potere e influenza stanno assumendo importanza. Se continua così, la voce dell’Europa diventerà sempre più debole e irrilevante.
Qui a Berlino, nell’anniversario della caduta del Muro, devo notare che tutto questo ha avuto un effetto negativo anche nelle relazione tra Russia e Germania. La continuazione di questa strada potrebbe causare durevoli danni alle nostre relazioni, finora  esemplari. Ricordiamoci che senza cooperazione tra Russia e Germania non ci può essere sicurezza in Europa.[…]
L’esperienza degli anni ’80 testimonia che, anche in una situazione apparentemente senza speranza, si può trovare una via d’uscita. La situazione mondiale non era allora meno urgente e meno pericolosa di oggi. Eppure siamo riusciti a invertirla – non limitandoci solo a normalizzare le relazioni, ma mettendo fine alla competizione e alla Guerra fredda. I leader politici di allora possono a buon diritto vantarsene.
Questo risultato fu ottenuto prima di tutto con la ripresa del dialogo.
Le tendenza negative possono e devono essere fermate e invertite. La chiave sta nella volontà politica e nella corretta definizione delle priorità. Oggi, la priorità assoluta dovrebbe essere la ripresa del dialogo, la rinnovata capacità di interagire e ascoltarsi. I primi segni di un dialogo rinnovato sono emersi. Il primo, per quanto modesto e fragile, è l’accordo di Minsk per la tregua e il disimpegno militare in Ucraina, il gas e la sospensione dell’escalation delle reciproche sanzioni.
In questo contesto vorrei che consideraste attentamente il recente discorso di Vladimir Putin al Valdai Forum di Sochi [24 ottobre 2014]. A dispetto della durezza delle sue critiche all’Occidente e agli Stati uniti in particolare, vedo nel suo discorso il desiderio di trovare una via per sminuire la tensione e alla fine trovare nuove basi di cooperazione. Dobbiamo quanto prima possibile lasciare le polemiche e le reciproche accuse, per cercare punti di convergenza e gradualmente cancellare le sanzioni che stanno danneggiando entrambe le parti. […]
Vi sono due aree dove il dialogo, benché di importanza vitale, è stato gravemente compromesso: la cooperazione nell’affrontare le sfide globali e la sicurezza pan-europea. I problemi globali – terrorismo ed estremismo […]; povertà e ineguaglianze; l’ambiente; il problema delle risorse e delle ondate migratorie; le epidemie: tutto questo peggiora ogni giorno. Per quanto differenti tra loro, una cosa accomuna questi problemi: nessuno di essi può contemplare una soluzione militare. Eppure i meccanismi politici per risolverli sono carenti o disfunzionali, in ritardo rispetto al ritmo con cui si vanno deteriorando.
La lezione delle continue crisi globali dovrebbe persuaderci che è interesse comune un nuovo modello che assicuri la sostenibilità politica, economica e ambientale. Questo è un problema che dev’essere affrontato ora, senza indugio.
La sicurezza europea non può che essere pan-europea. Tentativi di risolvere il problema della sicurezza in Europa attraverso l’allargamento della NATO o una politica di riarmo non può portare risultati positivi. Al contrario, sarebbe controproducente. Dobbiamo quindi tornare al tavolo e lavorare a programmi che garantiscano sicurezza a tutti i partecipanti. Abbiamo bisogno di istituzioni e meccanismi che funzionino nell’interesse di tutti.
Occorre riconoscere che l’OSCE, nonostante le molte speranze, non è stata all’altezza del compito. Significa forse che dovrebbe essere dismessa per costruire al suo posto qualcosa di nuovo? Non penso. […] Ma si tratta di un edificio che richiede importanti riparazioni.

Anni fa, Hans Dietrich Genscher, Brent Scowcroft e altri uomini politici proposero la creazione di un Consiglio di Sicurezza, o Direttorio, per l’Europa. Io condivido il loro approccio. Lungo la stessa linea di pensiero, Dimitry Medvedev durante la sua presidenza propose un’iniziativa finalizzata a creare un meccanismo europeo di diplomazia preventiva e consultazioni obbligatorie in caso di minaccia alla sicurezza di chiunque. Se questo meccanismo fosse stato creato, il peggior scenario degli eventi ucraini si sarebbe potuto evitare.
Perché queste e altre idee europee sono state archiviate?
I leader politici sono da biasimare, certo, ma anche ciascuno di noi. Mi riferisco alla classe politica europea, alle istituzioni della società civile e ai media.

Dobbiamo valutare l’opportunità di un’iniziativa non governativa per riprendere la costruzione della comune casa europea. Suggerisco di pensare alla forma che tale iniziativa potrebbe prendere. Spero che nel corso delle prossime discussioni la proposta possa essere valutata e precise proposte possano emergere.

Non sono per natura pessimista, anzi mi sono sempre descritto come un ottimista. Ma ammetto che è molto difficile essere ottimisti oggi. Nondimeno, dobbiamo non arrenderci al panico e alla disperazione, o rassegnarci a un’inerzia negativa. Questo potrebbe trascinarci in un vortice senza uscita. L’amara esperienza dei mesi trascorsi deve essere trasformata in volontà di impegno nel dialogo e nella cooperazione.

 

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16 novembre 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , , , , | 3 commenti

Federico Caffè e la “cattura cognitiva” della sinistra

Dal post precedente:

La “cattura cognitiva” di cui parla Lakoff è il risultato di un processo in cui il pensiero progressista ha gradualmente assimilato gli schemi cognitivi conservatori, accettandone, anziché confutare, i presupposti su cui basare il confronto e quindi disattivando di fatto il proprio sistema di valori.

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Federico Caffè è stato una personalità di grande prestigio fra gli economisti italiani del secolo scorso, e uomo di notevole rigore intellettuale. Fu titolare della cattedra di Politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma, dal 1959 fino alla misteriosa scomparsa avvenuta nell’aprile del 1987. Alla sua docenza si formarono economisti di tutto rilievo, alcuni dei quali protagonisti nel dibattito non solo scientifico (De Cecco, Acocella…) ma anche politico (da Giorgio Ruffolo a Luigi Spaventa, fino agli attuali euro-dissidenti Bruno Amoroso e Nino Galloni).

