Della Grecia, della BCE, di danni e di beffe.
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In questo blog ho già condiviso gli interessanti articoli dell’economista Yanis Varoufakis, del quale apprezzo il più delle volte le analisi sull’Europa ma non condivido in genere le soluzioni che propone.
Ciò che gli rimprovero, dal mio punto di vista euroscettico, è di appartenere a quella incoerente schiera di studiosi ed economisti che, per quanto consapevoli delle distorsioni strutturali che minano la costruzione eurocratica, insistono nell’escogitare disperate ricette per mantenerla in vita nonostante l’evidente stato agonico, quando sarebbe molto più utile che lavorassero piuttosto alla proposta di soluzioni condivise per l’ordinato scioglimento del sistema (unica possibilità per ripartire poi con un più coerente progetto comunitario, cosa impossibile in caso di implosione senza controllo).
Se ne rendano conto o meno, essi in questo modo si fanno corresponsabili delle sofferenze subite da intere nazioni, non si sa bene a che titolo visto che le ragioni addotte sono pretestuose; e legittimano il manipolo di burocrati che si sono incaricati di infliggerle, al riparo del processo elettorale (cfr M. Monti) e quindi sollevati da ogni responsabilità politica.
L’articolo che segue spiega come la settimana scorsa la Grecia si è dovuta ulteriormente indebitare con il MES, Meccanismo Europeo di Stabilità, per onorare titoli venuti a scadenza che la BCE aveva acquistato un paio di anni fa (al prezzo di 3,6 miliardi) allo scopo di aiutarla. L’importo pagato per il riscatto – 5,6 miliardi – rappresenta l’intero valore nominale dei titoli emessi, i quali, per il fatto di essere posseduti dalla BCE, non rientravano nell’ambito della ristrutturazione del debito greco avvenuta a due riprese nel 2012.
A parte l’utile di 2 mld realizzato dalla BCE per la differenza fra prezzo d’acquisto e prezzo pieno, il danno e la beffa stanno nel fatto che se la BCE si fosse astenuta dall’ aiuto, quegli stessi titoli, per effetto della ristrutturazione, avrebbero avuto oggi un valore di riscatto di solo 1 miliardo (!), e il Governo greco avrebbe risparmiato la bellezza di 4,6 miliardi, i quali ora saranno sottratti alle già stremate risorse della Nazione greca.
Tanto per capire di cosa stiamo parlando: 4,6 mld rappresentano circa il 2,5% del PIL greco, l’equivalente di 35 miliardi se rapportati al nostro PIL.
L’assurdità del caso, comico – se non fosse tragico, è solo un esempio fra i tanti occorsi in questi anni: decisioni sbagliate, politiche miopi, strategie demenziali, vengono perseguite a dispetto della vastità delle sofferenze che esse provocano, senza che nessuno sia mai chiamato a risponderne. Secondo me davanti al reiterarsi di fatti del genere non ci si può limitare a segnalare e deprecare: credo che in una situazione di anestesia mediatica come quella che caratterizza il nostro tempo, occorre esprimere con forza la condanna e il rifiuto di questa triste distopia. E ciò vale a maggior ragione per coloro che dispongono di sufficiente autorevolezza e quindi risonanza, per i quali astenersi dal farlo equivale – lo ripeto – a complicità nel provocare quelle sciagure umanitarie alle quali, purtroppo, ci stiamo assuefacendo.

Varoufakis: Monetizzazione BCE – L’ultimo insulto alla Grecia
La settimana scorsa si è silenziosamente rappresentato un altro episodio di quel crudele sceneggiato dell’assurdo conosciuto come “Salvataggio Greco” (e recentemente riproposto come “Storia del successo greco”). Non è la prima volta che questo Stato fallito ha dovuto prendere in prestito con una mano per restituire il debito con l’altra, corredandolo di una massiccia dose di interessi. Per essere precisi, il Governo greco ha preso a prestito 4,2 miliardi dal Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) per poter ripagare la… Banca Centrale Europea di 5,6 miliardi, lasciando alla BCE – alla fine di questa odiosa operazione – un utile di 2 miliardi.
Ma ripagare esattamente che cosa?
Forse ricorderete che tra il primo salvataggio greco (maggio 2010) e il successivo collasso portoghese un anno più tardi (giugno 2011), la BCE provò nel più maldestro dei modi di fermare il contagio comprando titoli “PIIGS” sul mercato secondario. Come ci aspettavamo, il programma SMP (Security Market Program) fallì, per la semplice ragione che l’allora Presidente BCE, lo sventurato Trichet, preannunciò che la BCE non avrebbe speso più di 200 miliardi: un aperto invito agli speculatori ad andare short su questi titoli finché la BCE non avesse esaurito i 200 miliardi, per poi passare massicciamente all’incasso una volta che la BCE si fosse ritirata con la coda tra le gambe (ciò che precisamente accadde).
Nonostante ciò, durante quell’anno di follia la BCE accumulò un gran numero di titoli dei governi periferici, acquistati a prezzi distressed, cioè scontati. Nel caso dei titoli greci (maturati la settimana scorsa), benché la BCE non ci dice quanto li abbia pagati, è mia informazione che siano stati acquistati ad un prezzo inferiore a 64 cents per ogni euro nominale.
In altre parole questi titoli hanno un valore facciale di 5,6 miliardi di euro, ma sono costati alla BCE solo 3,6 miliardi. Questo significa che il Governo greco ha trasferito alla BCE 2 miliardi in più di quanto la BCE avesse speso all’epoca, con un rendimento in due anni pari al 55,6% del valore d’acquisto. Se questo non è usura, non so cos’è.
I difensori della BCE possono dire che questi “utili” torneranno infine alla Grecia, ammettendo che le Banche centrali dei paesi in surplus siano d’accordo. Forse lo saranno.
Quello che dimenticano, tuttavia, è che se la BCE non avesse acquistato quei titoli, il loro valore sarebbe stato svalutato una prima volta all’inizio del 2012, nell’ambito dell’operazione PSI (Private Sector Involvement), e successivamente a fine 2012 con l’operazione “debt buyback”.
In breve, quei 5,6 miliardi di euro restituiti alla BCE se avessero fatto parte delle due ristrutturazioni si sarebbero ridotti a 1 miliardo.
Il risultato è che l’acquisto dei titoli da parte della BCE, lungi dall’aiutare la Grecia, ha avuto l’effetto finale di mettere il Governo greco nella situazione di dover prendere in prestito 4,2 miliardi dall’ESM e aggiungere poi 1,4 miliardi a saldo, dissanguando letteralmente il paese (soldi cioè recuperati dai tagli selvaggi alla sanità, alle pensioni, ai sussidi per disabili eccetera), e ciò al fine di riscattare a valore pieno titoli che la BCE aveva acquistato a 3,6 miliardi.
Tenuto conto che senza quell’intervento il valore di riscatto di quei titoli sarebbe stato di 1 miliardo, la conclusione è che grazie a quel “salvataggio” la Grecia ha dovuto esborsare 4,6 miliardi in più, denaro che ora viene prelevato dall’economia greca a spese dei cittadini.
Molti lamentano che l’Eurozona è un’economia perversa per il fatto che possiede una Banca centrale senza uno Stato che la diriga, ed è composta da Stati privi di una Banca centrale che li supporti. In realtà la situazione è peggiore, come questi fatti dimostrano: l’Eurozona ha una Banca centrale che anche quando cerca di aiutare i membri più deboli in piena crisi, finisce con indebolirli ancora di più, operando involontariamente [?] come una piovra gigante avvinghiata al corpo di quelle società.
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Informazione e dintorni
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Ecco una notizia che trovo, tramite WS Italia, su Vincitori e Vinti:
“In questi giorni gli italiani sembrano particolarmente interessati al matrimonio di Valeria Marini, allo scudetto della Juventus, o alla morte di Andreotti.
Le cose serie, come al solito, vengono poste in secondo piano grazie alla complicità della stampa sussidiata che non ne parla affatto, o che, nella migliore delle ipotesi, riserva minimi spazi alle notizie che invece meriterebbero maggior risalto e una profonda riflessione da parte di tutti: mondo politico in primis.
Il teatrino della politica ci sta dando in pasto gli sforzi (si fa per dire) che si starebbero compiendo per tagliare l’IMU sulla prima casa ( circa 4 miliardi di euro) che rappresenta appena lo 0.5% della spesa pubblica. O addirittura il rifinanziamento per 1.5 miliardi di euro della cassa integrazione che, come denunciato dalla stessa INPS e dalle parti sociali, sarebbe ormai agli sgoccioli.
Ma mentre si stanno compiendo salti mortali per sostenere davanti all’opinione pubblica che la coperta è troppa corta per mettere al calduccio gli interessi di tutti (ergo, anche per trovare i soldi per la cassa integrazione), lo stato, nel silenzio più assoluto, versa un’altra quota di 2.8 miliardi di euro al fondo salva stati ESM, che si vanno a sommare agli oltre 40 miliardi già versati tra il 2011 e 2012. La notizia è stata riportata in un piccolo trafiletto apparso su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa, ma nessun media ne ha parlato o si è posto il dubbio, insieme al mondo politico, circa l’opportunità di sospendere il pagamento di queste quote e destinare le risorse ai fabbisogni davvero impellenti, dei quali, il rifinanziamento della CIG, ne costituisce solo una minima parte. Ad ogni buon conto, traetene da soli le dovute considerazione e se vi interessa approfondire ulteriori aspetti del fondo salva stati ESM, potete trovarli QUI, QUI e QUI.”
A proposito di informazione orientata, a cui accennavo un paio di post fa, già in precedenza avevo avuto occasione di commentare un articolo del SOLE 24 ORE molto significativo sotto questo aspetto. Il trafiletto a cui fa riferimento il post di Vincitori e Vinti è un altro ottimo esempio:
Titolo:
Conti pubblici, in aprile il fabbisogno dello Stato sale a 11 miliardi (da 2 miliardi di un anno fa) [messaggio: non possiamo abbassare la guardia]
Preambolo:
Risultato in linea con le previsioni [comunque don’t panic: è tutto sotto controllo].
Analisi:
L’aumento del fabbisogno è da attribuirsi principalmente a maggiori erogazioni per rimborsi in conto fiscale [1,7 mld] e all’anticipazione di alcuni [?] pagamenti da parte delle Amministrazioni centrali. [Principalmente?!?Un maggior fabbisogno di 9 miliardi dovuto principalmente a un’erogazione di 1,7 mld ?]
Postilla:
Il mese registra inoltre il pagamento per la sottoscrizione del capitale ESM (2,8 mld) e mancato riversamento (5,5 mld) da parte degli enti soggetti a tesoreria unica. [Non possiamo esimerci dal dirlo, ma diciamolo piano].
Conclusione:
Al netto di tali fattori peggiorativi […] il fabbisogno del mese sarebbe in linea con quello dello scorso anno [Cioè: se non avessimo registrato un maggior fabbisogno rispetto all’anno scorso, il fabbisogno sarebbe stato uguale a quello dello scorso anno. Monsieur de La Palice non avrebbe saputo dir meglio].