Di formazione solidamente keynesiana, fu critico del pensiero liberista e molto attento ai temi del welfare. La sua sensibilità sociale lo portò a simpatizzare, da non marxista e criticamente, con quell’area della sinistra italiana che esprimeva allora il Partito Comunista.

In questi giorni sto leggendo un libretto edito nel 2007 da Manifestolibri, “Federico Caffè: Scritti quotidiani”, che raccoglie gli articoli da lui pubblicati sul Manifesto dal 1976 al 1985.

Si tratta di una lettura che sorprende per non essere affatto datata, come i decenni trascorsi lascerebbero supporre: anzi, certe osservazioni e critiche potrebbero essere applicate al presente senza timore di anacronismi.
Alcuni articoli in particolare colpiscono perché danno il segno di come il fenomeno della “cattura cognitiva“, a cui accennavo alcuni giorni fa nel post su Clinton, già alla fine degli anni ’70 avesse cominciato a caratterizzare il percorso della sinistra italiana verso l’accettazione dei paradigmi neo-liberisti.
Una marcia inesorabile, iniziata ben prima della caduta del Muro, e finalizzata alla cooptazione del Partito fra le forze politiche legittimate a governare l’Italia; lungo una parabola che – all’insegna di garanzie morali via via  più lasche e abdicazioni ideologiche via via più sostanziali – ha trasformato il sofferto eurocomunismo di Enrico Berlinguer  nel gaglioffo leopoldismo di Matteo Renzi.

Ecco alcuni passaggi:

[…] Di certo, non è indifferente una demitizzazione costante ed impietosa di tutto quanto si cerca di contrabbandare come indiscussa saggezza convenzionale: quella che ci consentirebbe di “restare in Europa”; “rimanere competitivi”; evitare scadimenti verso “livelli di sottosviluppo”.
[…] è  necessaria un’opera di informazione economica che richiami l’attenzione sulle possibilità di intervento aperte a una politica di sinistra che non sia succube delle critiche rozze e superficiale che sono state mosse a istituzioni o forme di intervento cui una coerente alternativa di sinistra non può per il suo carattere rinunciare.
Quest’opera di informazione …  non può proporsi come obiettivo di tranquillizzare l’opinione moderata.… Deve invece avere presente le moltitudini composite di tutti coloro … che avvertono con disagio il disorientamento provocato dalle dichiarazioni di autorevoli esponenti “di sinistra”, che sostengono di essere contrari alla espansione del settore pubblico dell’economia; o accettano, come cosa indiscutibile, l’inapplicabilità dei controlli diretti (razionamenti, blocco dei prezzi, limitazioni amministrate); o si scandalizzano ad ogni proposta di ragionevole è selettiva restrizione delle importazioni con misure protezionistiche.
[…] La svendita di parti del settore pubblico, come d’altronde il suo ampliamento, non può avvenire con il criterio di amministrazione di una proprietà familiare. Si tratta di un’esperienza già compiuta sulla pelle del paese e che può trovare forze interessate a ripeterla; ma essa non dovrebbe trovar posto in una politica economica alternativa di sinistra.
[…] Una politica economica alternativa…avrebbe un’indubbia forza aggregante nei confronti dei molti che vanno gradualmente perdendo “l’ottimismo della volontà” di fronte agli atteggiamenti di una sinistra inclina i cedimenti ammantati da compromissorie ambiguità.
(17 Luglio 1980, pagine 24-25)

[…] Quanta responsabilità […] ha l’accodarsi di tanta parte della sinistra nelle critiche a un preteso eccesso di “assistenzialismo” che, non solo con riferimento al nostro paese ma anche agli altri paesi soggetti alla cosiddetta crisi dello stato del benessere,  è del tutto inesistente e mistificante? In quale misura la sinistra, con l’insistenza polemica sugli aspetti clientelari del sistema delle partecipazioni statali, ha finito per perdere di vista le sue reali potenzialità produttive e le esigenze di difenderle da assurde vessazioni comunitarie?
(10 marzo 1981, pagina 40).

 

[…] Le possibili deformazioni [delle partecipazioni statali] non si possono spiegare con le facili etichette del clientelismo, dell’assistenzialismo e della lottizzazione: espressioni che vedrei con sollievo eliminate dal lessico delle forze politiche progressiste. […] Imprenditori pubblici e privati non appartengono a specie umane diverse; possono essere dotati o meno dei necessari requisiti, indipendentemente dal settore in cui operano o dalla forza politica a cui sono legati.
(10 giugno 1981, pagina 52)

 

Chiudo con una citazione tratta da un altra antologia degli scritti di Federico Caffè, “La solitudine del Riformista” (Bollati Boringhieri, 1990), un libro che appartiene alla sterminata lista dei libri acquistati ancora da leggere. La citazione la trovo nel sempre prezioso blog Giorgio D.M. –  Appunti:

[…] Frattanto, la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell’economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la “scelta irrinunciabile” dell’economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese.
In ultima analisi, ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egualitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione di posizioni di privilegio: aspirazioni che si identificano in quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere.
(Processo a Berlinguer, su l’Espresso dell’11 aprile 1982. La Solitudine del Riformista, pagina 139).

 

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10 novembre 2014 Posted by | Società | , , | Lascia un commento

Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Clinton

Rodrigue Tremblay è una personalità eclettica del panorama culturale canadese. Economista, umanista, politico, è professore emerito di economia all’Università di Montréal, autore di diversi saggi e articoli e titolare del blog The New American Empire.
L’articolo che segue, per la cui traduzione e pubblicazione sono stato cortesemente autorizzato dall’autore, esamina tre cruciali decisioni prese dall’amministrazione Clinton a cui possono essere ricondotte altrettante criticità che caratterizzano il presente. I quindici anni trascorsi sono un lasso di tempo davvero esiguo, ma la frenesia con cui le trasformazioni geopolitiche si sono succedute da allora dà l’errata impressione che quell’epoca appartenga ormai al passato remoto. In realtà, come l’articolo dimostra, quelle scelte hanno determinato e condizionano il nostro tempo: una considerazione banale che tuttavia pare non influenzare troppo le riflessioni dei grandi della terra, le cui decisioni (che comunque vada non lederanno mai le loro persone), il più delle volte sembrano prese con la preoccupante spensieratezza di chi considera l’immediato un’orizzonte temporale più che sufficiente.

Leggendo l’articolo, viene spontaneo chiedersi come mai il Presidente espressione di un partito progressista, quale si vorrebbe quello Democratico USA, abbia adottato misure di carattere così marcatamente neo-cons.
L’attività di intercettazioni ambientali a suo danno, evocata nel testo, lascia trasparire la possibilità che egli sia stato oggetto di pressioni illecite. Senza arrivare a queste ipotesi, pure plausibili, basta considerare sia l’occupazione di posti chiave – e quindi l’influenza –  che i conservatori riescono comunque ad assicurarsi nell’apparato governativo di Washington, allora come oggi; sia, allora come oggi,  l’attività delle lobbies, le cui risorse mediatiche e finanziarie consentono loro un potere di condizionamento difficilmente contrastabile.
Ma a queste spiegazioni di carattere esterno, va aggiunto anche il fenomeno psicologico che Lakoff ha definito “cattura cognitiva”.
Per una sorta di cortocircuito logico, la caduta dell’Unione Sovietica ha sanzionato non solo il fallimento del Comunismo ma anche il trionfo del Capitalismo, ormai promosso a sistema “naturale” e quindi unico possibile. L’affermazione del neo-liberismo come ideologia egemone, lungamente preparata, ebbe dal crollo del Muro un abbrivio potente, e sotto Clinton era già diventato pensiero unico, cioè unica interpretazione autorizzata della realtà. Non per niente è all’inizio degli anni ’90 che Fukuyama elabora il suo concetto di “fine della storia”.
La “cattura cognitiva” di cui parla Lakoff è il risultato di un processo in cui il pensiero progressista ha gradualmente assimilato gli schemi cognitivi conservatori, accettandone, anziché confutare, i presupposti su cui basare il confronto e quindi disattivando di fatto il proprio sistema di valori.
La sinistra italiana ne è eloquente esempio.

Di seguito l’articolo tradotto, il cui testo originale è disponibile a questo indirizzo. Fra parentesi quadre le mie osservazioni.

 

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Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Bill Clinton

Ho detto, nel 1936, che il problema non era il patto della Società delle Nazioni, ma prima di tutto le questione della moralità internazionale… La Carta delle Nazioni Unite esprime benissimo le aspirazioni più nobili dell’uomo: il rifiuto di ricorrere alla forza per regolare i conflitti fra Stati; la difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza. sesso, lingua o religione; salvaguardia della pace e della sicurezza nel mondo“. Hailé Sélassié (1892-1975): discorso all’ ONU, 6/10/1963.

 “La bellezza della legge Glass-Steagall, dopotutto, è semplice: le banche non dovrebbero speculare con i depositi bancari garantiti dallo Stato. Anche un bambino di sei anni lo capirebbe…“. Luigi Zingales, A capitalism for the people, 2014.

Oggi il Congresso americano ha votato una legge che ringiovanirà le regole che hanno retto i servizi finanziari dalla Grande Depressione, rimpiazzandole con un sistema degno del XXI secolo… Questa storica legge permetterà alle imprese americane di partecipare pienamente alla nuova economia“. Lawrence Summer, Segretario del Tesoro americano, 12/11/1999.

 “Siamo coscienti che l’adesione alla NATO di una Germania unificata solleva complesse questioni. Per noi, tuttavia, una cosa è certa: la nato non dovrebbe estendersi all’Est“. Hans-Dietrich Genscher, Ministro degli esteri tedesco, il 10/2/1990, a conferma di una promessa fatta alla Russia che la NATO non si sarebbe estesa all’Est.

 “Penso che sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda. Penso che i russi poco a poco reagiranno molto negativamente e ciò si ripercuoterà sulle loro politiche. Penso che sia un grave errore. Non c’era ragione perché ciò accadesse… Denota una flagrante mancanza di comprensione della storia russa e della storia sovietica. Certamente ci sarà una reazione negativa da parte della Russia e [i fautori dell’espansione NATO] diranno che vi avevano avvisato che i russi sono fatti così. – ma è semplicemente falso“. George F. Kennan, diplomatico americano, esperto della Russia (1998, dopo il voto del senato americano per l’espansione della Nato alla Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca.

Un nuovo libro americano sostiene che gli uffici del presidente Clinton furono messi sotto ascolto a vantaggio del governo israeliano e del suo primo ministro Netanyahu. Il libro spiega anche come Netanyahu ha potuto servirsi delle registrazioni legate allo scandalo sessuale del presidente americano per persuaderlo a liberare la spia israeliana Jonthan Pollard, arrestato nel 1985 con l’accusa di spionaggio. In realtà, tutto indica che le attività israeliane di spionaggio siano una prassi abituale negli Stati Uniti e non solo.
E’ comprensibile che l’americano medio non apprezzi l’idea di un Presidente americano e altri ministri del suo governo siano messi sotto ascolto e ricattati da parte di un paese straniero.  A questo si aggiunge la recente scoperta che la CIA, che opera in stretto coordinamente con il Mossad israeliano, ha spiato i senatori americani, in violazione delle leggi e della costituzione americane.
Tutto questo porta a considerare più attentamente certe decisioni prese dall’amministrazione Clinton, quindici anni fa, le cui conseguenze sono tutt’ora operanti.

Ci sono tre grandi crisi in corso oggi le cui origini possono essere ricondotte ai suoi mandati (1992-2000), in particolare alle decisioni prese durante il secondo. La gente ha la tendenza a dimenticare questioni del genere, e preferisce concentrarsi sull’attualità. Spesso tuttavia ciò che succede sotto i nostri occhi si è preparato nel corso di diversi anni, per svilupparsi molto tempo dopo che gli iniziatori hanno abbandonato la scena politica. Quello che l’amministrazione Bush ha fatto e quello che fa oggi l’amministrazione Obama non sono che il seguito delle politiche implementate da Clinton.