Notare come nel contesto l’informazione che 2,8 ulteriori miliardi sono stati versati all’ESM (politicamente imbarazzante, in una situazione in cui si stenta a coprire il fabbisogno per esodati e cassintegrati), ha la stessa rilevanza di una comunicazione di servizio, in contrapposizione all’enfasi accordata agli 1,7 mld di rimborsi, “causa principale” dell’aumentato fabbisogno.
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Bignamino sull’ESM (da: MondoInformazione):

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Senatori a vita
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Articolo 59 Cost.
È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica.
Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno
illustrato la Patria
per altissimi meriti
nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.
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Piccole dittature crescono
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Nel post che propongo qui di seguito, pubblicato da Doppiocieco, Tonino D’Orazio fa il punto sulla condizione democratica in Europa, esaminando parte delle istituzioni e dei dispositivi che la stanno compromettendo.
In particolare dà utili dettagli sull’Eurogendfor, il corpo militare sovranazionale europeo il cui progetto, iniziato nel 2003, è stato realizzato attraverso gli anni con straordinaria discrezione mediatica, fino alla ratifica del trattato di Velsen, aprile 2010 (legge 84/2010), e all’ormai imminente scioglimento dell’Arma dei carabinieri per accorpamento.
L’istituzione è chiamata ad affiancare, per quanto le compete, gli altri organi di governo comunitari, Commissione e Banca centrale, di cui condivide le prerogative di immunità giudiziaria e sovranazionalità. Prerogative che in assenza di reale unione politica stanno solo a indicare una condizione di autoreferenzialità, data l’assenza di legittime controparti a cui rispondere (ciò che gli anglosassoni chiamano accountability, responsabilizzazione).
In una situazione in cui le tensioni sociali cominciano ad esplodere un po’ ovunque in Europa, preoccupa che un organismo del genere, dichiaratamente sollevato da ogni responsabilità politica o penale, sia chiamato a mantenere l’ordine pubblico. Come viene osservato nell’articolo, c’è da chiedersi presso chi, in caso di abusi nel corso di disordini, i cittadini potrebbero mai rivalersi; tanto più che le possibilità di disordini provocati ad arte, come la più o meno recente storia insegna, sono sempre tutt’altro che remote.

E a proposito di disordini, è interessante notare che la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo – CEDU, a cui la Comunità europea ha aderito per effetto dell’articolo 6 comma 2 del Tue, in relazione al diritto alla vita recita:
Articolo 2 – Diritto alla vita
1. Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non si considera inflitta in violazione di questo articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
1. per assicurare la difesa di ogni persona dalla violenza illegale;
2. per eseguire un arresto regolare o per impedire l’evasione di una persona regolarmente detenuta;
3. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o una insurrezione.
Non è data alcuna definizione dei termini “Sommossa” e “Insurrezione”, né è chiaro la conformità di legge secondo cui è permesso infliggere la morte per reprime tali eventi. Che a decidere in merito sia di volta in volta il buon senso di signori protetti da immunità, ecco una cosa che dovrebbe inquietare chiunque, se chiunque avesse la possibilità di essere informato.
A integrazione della disamina di D’Alessio, ricordo l’incombente “Two Packs”, il dispositivo per cui i Governi saranno tenuti a presentare alla Commissione Europea, per preventiva approvazione e ancor prima che ai Parlamenti nazionali, le loro leggi finanziarie. Dispositivo che attribuisce alla Commissione ulteriori facoltà di indirizzo, sorveglianza e intervento nei confronti degli Stati a rischio di sforamento dei parametri (arbitrariamente) stabiliti.
Ne avevo già parlato in questo post. Come si vede, la previsione secondo cui nei prossimi mesi si sarebbero toccati il tabù della sovranità e della solidarietà (Van Rompuy, ottobre 2012) sta avverandosi pienamente.
Insomma, tassello dopo tassello, si rafforza la distopia di un’Europa comunitaria anti-democratica e anti-sociale, una sorta di super-stato diretto da burocrati e finanzieri: fra compiacenze, ignavie e inconsapevolezze. La maggior parte, fra la gente comune, è beatamente ignara; e fra i pochi consapevoli i più vagheggiano fideisticamente riforme democratiche a venire. Intanto l’apparato continua qui e ora a consolidare il proprio potere, con innovazioni istituzionali portate avanti in sordina, senza dibattito presso i cittadini, quasi fossero banali provvedimenti burocratici che non influenzano la nostra quotidianità e ormai, più che il nostro vivere, il nostro sopravvivere. I media, dal canto loro, evitano accuratamente di darne la dovuta rilevanza, preferendo orientare l’opinione pubblica verso futilità di sicura presa identitaria o problemi ad alto impatto emotivo, per risolvere i quali peraltro occorrerebbe partire da una riappropriazione della sovranità che quelle innovazioni ci stanno sottraendo.
L’informazione orientata, ovvero la disinformazione, è la caratteristica di tutte le testate e di tutte le trasmissioni: da Ballarò a Servizio Pubblico, da Repubblica a Il Fatto Quotidiano. Che sia per colpevole stupidità o per colpevole connivenza, sempre di colpevolezza si tratta.
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Tonino D’Orazio: Una dittatura moderna – da Doppiocieco
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Questo è esattamente il modo in cui inizia una dittatura. Si dichiara, o si costruisce, uno stato di emergenza, le leggi normali democratiche si sospendono, le costituzioni si modificano, e c’è qualcuno che prende il potere per il bene del Paese. Semplice. Tecnica del colpo di stato, Curzio Malaparte.
Prendiamo ad esempio il MES, il trattato europeo in corso che darà a 17 “governatori”, tra cui prima c’era il cattolico praticante Monti, adesso l’ex-democristiano Letta, il potere di esigere qualunque somma dagli stati membri e di contro li renderà immuni da qualunque procedimento giudiziario, oltre a dichiarare segreti ed inviolabili tutti i loro archivi e i loro documenti. Tutti i gerarchi hanno usufruito di queste regole, in qualsiasi dittatura, perché così si fa il proprio “dovere”. Questo nuovo trattato è la peggiore evoluzione dell’Europa Unita: darà un potere arbitrario e completo a burocrati stranieri, mai eletti, di controllare le economie di interi paesi, anche se i popoli faranno un gran casino, il trattato conferirà loro l’immunità totale da qualsiasi iniziativa giudiziaria, a vita!
Anzi, a cautela, in caso di “sommossa democratica” hanno istituito l’Eurogendfor, (Forza di Gendarmeria Europea), la nuova polizia militare europea con poteri illimitati e senza controllo.
I compiti: «condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico; monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi comprese l’attività di indagine penale; assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence; svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti; proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici» (art.4). Chiaro ?
Il raggio d’azione: «EUROGENDFOR potrà essere messa a disposizione dell’Unione Europea (UE), delle Nazioni Unite (ONU), dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) e di altre organizzazioni internazionali o coalizioni specifiche» (art.5). Insomma possono essere utilizzati anche in azioni di guerra. “Se richiesti”. Vero ministro Bonino?
La sede e la cabina di comando: «la forza di polizia multinazionale a statuto militare composta dal Quartier Generale permanente multinazionale, modulare e proiettabile (brutta parola) con sede a Vicenza (Italia. Sta a significare che la Gestapo europea dipende, alla luce del sole, dal Pentagono). Il ruolo e la struttura del QG permanente, nonché il suo coinvolgimento nelle operazioni saranno approvati dal CIMIN – ovvero – l’Alto Comitato Interministeriale. Costituisce l’organo decisionale che governa EUROGENDFOR» (art.3). Un altro gruppetto di tecnocrati, questa volta anche militari. Ecco perché chiudono intere caserme di carabinieri, soprattutto al sud. Ridicolo se non fosse un tassello storico ideale delle forze dell’ordine: fedeli a chi comanda. Chiaro che non al parlamento europeo.
L’EGF gode di una totale immunità: inviolabili locali, beni e archivi (art.21 e 22); le comunicazioni non possono essere intercettate (art.23); i danni a proprietà o persone non possono essere indennizzati (art.28); i gendarmi non possono essere messi sotto inchiesta dalla giustizia dei paesi ospitanti (art.29). Fanno come ca…volo gli pare, altro che il G8 di Genova o Abu Omar. Avranno anche le loro Guantanamo? Come si evince chiaramente, una serie di privilegi inconcepibili in uno Stato di diritto.
Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. I carabinieri confluiscono nella polizia di stato e diventano due forze degradate di secondo livello. Chissà se obbediranno a ufficiali tedeschi! Quando si dice la Storia!
Politicamente, invece, pensate a un certo Van Rompuy, semplice dire che non ha nessuna legittimazione democratica. Allora di che fa parte? Non è stato votato da nessuno, e non esiste nessun meccanismo per i normali votanti né per nessuna nazione europea di rimuoverlo. La cosa più interessante nel recente fiasco italiano è stato vedere questo uomo tronfio, non eletto, venire da Bruxelles a Firenze e dire al popolo italiano che non era il momento per le elezioni, ma il momento per le azioni. Un imbecille. Aveva detto le stesse cose al popolo greco. Chi gli ha dato il diritto di dire queste cose al popolo italiano? Sono i nostri eletti e anche governanti, compresi tutti quelli attuali.
Vedere una Europa ridotta a un pasticcio, a un compromesso che non va bene a nessuno e diretto da burocrati nella Commissione Europea che, lo abbiamo visto in qualsiasi altra area politica, hanno fallito in tutto l’arco degli ultimi vent’anni, fa proprio pena. Hanno ridotto il bel sogno europeo a feci. Sono responsabili dell’anti-europeismo popolare dilagante. E’ talmente evidente che non si tratta di populismo, ma di ripresa in mano del proprio destino soffocato, e imprigionato da un manipolo di avventurieri plenipotenziari e arroganti, ma anche di tanti servi.
Inizieranno gli inglesi a rompere il giocattolo anti-democratico costruito su misura per e dalla Germania? Perché i partiti o i movimenti anti-euro e/o anti questa Europa iniziano ad essere la terza forza politica nei loro paesi? Spingendo spesso gli altri due, socialisti o sedicenti tali, ad inciuciare al finish con le destre? Vedi Grecia, Portogallo, Irlanda, Belgio e oggi Italia, ma anche Germania.