1) La guerra del Kosovo e la marginalizzazione dell’ONU – 1999
Il caos che deriva dalle numerose guerre in corso oggi nel mondo, in violazione diretta della Carta delle Nazioni Unite, è dovuto in gran parte al precedente del Kosovo, invocato da Clinton per lanciare gli USA in una guerra “umanitaria” contro la Serbia.
L’obiettivo delle Nazioni Unite è proclamato solennemente dal preambolo della Carta: “Noi, popoli della Nazioni Unite, decisi […] a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […] e per tali fini […] assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune[…]“.
Come Ban Ki-Moon ha ricordato, la Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta da tutti i paesi membri, stabilisce che “l’utilizzo della forza è legale solo in caso di legittima difesa [contro un attacco armato] o con l’autorizzazione [ufficiale] del Consiglio di Sicurezza dell’ONU“. Si tratta di Diritto internazionale, e la Carta dell’ONU è la base stessa di questo diritto.
Il capitolo VII della Carta vieta espressamente ogni guerra che non sia condotta per mantenere o ristabilire la pace internazionale (art 42) o per legittima difesa, sia individuale che collettiva (art 51). Non esistono eccezioni per guerre “preventive” e/o “umanitarie” o per qualunque altro tipo di guerra d’aggressione.
Tuttavia, nel 1998 e 1999, il governo democratico di Clinton decise unilateralmente di intervenire nella guerra del Kosovo, senza un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza, sostituendo per la prima volta la stretta legalità con l’argomento arbitrario ed extra-giudiziario della legittimazione politica per ragioni “umanitarie” e per la salvaguardia dei “diritti umani”. Ciò, senza nemmeno l’autorizzazione da parte del Congresso americano, dal momento che l’amministrazione Clinton ritenne che un ricorso alla NATO era sufficiente per giustificare l’intervento militare (in questo caso costituito da soli interventi aerei [con utilizzo di base e spazio aereo italiani, autorizzato dal governo d’Alema]).
Quella del Kosovo è stata definita come “la prima guerra fondata su valori”, ed ha aperto il vaso di Pandora delle guerre facoltative, in opposizione al quadro giuridico internazionale della Carta.
Da quell’intervento, che avallava l’intervento militare unilaterale per motivi umanitari, questo genere di guerra d’aggressione è diventata più una questione politica che legale, perché i grandi paesi [o meglio: l’unica grande potenza insieme ai suoi satelliti] possono decidere una guerra a seconda della loro specifica visione di “interesse nazionale”. In altre parole, il mondo è tornato a un’epoca antecedente al 1945, cioè prima della creazione dell’ONU, quando i paesi imperialisti potevano decidere di scatenare una guerra se stimavano loro interesse nazionale farlo.
La decisione dell’amministrazione clintoniana di privilegiare la NATO a svantaggio della Carta, segna l’inizio della marginalizzazione dell’ONU come quadro di riferimento giuridico per impedire le guerre. Questa marginalizzazione ha reso il mondo, di fatto, meno sicuro.

 2) L’abrogazione del Glass-Stegal Act, 1999
Negli anni ’90 le più grandi banche americane lanciarono una costosa campagna pubblica (300 milioni di dollari) per l’abrogazione della legge bancaria in vigore dalla Grande Depressione degli anni ’30, conosciuta come Glass-Stegal Act. Questa importante legge del 1933 era il baluardo contro la speculazione finanziaria, perché impediva alle grandi banche di speculare con i depositi bancari assicurati dallo Stato. Più precisamente, rendeva illegale ogni collegamento tra banche d’affari – specializzate nella sottoscrizione speculativa di valori mobiliari – e banche commerciali autorizzate alla raccolta del risparmio.
L’influente lobby dei banchieri americani, alcuni dei quali occupavano posti strategici nell’amministrazione Clinton (come Robert Rubin, già vice-presidente della Goldman Sachs e all’epoca Ministro delle finanze), sosteneva tuttavia che dai tempi della Grande Depressione le cose erano cambiate, e che i vincoli imposti dalla legge sulle loro attività impedivano la creazione e la vendita di nuovi prodotti finanziari, non solo negli Stati uniti ma in tutto il mondo, pregiudicando la loro competitività internazionale.
All’inizio Clinton si mostrò riluttante all’idea di abolire una legge che per tanto tempo aveva efficacemente impedito il ripetersi di abusi bancari come quelli che si erano verificati prima della Grande depressione. Tuttavia enormi pressioni politiche, interne ed esterne, lo costrinsero alla fine a firmare l’atto che modificava quelle regole, il 12 novembre 1999,  il Gramm-Leach Bliley Act. La nuova legge permetteva la fusione fra banche commerciali, banche d’affari, società mobiliari e compagnia d’assicurazione senza che la SEC (Security and Exchange Commission) o qualunque altro organismo di controllo avesse il potere di regolamentare i nuovi soggetti.
Le super-banche e le grandi compagnie assicurative non persero tempo ad approfittare  della nuova de-regolamentazione. Nuove strutture finanziare alla “Ponzi” apparvero come in passato, quale era logico attendersi.
I nuovi giganti finanziari si presentarono con innovativi prodotti – i “derivati” – che alla lunga si sono rivelati altamente tossici e hanno scatenato la crisi finanziaria dei subprimes  del 2007-2008.
Oggi sappiamo che quella crisi ha comportato perdite di reddito e patrimonio di svariati miliardi di dollari per le famiglie americane, e forzato il governo americano a sovvenzionare con centinaia di miliardi le super-banche per evitarne il fallimento.
Il risultato è stato un enorme trasferimento di ricchezza dalla popolazione in generale al settore bancario, nonché l’indebolimento dell’economia americani per diversi anni a venire.