L’inglese Cameron la settimana scorsa, dopo la sconfitta elettorale anche su questo tema, ha pronunciato discorsi anti-Europa, riscuotendo consensi proprio nell’ala più oltranzista del suo partito. La quale insiste con istanze sempre più radicali, e pretende il taglio del budget europeo per i prossimi sei anni, e addirittura un referendum (sapete quanto ne sono allergici i tecnocrati europei, già col Fiscal compact li hanno aboliti, eccetto per la Germania) per chiedere ai cittadini britannici di esprimersi sulla loro effettiva volontà di rimanere in questa Europa. Molti osservatori politici inglesi condannano questo atteggiamento, denunciando il fatto che un simile testardo euroscetticismo porterà la Gran Bretagna a rimanere isolata. Ma alcuni Conservatori non sembrano vedere questo come un problema, e anzi auspicano proprio un “isolamento” britannico sul modello di quello di Svizzera o Norvegia, sapendo di avere in mano il Commonwealth e con i cugini americani un certo controllo finanziario mondiale. Non è stato sufficiente. Anzi, il partito euroscettico (Ukip) di Nigel Farage ha dimostrato che l’antieuropeismo è ormai dilagante in Gran Bretagna, inequivocabilmente con le elezioni amministrative che si sono svolte il 3 maggio, e che hanno consegnato uno scenario politico completamente diverso da quello abituale: “il più grande sconvolgimento del sistema partitico dal dopoguerra a oggi”, sono state definite da alcuni osservatori. Ma anche un chiaro segnale all’Unione Europea. A stravolgere gli equilibri è lo Ukip, partito indipendentista (ma razzista) britannico, guidato da Nigel Farage, che ha ottenuto, su scala nazionale, il 23% dei voti, (aveva 3% cinque anni fa) divenendo così il terzo partito e insidiando da vicino i due maggiori: i Laburisti (29%) e i Conservatori (25%). Soltanto quarti i Liberal-Democratici, che racimolano appena il 14%. Sono stati aiutati sicuramente dagli ulteriori drastici tagli governativi e comunali al famoso stato sociale britannico ormai ridotto al lumicino e molto vicino al pensiero unico sociale americano.
Sintesi: la BCE gestisce i soldi di tutti ma è autonoma, cioè privata, cioè di qualcuno, eletta da nessuno, con tutti i super poteri per sottrarvi i vostri soldi, il vostro lavoro, la vostra vita; la polizia (Eurogendfor) viene militarizzata, è una super struttura europea per gestire eventuali sommosse di popolo (sic! Almeno l’FBI dipende da Obama), non è sotto gestione politica ma nominata, vedremo dopo da chi, (è un eufemismo); i regolamenti europei, le direttive obbligatorie, cioè le leggi, vengono formulate da persone e strutture nominate, non elette, che hanno pieni poteri, e possono intervenire ovunque, come i poliziotti, con multe salate di repressione, e più grave ancora con banali e stupidi discorsi di supponenza, antidemocratici se non anti-popolari. Vietato ribellarsi. Tutte queste strutture non devono rendere elettoralmente, democraticamente, conto a nessuno.
Ma se proprio volete vi facciamo rivotare a suffragio universale un Parlamento Europeo che non conta niente. Siete almeno contenti? E’ salva la democrazia liberal di facciata?
Gran parte degli ingredienti ci sono, cosa manca a una dittatura moderna? Già, dopo le televisioni, rimane da “normalizzare” il web. Meglio farlo fare alla “sinistra”, anzi “all’opposizione”, per renderla credibile. A volte, per prevedere il futuro, basta ricordarsi un po’ meglio del passato.
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L’ideologia dell’austerità e il foglio Excell
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Nel 2010 Carmen Reinhart and Kenneth Rogoff, due rinomati economisti, il secondo dei quali ex capo economista del FMI, hanno pubblicato uno studio, divenuto famoso, sul rapporto fra debito pubblico e crescita economica di un paese.
Nel sommario gli autori precisavano che la loro analisi era basata su dati di 44 nazioni in un arco temporale di 200 anni; comprendeva 3700 osservazioni annuali riferite ad un’ampia casistica di sistemi politici, istituzioni, tassi di cambio, circostanze storiche. Le conclusioni erano che quando il rapporto debito/PIL supera la soglia del 90%, il tasso di crescita mediano scende di un punto, e quello medio scende ancora più considerevolmente.
In pratica, si trattava della prova provata di quanto esiziale sia il debito pubblico e quanto sacrosanta sia la dottrina dell’austerità imposta dalla Troika ai paesi dissoluti della periferia europea.
In un contro-studio di alcuni giorni fa tre economisti hanno dimostrato non solo che il paper aveva omesso di considerare alcuni dati tutt’altro che trascurabili, ma che in uno dei fogli Excell utilizzati l’algoritmo di elaborazione era sbagliato e comportava errori significativi. Dovutamente rettificato, appare che i paesi aventi un rapporto Debito/PIL del 90% e più hanno avuto storicamente una crescita del +2,2% anziché quella affermata da R&R del -0,1% (Herndon, Ash, Pollin: « Does high public debt consistently stifle economic growth ? A critique of Reinhart et Rogoff », Political Economy Research Institute, 15 avril 2013, University of Massachusetts Amherst, Boston).
Jacques Sapir ne parla nel suo blog in un post intitolato “Ad un passo dal baratro“, puntando il dito contro una politica economica le cui radici culturali, che si vorrebbero far passare per tecniche, sono essenzialmente ideologiche e di interessi nazionalistici.
Lo riassumo liberamente qui di seguito. Parentesi quadri e grassetto sono miei:

Il dibattito sulla politica economica continua a scontrarsi con l’immaginario dei dirigenti politici, profondamente condizionati dal principio dell’austerità. Ma questo principio, dato per irrefutabile, dietro l’apparente autorevolezza accademica si nasconde precise scelte ideologiche.
La disoccupazione in Europa ha raggiunto il 12% della popolazione attiva, con punte del 25% in Spagna e Grecia. L’economia continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e ormai i consumi sprofondano anche in Francia. Se i consumi francesi continueranno a subire la stessa contrazione registrata in gennaio, le conseguenze saranno pesanti tanto in Francia quanto nei paesi vicini, primi fra tutti Italia e Spagna.