3) La violazione dell’impegno NATO
Come la dichiarazione del ministro tedesco Genscher conferma, è comunemente ammesso che dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, all’inizio degli anni ’90, e dopo la riunificazione tedesca, era inteso – se non altro in termini di impegno implicito – che la nato non avrebbe approfittato della nuova situazione per circondare militarmente la Russia allargandosi verso l’Est.  Per esempio, nel corso di un incontro tra il Segretario di stato James Baker e il Ministro degli esteri tedesco Genscher, il 10 febbraio 1990, i due convennero che non ci sarebbe stato alcun allargamento a Est della NATO.
Era questo il convincimento di Mikhail Gorbatchev, ancora presidente dell’URSS, quando affermava di avere ricevuto l’assicurazione che la NATO non si sarebbe allargata verso l’Est “di un solo pollice”.  L’ambasciatore americano a Mosca dell’epoca, Jack Matlock, ha confermato pubblicamente che  Mosca aveva ricevuto un “impegno chiaro” su questo punto. L’errore di Gorbatchev fu quello di prendere per buone le assicurazioni verbali dei politici occidentali anziché esigere un accordo più formale [o forse non era più politicamente in grado di esigerlo].
Rimane il fatto che gli impegni tennero qualche anno, fino a quando Clinton, in piena campagna elettorale, il 22 ottobre 1996 espresse l’auspicio di un allargamento della NATO alla Polonia, all’Ungheria e alla Cecoslovacchia.  E’ stato Clinton, quindi, che in cerca di un vantaggio elettorale pensò bene di disattendere gli impegni del suo predecessore. Il seguito è noto. L’alleanza militare NATO, da essenzialmente difensiva,  è stata trasformata in offensiva, sotto ancor più stretto controllo americano. L’espansione all’Est non si è fermata con la Polonia, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, ma incorpora ora paesi come l’Albania, la Croazia, la Lettonia e la Slovenia, spingendo la propria struttura militare sino ai confini con la Russia.
I recenti tentativi di includere anche l’Ucraina non sono che il prosieguo di una politica aggressiva di espansione della Nato che mira a isolare la Russia.
E’ stato dunque Clinton, senza dubbio sotto l’influenza dei neo-conservatori americani, a soffocare la speranza che molti avevano di vedere i paesi occidentali approfittare di un “dividendo di pace” quale si prospettava con la fine della Guerra fredda e della minaccia sovietica.

 

Conclusione
Il disordine planetario di questo primo scorcio di secolo, la crisi finanziaria 2007/2008 che ha devastato migliaia di persona [e quella economica conseguente, che sta tuttora devastando intere popolazioni e di cui ancora non si vede la fine], il ritorno inatteso della Guerra fredda: tre fenomeni del nostro tempo la cui origine risale alle miopi decisioni di breve periodo prese dal governo Clinton negli anni ’90.

I mediocri governi americani di Bush e Obama non hanno fatto altro che spingere più avanti, peggiorandole, le politiche disastrose implementate all’inizio da quella amministrazione. Una realtà di cui gli storici dovranno tenere conto per capire la logica degli eventi che hanno portato al caos attuale.

4 novembre 2014 Posted by | Geopolitca, Società, Storia | , , , , | 2 commenti

Il signor Serra, la Leopolda e il Renzianesimo

… Chi per qualsiasi motivo non riesce a pagare il mutuo, perché gli è andata male…
gli italiani son furbi, in  tre anni ti organizzi…
alla peggio vai da un amico… cioè, no?… la famiglia..
. “

(Davide Serra, La Gabbia del 26/10/2014)

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Quella del signor Serra è l’immagine glamour del successo finanziario, invidiato e sognato. Giovane, facoltoso, potente: un modello inavvicinabile ai più,  destinato ad alimentare frustrazioni che solo  l’acquisto dell’ultima versione iPhone può temporaneamente placare.

Servizi come quello della trasmissione La Gabbia, o articoli come quello di  Yespolitical, offrono spaccati leggermente più sordidi, che però né sorprendono né riescono a scalfire l’immagine di superficie.

Il sistema di valori adottato dal signor Serra, quello del capitalismo predatorio –  per soprammercato finanziario, è troppo radicale per pensare di confrontarcisi su un terreno comune di discussione. Lo si combatte (quando e se si può), lo si subisce o lo si condivide. Il signor Serra lo ha adottato con estrema coerenza; attendersi da lui un agire diverso non avrebbe senso. Il problema semmai è impedirgli di agire, il che è impossibile dato che agisce, se non legittimamente, almeno legalmente.
Ineccepibili quindi i suoi acquisti di “non-performing-loans”, peraltro impacchettati e messi in vendita da banche altrettanto al limite della reprensibilità; o le vendite allo scoperto di titoli Mps, effettuate in previsione di crollo delle quotazioni, puntualmente verificatosi, a seguito della pronosticabile bocciatura allo stress-test.  Se il signor Serra non facesse questo tipo di operazioni verrebbe meno al mandato dei suoi azionisti e/o sottoscrittori, e d’altra parte in questa attività non è solo.

Ammissibile anche che il signor Serra faccia lobbismo, finanziando il partito che ritiene in grado di meglio proteggere i suoi interessi.

Trovo che la coerente rivendicazione del proprio ruolo, una volta compiuta la scelta, conferisca a chi se ne fa carico una certa dignità, non fosse altro che per l’assunzione di responsabilità che implica. Il signor Serra lo ha rivendicato alla Leopolda durante il suo intervento, una convinta adesione alla dottrina neoliberista. Convinta e convincente, a giudicare dagli applausi che ha riscosso e dalle manifestazioni di popolarità che gli sono state tributate.

Quello che proprio non dovrebbe essere ammissibile, è la strumentale ambiguità del PD, che continua imperterrito a rivendicare a parole la sua vocazione progressista mentre propone di fatto il modello del signor Serra: modernità e successo intesi come sinonimi di progressismo, inteso a sua volta come opportunistica gestione di un presente privo di alternative, in un loop semantico che inverte i ruoli fra reazionari e progressisti: chi non accetta l’iniquità di questo presente viene chiamato conservatore, mentre è rivoluzionario chi ne prende atto e vi si adegua. Non a caso si sprecano i richiami al giovanilismo come valore in sé. La sintonia con il proprio tempo è prerogativa giovanile, e anche se quello della giovinezza è un meme abusato (ricordate di cosa era l’ebbrezza?) rimane sempre deliziosamente replicabile.

La Leopolda, quindi, più che il laboratorio di idee che pretende di essere, si rivela la macchina celebrativa di una riuscita manipolazione di massa. L’omino del breve video qui sotto, che si sbraccia a dirigere l’intensità dell’applauso nonostante il già ampio entusiasmo della sala alla retorica del Caro Leader, è l’apoteosi del talk show, l’indispensabile finzione tanto più necessitata quanto più superflua.

 

Riti, retorica e stilemi sono indistinguibili nella sostanza da quelli che allestiva l’aborrita Forza Italia. (Avete presente le convènscionz ? E le intemerate del primo Berlusconi contro i parchi giurassici della politica non sono affini all’empito rottamatorio di Renzi?).
Assistiamo a una magistrale fase di transizione indolore dal Berlusconismo al Renzianesimo, con milioni di elettori euforicamente convinti di avere superato per sempre il primo, inconsapevoli che il secondo ne è la versione 2.0.