L’inarrestabile deterioramento della situazione economica dovrebbe mettere in discussione le misure di austerità fin qui adottate, ma la volontà tedesca di continuare su questa strada è evidente e ribadita. Un accanimento giustificato da precisi interessi.
La Zona euro rapporta alla Germania utili pari a 3 punti di PIL all’anno, sia attraverso il surplus commerciale, realizzato per il 60% all’interno dell’aerea, sia per l’indotto derivante dalle esportazioni. Si capisce perché in queste condizioni essa è favorevole all’Eurozona.
Ma se Berlino ne volesse il corretto funzionamento, dovrebbe accettare il passaggio a un federalismo fiscale e a un’Unione di trasferimento. Si tratta di una necessità che gli economisti conoscono bene, e non solo loro: Vladimir Putin, nell’ottobre 2012, durante il convegno del “Club Valdai”, aveva sottolineato che un’unione monetaria fra paesi così eterogenei non poteva funzionare senza un potente federalismo fiscale.
Il problema è che la Germania dovrebbe trasferire una parte considerevole della propria ricchezza agli altri paesi. Solo che per Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, i trasferimenti necessari sarebbero intorno ai 245-260 mld di euro, qualcosa come 8-10 punti di PIL tedesco, e questo per almeno 10 anni. Cifre di questa entità sono assolutamente esorbitanti: la Germania non potrebbe pagarle senza pregiudicare il proprio modello economico e distruggere il proprio sistema previdenziale.
Ecco perché essa ha sempre rifiutato un’Unione di trasferimento. Alla fine il problema non è politico (quello che la Germania vuole o non vuole pagare) ma economico (quella che la Germania può o non può permettersi). Un prelievo dell’8-10% non sarebbe economicamente tollerabile a prescindere dalla peraltro mancante volontà politica [e questo lascia poco spazio alle speculazioni di chi immagina che i tedeschi potranno essere prima o poi politicamente convinti ad accettare questa condizione].
La Germania manifesta già ora reticenze importanti sull’Unione bancaria, accettata controvoglia l’autunno scorso. Ha dichiarato che per attuarla bisognerebbe modificare i trattati esistenti, ma tutti sanno quanto tempo comporterebbe l’iter relativo. In pratica, la Germania posticipa al 2015, e più verosimilmente al 2016, l’entrata in vigore di un’Unione bancaria di cui ha già largamente limitato la portata sollevando pretesti di “costituzionalità” (la signora Merkel ha qualche buon motivo per assicurarsi della perfetta legalità degli accordi, sentendosi minacciata dal nuovo partito euroscettico “Alternativa per la Germania“, a cui i sondaggi accreditano un 24% delle intenzioni di voto).

In queste condizioni, è comprensibile che essa scelga di difendere la politica di austerità per l’Eurozona, a dispetto delle catastrofiche conseguenze economiche e sociali. Da qui a immaginare che la Germania voglia espellere i paesi periferici, il passo è breve. Semplicemente, non può pagare per loro. Da questo punto di vista, supporre un “programma segreto” della Merkel per mantener a tutti i costi questi paesi nell’Eurozona è una sontuosa asineria di cui solo certi politici sono capaci.
Ma esiste anche una dimensione ideologica, che si pretende “fondata” sulla teoria economica.
L’antifona che il peso del debito compromette la crescita e che solo una politica di austerità è in grado di risolvere il problema, fa parte di quelle apparenti evidenze di cui la “saggezza delle nazioni” è piena (cfr: gestione dello Stato analoga alla gestione familiare).
Questa sedicente evidenza aveva trovato giustificazione nello studio di Reinhart e Rogoff, le cui conclusioni erano che al di sopra del 90% sul PIL l’impatto del debito pubblico sulla crescita diventa molto negativo, e quindi, oltre tale soglia, sono necessarie politiche di austerità per ridimensionarlo.
A dispetto di tutta una serie di studi che indicano proprio nell’austerità il drammatico ostacolo allo sviluppo economico, i partigiani del rigore a oltranza affermano che, quali che siano le conseguenze, l’imperativo della riduzione del debito rimane prioritario se si vuole conseguire una crescita stabile. E’ quello che hanno sostenuto precisamente François Hollande e il suo Primo Ministro Jean-Marc Ayrault.

Senonché lo studio di R&R conteneva considerevoli errori, che altri tre economisti hanno scoperto.
Prima di tutto, nella costruzione del campione statistico che doveva coprire il periodo 1946-2009 certi anni sono stati arbitrariamente esclusi. Tre paesi importanti sono così rimasti fuori per gli anni dell’immediato dopoguerra – Canada, Australia e Nuova Zelanda. Tre paesi, guarda caso, per i quali si riscontra un rapporto debito/PIL elevato concomitante a un elevato tasso di crescita. Inoltre, i due autori ponderano i dati in maniera tale che, curiosamente, nel risultato è minimizzata la componente di quei paesi che mostrano un importante debito pubblico e una forte crescita alla stesso tempo.
Infine, la replica dell’elaborazione dei dati originali dimostra l’esistenza di un errore non trascurabile nel foglio di calcolo Excell utilizzato da R&R.
La differenza fra la valutazione di R&R e quella corretta è di ben 2,3 punti (una crescita di 2,2% anziché -0,1%).
L’errore riscontrato sul foglio di calcolo è certamente quello che ha dato adito al maggior numero di commenti, ma si tratta in realtà dell’aspetto meno importante. Quello che è grave è l’omissione di certi dati e l’uso di sistemi ponderali impropri, perché indicano ben più seriamente che R&R hanno manipolato i loro dati per ottenere risultati conformi alla loro ideologia. E’ questo che getta una pesante ombra di dubbio sui metodi di certi economisti e sull’attendibilità della gente che li segue.