Eppure, come tutti gli upgrade,  la maggior parte delle migliorie  della nuova versione sono superficiali, mentre le novità sostanziali si riducono a una sola: a differenza della versione base, che era fortemente divisiva, il Renzianesimo (© ilSimplicissiumus) si dichiara ecumenico, aspira a raccogliere dentro di sé tutte le anime che anelano al centro ma chiama anche quelle che esitano ai bordi.

La classica raccolta indifferenziata, insomma.

30 ottobre 2014 Posted by | Società | , , , | 8 commenti

Ebola come metafora: Addendum

Una piccola conferma alla tesi sostenuta nel post pubblicato il 22/10 su questo blog arriva dal  New York Times, con un breve articolo apparso il giorno dopo e passato sotto discreto silenzio:

(Di Michael Stravato) Galveston, Texas.

Quasi dieci anni fa, un’équipe di scienziati americano-canadesi annunciarono di aver scoperto un vaccino la cui efficacia nel proteggere le scimmie contro il virus Ebola era del 100%. I risultati furono pubblicati su Nature.Medicine, una rispettata rivista di medicina, e definiti entusiasmanti dai funzionari della sanità. I ricercatori sostenevano che i test sulle persone avrebbero potuto avere inizio nel giro di due anni, e che il vaccino sarebbe potuto essere pronto entro il 2010 o 2011.

La cosa non ebbe mai seguito, e il vaccino finì nel dimenticatoio.

Solo ultimamente si è passati alla fase dei test sugli esseri umani, dopo 5.000 morti e un’epidemia che infuria nell’Africa occidentale [e minaccia di propagarsi all’Occidente].
Lo stallo nello sviluppo del vaccino è dovuto in parte alla rarità dell’ebola, che fino alla recente epidemia aveva colpito solo qualche centinaio di persone per volta. Ma gli esperti riconoscono che la mancanza di interesse per un vaccino candidato così promettente riflette anche un più vasto fallimento nella ricerca e sviluppo di terapie per le patologie che colpiscono i paesi poveri. Le case farmaceutiche sono riluttanti a sostenere gli enormi costi necessari a sviluppare e produrre medicinali che per la maggior parte saranno destinati a paesi difficilmente in grado di pagarli.

 

Ebola outbreak

 

 

 

27 ottobre 2014 Posted by | Società | , , | 3 commenti

Ebola come metafora: la bancarotta morale del neoliberismo.

Leigh Phillips è uno scrittore scientifico e giornalista. Scrive per Nature, The Guardian, Scientific America, EU-Observer e Daily Telegraph. Sulla sua pagina Twitter si presenta come “Ex scribacchino di Bruxelles, sinistroide prometeico, cosmopolita senza radici. In un articolo su Jacobin scrive che Ebola è la plastica rappresentazione  del fallimento del neoliberismo e del libero mercato come sistema socio-economico.

La dottrina neoliberista afferma che il miglior modo, anzi l’unico, di conseguire il benessere collettivo è quello di esaltare le capacità dell’individuo lasciandolo libero di perseguire il proprio interesse all’interno di un sistema caratterizzato dal prioritario diritto di proprietà privata, da liberi mercati e da libera concorrenza. In questo sistema il ruolo dello Stato deve limitarsi a garantire tali condizioni, altri interventi avrebbero solo effetti distorsivi e pregiudicherebbero l’efficienza degli automatismi che permettono al mercato di autoregolarsi e produrre ricchezza. La ricchezza a sua volta, proprietà dei meritevoli che partecipano al processo, per una sorta di meccanismo a cascata (trickle-down) ricade vantaggiosamente sulla comunità tutta.

Quanto tutto ciò sia pretestuoso e mascheri  una concezione spietatamente darwiniana della società dovrebbe essere evidente dai disastri che si sono perpetrati negli ultimi quarant’anni, prima sulla pelle dei paesi del terzo mondo, poi su quella dei paesi emergenti e ora sulla pelle dei paesi “avanzati”. Le cronache di questi ultimi anni ne danno ampia testimonianza, ma il condizionamento operato attraverso l’occupazione sistematica dei luoghi di potere – economico, politico e culturale – fa sì che quello neoliberista continui a proporsi come unico modello di riferimento per l’interpretazione della realtà, non perché migliore ma perché senza alternative, cioè “naturale”.

 Big Pharma 1

L’inadeguatezza del neoliberismo nell’affrontare il problema Ebola è quindi solo un caso specifico  del più generale fallimento della dottrina, ma la particolare valenza emotiva che l’epidemia riveste, specie oggi che sembra minacciarci direttamente, gli conferisce una particolare esemplarità.

§

La pratica economica neoliberista implica che il problema Ebola resterà irrisolto fino a quando non diventerà remunerativo trovare la soluzione.

Nel frattempo contribuisce  ad esacerbarlo: da una parte dissuade le aziende farmaceutiche a investire le ingenti somme necessarie per la ricerca di un vaccino il cui ritorno economico è dubbio; dall’altra, le politiche di tagli alla spesa e limitazione del ruolo dello stato pregiudicano là dove esistono l’efficienza delle strutture sanitarie, o ne impediscono lo sviluppo là dove non ci sono.
L’intempestiva riduzione dei finanziamenti all’OMS da parte degli stati finanziatori è eloquente: il budget per le crisi epidemiche è passato dai 469 milioni di dollari del periodo 2012/2013 ai 228 milioni del periodo 2013/2014. [Tanto più eloquente se pensiamo che di recente il premio Nobel Obama ha richiesto ai paesi NATO di impegnare nelle spese militari il 2% del PIL, ciò che per la sola Unione Europea rappresenterebbe un budget di circa 3.200 milioni di dollari].

Nel caso delle crisi sanitarie del terzo mondo esiste anche, è vero, una componente razzista.  Il sito Onion fa del macabro sarcasmo e quantifica in numero equivalente di bianchi morti il tempo che ci vorrà ancora per scoprire un vaccino. Ce ne vorranno, stima, 50 o 60.