Tutti i paesi, uno dopo l’altro, si sono lanciati nelle politiche suicide della svalutazione interna, equivalenti alle politiche di deflazione degli anni trenta che portarono Hitler al potere. Disoccupazione e rigore devastano le società; ma non solo: le politiche di austerità stanno contrapponendo i paesi gli uni agli altri. Il paradosso è totale. L’Unione europea, presentata come un fattore di pace tra i popoli, aggrava di fatto i conflitti e risveglia rancori sopiti.
Nel caso della Francia [ma la descrizione del ciclo e applicabile a qualunque altra realtà] le conseguenze dell’austerità sono chiare. Se si vuole ridurre il costo lavoro per tentare di recuperare la competitività senza [non potendolo fare] svalutare, è chiaro che occorrerà ridurre i salari e le prestazioni sociali. Ma allora saranno i consumi a sprofondare, e ciò si ripercuoterà sulla crescita. Il risultato sarà un aumento importante della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i nostri costi del 20% bisognerà aumentarla probabilmente al 15%, ma nell’Eurozona Spagna e Italia sono già in competizione con la Francia, per cui bisognerà fare meglio di loro, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione… Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali le conseguenze politiche?
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Bersani chi?
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L’analisi di Peter Gomez su Il Fatto Quotidiano:
“Più osservi Pierluigi Bersani nella corsa per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e più ti convinci che pure sul suicidio aveva ragione Voltaire. “Non che ammazzarsi sia sempre follia” scriveva nel ’700 il filosofo francese, “Ma in genere non è in un eccesso di ragione che ci si toglie la vita”.

E così ha fatto anche il futuro ex segretario del (futuro ex?) Pd. Sprezzante della logica, delle richieste degli elettori (i suoi) e di un pezzo importante del partito, Bersani ha scelto la strada dell’accordo con Silvio Berlusconi e si è schiantato.
Ora però gli resta un problema. Il Pd è duro a morire. Il sostegno al governo Monti, la non sua non campagna elettorale – con conseguente disastroso risultato nelle urne – e la “bella sorpresa” della candidatura al Colle di Franco Marini, non sono bastate al segretario per dare il colpo di grazia ai democratici. Dalle parti del Pd c’è ancora vita. Non si per quanto, ma il caro estinto non è ancora tale. E anzi basterebbe poco per rivitalizzarlo e tentare di rivitalizzare con lui il Paese.
Ma Bersani non sembra capacitarsi di dover trapassare da solo. E da vero e coriaceo leader, per rassicurare tutti, dice: “Riuniremo l’assemblea dei grandi elettori, vedrete che una soluzione si troverà”.
Non ne dubitiamo. Il fatto è però che una soluzione non va trovata, perché c’è già. E si chiama Stefano Rodotà.
Capirlo non è difficile e dovrebbe arrivarci anche un futuro ex segretario in apparente stato confusionale. Rodotà è stimato dagli elettori di centro sinistra, è invocato a gran voce dalla base, è un giurista di caratura internazionale, ha insegnato nelle università di mezzo mondo (dalla Sorbona a Stanford), ha un lontano passato di politico – spesso critico nei confronti dell’apparato – e per la gioia della maggioranza dei piddini è stato addirittura presidente del Pds. Certo è molto anziano, ma visto che Bersani aveva detto di sì a Marini, non si capisce perché per lui ora la cosa possa costituire un problema.
Non basta. Il Partito Democratico, nelle prime due votazioni per il Colle, si è pure reso conto che Rodotà, di suo, ha più di 200 grandi elettori (M5S e Sel). Per farlo salire al Quirinale, visto che il Pd di voti ne ha quasi 500, ci vuole davvero poco. E subito dopo, Beppe Grillolo ha detto pubblicamente martedì 16 aprile, il dialogo per far partire un governo comincerà.
Insomma, qui è la ragione che dovrebbe spingere Bersani e i suoi a votare Rodotà. A questo punto qualunque altra scelta (a partire da Massimo D’Alema, che tanto piace a Berlusconi, fino a Piero Grasso o Sabino Cassese) non può più essere giustificata con l’intelletto.
Per questo, se il segretario nelle prossime ore muoverà altri passi verso l’assassinio del suo partito, o ammette di essere uno stupido, o annuncia finalmente agli elettori che c’èqualcosa che non sanno. Che tra i vertici del Pd (nelle loro varie forme) e quelli del Pdl (nella loro unica forma) c’è almeno un patto, un ricatto, un accordo magari ventennnale. Un qualcosa che possa rendere, non diciamo accettabile, ma almeno ragionevole questa follia.”
Ultim’ora: alla lista dei nomi evocati da Gomez aggiungere quello di Prodi, uscito fuori di prepotenza dalle quirinarie che il PD ha tenuto questa notte. Romani Prodi: quello che “se entreremo nell’UEM lavoreremo un giorno in meno e guadagneremo come se avessimo lavorato un giorno in più”.
Non c’è limite al peggio.
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Letterine
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Il Governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, avrebbe scritto una lettera al presidente cipriota Anastasiades chiedendogli di “lasciar lavorare in pace” il Governatore della Banca centrale di Cipro, Panicos Demetriades. Il condizionale è d’obbligo perché la notizia, attribuita a fonti definite ben informate, non ha ancora avuto conferma ufficiale, anche se significativamente la BCE si è rifiutata di commentare.