Tuttavia la componente razzista passerebbe in ultimo piano se solo si potesse contare su un buon tasso di redditività. Ebola è un problema non per mancanza di risorse ma perché privo di appetibilità economica. Dal 1976, anno in cui il virus è stato identificato per la prima volta, il numero delle vittime è solo di qualche migliaio – un “mercato” troppo esiguo rispetto alla dimensione degli investimenti che lo sviluppo di un vaccino su scala industriale richiederebbe.
Si tratta degli stessi vincoli economici che spiegano la riluttanza delle grandi case farmaceutiche ad affrontare altre patologie che come l’Ebola non offrono degne prospettive di mercato.

Negli USA è stato il settore pubblico, direttamente o tramite finanziamenti a piccole imprese biotecnologiche, a far progredire la ricerca. Anthony Faucy, capo della NIAID, da tempo si affanna a spiegare alla stampa e a chiunque voglia ascoltarlo che il rimedio contro l’ebola sarebbe a portata di mano, non fosse per la taccagneria dell’industria farmaceutica. “Abbiamo  un nostro vaccino sperimentale, ma non riusciremo mai a convincere le case farmaceutiche a svilupparlo e farne delle scorte. Un vaccino per un virus che provoca limitate epidemie ogni trenta o quarant’anni – beh, non è molto incentivante”.
Tanto più se sono epidemie che riguardano le più povere comunità del pianeta. John Ashton, presidente della FPH, in un articolo sull’Independent definisce scandalosa la riluttanza delle industrie farmaceutiche a impegnarsi nella ricerca per produrre cure e vaccini solo perché, secondo le loro stesse parole, il numero delle persone coinvolte è talmente piccolo da non giustificare l’investimento.
“Questa è la bancarotta morale del capitalismo, che agisce al di fuori di ogni cornice etica e sociale”.
E’ la stessa logica che ha indotto le grandi case farmaceutiche a trascurare lo sviluppo di una nuova classe di antibiotici, con la creazione di un vuoto di ricerca che nel giro di vent’anni porterà alla mancanza di antibiotici in grado di combattere efficacemente le infezioni. Secondo un recente studio dell’OMS, i ceppi batterici che hanno sviluppato resistenze sono ormai a un livello allarmante. Big Pharma lo ammette candidamente: da un punto di vista imprenditoriale non ha alcun senso investire uno o due miliardi di dollari per medicinali che la gente assume sporadicamente; è molto più logico investire nello sviluppo di terapie per malattie croniche, come il diabete, il cancro o l’AIDS, per le quali il paziente è obbligato ad assumere costosi medicinali ogni giorno,  spesso per tutta la vita. [E in quest’ottica è molto più conveniente sviluppare un farmaco che controlli la malattia – quindi da assumere sistematicamente, piuttosto che trovarne uno che la guarisca una volta per tutte – quindi da assumere una volta sola].

Il risultato è che negli stati Uniti le infezioni da batteri resistenti agli antibiotici colpiscono ogni anno 2 milioni di persone e provocano 23.000 decessi. Altri vaccini trascurati per “ragion d’impresa” sono quelli per l’infanzia, per i quali ormai da un decennio gli USA lamentano un problema di scorte insufficienti.Nel caso Ebola, almeno, il Dipartimento della Difesa USA, nel quadro della prevenzione al bio-terrorismo, può finanziare le piccole imprese biotech e impegnarsi all’acquisto di uno stock di vaccini. In presenza di rischi per la sicurezza nazionale,il Governo non esita a subentrare al mercato se questi si dimostra inadeguato o assente. Senza questi sussidi non si sarebbero potute sviluppare le tre o quattro opzioni ora disponibili. Una di queste, lo ZMAPP, sembra molto promettente. È già stato usato con successo in alcuni casi di emergenza, e anche se le condizioni di somministrazione non permettono di attribuire con certezza la guarigione alla sua efficacia ci sono ragionevoli motivi di ottimismo.

La superiorità dello Stato nel governare e guidare la ricerca, nonostante i postulati neoliberisti che sostengono il contrario, è evidente. [Ne parla anche l’economista Marianna Mazzuccato, nel saggio “Lo Stato Innovatore”, dove dimostra che contrariamente alla credenza comune le innovazioni più significative degli ultimi decenni (internet, nanotecnologie, telecomunicazioni…) sono il risultato dell’azione diretta o indiretta del settore pubblico, proprio perché il settore privato non è disposto ad assumersi il rischio di investimenti se non presentano garanzie di un congruo ritorno].

Ma se l’industria farmaceutica, in base alla logica privata del profitto, non è in grado di assicurare alla popolazione tutti i farmaci di cui ha bisogno bensì solo quelli ad alta redditività, allora bisogna prendere atto che quella del libero mercato è una logica fallimentare. Questa considerazione è vera per ogni campo in cui è in gioco il benessere generale, ma la delicatezza de settore sanitario la rende vera ancora di più. La domanda che ne consegue è: perché lo stato dovrebbe farsi carico delle sole aree  svantaggiose  e lasciare al privato quelle altamente redditizie? In altre parole, perché non nazionalizzare l’industria farmaceutica? In questo modo i farmaci remunerativi potrebbero finanziare quelli che lo sono  scarsamente o punto ma che sono altrettanto cruciali, e le scelte di investimento sarebbero finalmente motivate, più che dall’interesse a breve termine di azionisti e manager, da quello a lungo termine del benessere generale.

[In un’epoca di pensiero unico neoliberista la parola “nazionalizzazione” suona come una bestemmia. Viviamo da anni all’interno di una cornice culturale dove tutto ciò che riguarda lo Stato è inefficiente, corrotto, oppressivo, e tutto ciò che appartiene al Privato è emancipato, onesto, efficiente. È una rappresentazione grottesca e mistificante, ma l’abbiamo introiettata così perfettamente che nessuna evidenza riesce a indurci a un giudizio più equilibrato. Sarebbe ora, non foss’altro  che per igiene mentale, di ammettere la possibilità che esistono paradigmi un po’ meno rozzi].

Il rifiuto di Big Pharma di impegnarsi nella ricerca contro malattie “di nicchia” non remunerative  è profondamente immorale.
[Qualche neoliberista obietterà che le aziende, in quanto entità giuridiche, hanno solo vincoli legali ma nessun vincolo etico: sono amorali.  Questo è vero, ma resta vero il fatto che le scelte aziendali sono operate da persone fisiche, che si suppone dispongano di coscienza e quindi abbiano a riferimento un qualche sistema di valori che può, quello sì, essere sottoposto a giudizio morale.]

Il fallimento neoliberista, oltre che nell’approccio aziendalistico, si manifesta anche nel tipo di governance che impone alle nazioni. Non è solo la colpevole omissione di ricerca del vaccino. Alla diffusione delle epidemie contribuiscono anche le situazioni  igieniche, il deterioramento o la mancanza di infrastrutture e in generale le precarie condizioni economiche che affliggono i paesi poveri. Uno stato di cose che la politica neoliberista non migliora, stante i freni ideologici che essa pone all’intervento dello Stato e l’attività esclusivamente predatoria delle multinazionali. Liberia,  Sierra Leone e Guinea si trovano rispettivamente al 174°, 177° e 178° posto su 187 nell’Indice di sviluppo stilato dall’ONU. Le strutture governative di base sono state indebolite, e ciò ha impedito un più efficace contenimento del virus, ha accentuato le difficoltà logistiche e reso inefficace il coordinamento con gli altri governi.
L’epidemiologo Daniel Bausch testimonia che in Guinea ogni volta che si spostava da Conakry alla regione delle foreste trovava peggiori strade, minori servizi pubblici, prezzi più alti, foreste più ridotte. Il geografo ed ecologista Rob Wallace spiega che in Guinea, come in molti altri paesi del terzo mondo, i governi occidentali e le istituzioni finanziarie che essi controllano hanno “incoraggiato”  misure di riforme strutturali che prevedono, classicamente, privatizzazioni, rimozione delle tariffe protettive e orientamento all’export della produzione agricola, con gravi ripercussioni sull’autosufficienza alimentare. I fattori di produzione agricoli e la terra finiscono in larga misura nelle mani delle multinazionali, mentre contadini e piccoli produttori vengono emarginati.

L’ebola, come buona parte delle affezioni umane, è di origine zoonotica, cioè di virus che passano dagli animali all’uomo. Il più grande fattore di crescita delle patologie zoonotiche deriva dal contatto fra uomini e  fauna selvatica, dovuta all’espansione dell’attività umana nelle aree selvagge. Poiché l’espansione delle multinazionali toglie territorio ai contadini, questi per sopravvivere sono costretti a ripiegare all’interno delle foreste, esponendosi a maggior rischio di infezione. Come osserva Daniel Bausch, “sono i fattori biologici ed ecologici a fare emergere i virus dalla foresta, ma è la cornice sociopolitica a determinare se il fenomeno sarà limitato a un caso o due o se scatenerà un’epidemia”.

 Ebola Grafik FR gauche

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“Negli ultimi mesi, la peggiore epidemia di Ebola della storia ha mostrato la bancarotta morale del modello di sviluppo farmaceutico”, scrive Phillips.
Ma Big Pharma è solo un aspetto particolare di un fallimento generale, e l’affermazione di Phillips può essere parafrasata in termini ben più estensivi: negli ultimi anni la peggiore crisi economica della storia ha mostrato la bancarotta morale del modello di sviluppo neoliberista.
Se l’approccio di mercato consiste nella ricerca del profitto come unica finalità, allora il conflitto fra interesse generale e interesse particolare, in una società globalizzata a esclusivo vantaggio delle multinazionali, assume davvero rilevanza vitale. Le conseguenze del conflitto sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: le devastazioni ambientali, la sperequazione, la distruzione delle tutele sociali, l’individualismo disperato dell’io speriamo che me la cavo. Quote sempre più grandi di popolazione vengono spinte sotto la soglia di povertà, a ingrossare le fila di un’umanità dolente che da sempre aspetta di essere salvata (“La riduzione della povertà è il nostro scopo primario”, è la grottesca dichiarazione della Banca Mondiale, sodale del FMI [1] ).

Già, la povertà…
Come ho letto da qualche parte, è la la povertà la vera, grande epidemia di questo mondo, e il capitalismo  neoliberista ne è l’agente patogeno. Durante gli anni del secondo dopoguerra ci siamo illusi  di averlo messo sotto controllo, ma a partire dagli anni ’70 ha riacquistato virulenza mano a mano che una Società distratta perdeva la capacità di generare anticorpi.
Oggi la narrazione prevalente è che non ci sono alternative al virus, anzi proprio il virus è la cura.  La verità è che le alternative smettono di esserci quando si smettono di cercare.

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(1) D.Harvey “Breve storia del neoliberismo”, il Saggiatore, pagina 200.

§

Per approfondire:

https://www.jacobinmag.com/2014/08/the-political-economy-of-ebola/

http://farmingpathogens.wordpress.com/2014/04/23/neoliberal-ebola/

http://www.who.int/drugresistance/documents/surveillancereport/en/

https://www.jacobinmag.com/2013/06/socialize-big-pharma/

http://www.solidaire.org/index.php?id=1340&tx_ttnews%5Btt_news%5D=39027&cHash=3fac0f3cc7db2488de0a474a738124cc

 

 

22 ottobre 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , | 4 commenti

Il Piano Funk

Mauro Poggi:

Il Piano Funk, ovvero: la prefigurazione, 75 anni fa, di una distopia che accade oggi.

Originally posted on Liberthalia:

MIMIC

«Le discussioni sulla struttura e sull’organizzazione dell’economia tedesca ed europea dopo la guerra, compresi gli effetti che la guerra avrà sull’economia mondiale, negli ultimi tempi stanno riempiendo le colonne della stampa tedesca e straniera, in misura crescente.
Tanto gli uomini d’affari che gli analisti stanno dando una particolare attenzione a questi problemi, mentre alcune idee e piani più o meno fantastici hanno causato una notevole confusione.
Anche il grande filosofo Hegel è stato tirato in ballo, come fonte di prova a sostegno di certe opinioni. Abbondano le frasi fatte di tutti i tipi, tra le quali la più abusata è che l’Europa deve diventare uno spazio economico più grande.
Qualunque sia la verità contenuta in questa affermazione, prima di tutto si deve ammettere che questa Grande Europa attualmente non esiste, che questa deve prima essere creata e che all’interno della sua area ci sono ancora molte frizioni.
In queste…

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18 ottobre 2014 Posted by | Società, Storia | , , , | 5 commenti

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