Il problema nasce dal fatto che la Commissione parlamentare incaricata di indagare sul recente collasso finanziario dell’isola starebbe valutando anche le eventuali responsabilità del Governatore. Il che ha una sua logica, dopotutto: se c’è una crisi sistemica e si vuole capire cosa diavolo è successo, bisognerà pur fare qualche domandina a chi ha l’incarico di sorvegliare il sistema. Un atto dovuto, quantomeno. O no? Mario Draghi pare non sia d’accordo, e avrebbe auspicato “meno pressioni” e “maggior rispetto per l’indipendenza” della Banca Centrale di Cipro.
A giudicare dalla poca enfasi che ha meritato, è probabile che la notizia si estingua rapidamente senza clamore.
Nel mondo dell’informazione l’importante non è ciò che importa ma ciò a cui si decide dare importanza, e tra i media del paradiso eurotico esiste la tacita convenzione per cui alcuni temi – quali fra gli altri sovranità e democrazia – vanno sempre derubricati a futilità.
Questo spiega l’indifferenza che si osserva nei confronti di certe iniziative che in altri tempi avrebbero suscitato scandalo per le implicazioni autoritarie che comportano; e spiega anche la disinvoltura con cui esse sono portate avanti dal manipolo di tecno-burocrati che presiede alla governance europea senza alcuna legittimazione elettorale – gente che si è nominata e che mai è stata eletta.
L’iniziativa di Draghi, nel caso specifico, vede il capo di un’istituzione privata (la BCE) scrivere al Presidente di una nazione sovrana per ingiungergli di lasciare in pace un proprio collaboratore o collega, che quella stessa nazione ha sottoposto a legittima indagine. Un’ennesima prova che la democrazia, nella costruzione europea, sta patendo crescenti limitazioni, tanto più preoccupanti in quanto sono in pochi a preoccuparsene.
Ho provato a immaginare cosa sarebbe successo se il Presidente di una certa repubblica , due anni fa, avesse risposto a una certa lettera della BCE reclamando meno pressioni e più rispetto per l’indipendenza del proprio Primo ministro…
Provate a immaginare anche voi.
Fonti:
AGI.it
Repubblica.it
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Portogallo: la Corte costituzionale e l’austerità
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All’inizio dell’anno segnalavo la decisione del Presidente della repubblica portoghese, Anibal Cavaco Silva, di sottoporre al vaglio costituzionale la legge finanziaria 2013 – che pure aveva controfirmato. Motivo:
“l’entrata in vigore della finanziaria si tradurrà in una forte riduzione delle entrate per i cittadini oppure in un significativo aumento delle imposte o ancora in una diminuzione del welfare state. Tutti saranno colpiti ma alcuni più direttamente di altri e questo solleva legittimi dubbi sull’equità della suddivisione dei sacrifici“.
La manovra, varata dal governo conservatore di Pedro Passos Coelho, era l’ennesimo e il più duro giro di vite dall’inizio della crisi, per “rispettare il percorso di risanamento” concordato con la troika nel 2011 in cambio del prestito di 78 miliardi per salvare il Paese.
Venerdì 5 aprile la Corte si è pronunciata, bocciando quattro dei nove provvedimenti, in quanto giudicati anticostituzionali e discriminatori: taglio della quattordicesima mensilità e riduzione delle pensioni per i dipendenti pubblici; tagli ai sussidi di disoccupazione; riduzione dei congedi per malattia. (Gli effetti della bocciatura sono retroattivi, quindi il governo dovrà restituire quanto pagato in meno dal primo gennaio scorso, data di entrata in vigore dei provvedimenti).
L’ameno ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, si è subito affrettato a dichiarare, a scanso di equivoci: “Il Portogallo ha fatto molti progressi l’anno scorso per tornare sui mercati, ma dopo la sentenza si dovranno decidere altre misure“.
Coehlo, in una riunione di gabinetto convocata d’urgenza il giorno dopo, ha biasimato la decisione, lamentando che l’Alta corte mette a repentaglio il programma di salvataggio, crea problemi al budget 2013 e “compromette la credibilità internazionale del Portogallo“.

La decisione della Corte è di grande importanza: afferma il primato della Costituzione, quindi della sovranità nazionale, nei confronti di un’organizzazione sovranazionale a vocazione anti-democratica; la valenza sociale sopra quella economico-finanziaria; la legittimità sopra la legalità, (per citare una recente riflessione di Agamben).
In pratica, al “Ce lo chiede l’Europa” è stato ribattuto, per una volta, “Non ce ne può fregare di meno“.
A testimonianza di quanto sia importante la notizia, sta il fatto che qui da noi i media l’hanno pudicamente trascurata: si fa così quando si vuole depotenziare la portata di qualcosa. D’altra parte, da noi non c’è un presidente che si interroghi sull’equa ripartizione dei sacrifici, e la nostra Corte fa la bella addormentata, o si distrae a rincorrere altre priorità.
Di seguito, riporto le considerazioni che sull’argomento fa Orizzonte48, un blog che si prefigge di analizzare – meritevolmente e con autorevolezza - lo stravolgimento che i trattati e le normative europee stanno arrecando al nostro assetto costituzionale e alla nostra sovranità, complice l’indifferenza o la connivenza di chi questi valori sarebbe chiamato a difendere. Un luogo fondamentale che raccomando a chi vuole capire, non solo sotto l’aspetto economico ma anche giuridico-istituzionale, scempio e scempiaggini di questa distopia che chiamiamo Unione Europea.
Portogallo: I danni collaterali e la resistenza costituzionale.



