Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

Ebola come metafora: la bancarotta morale del neoliberismo.

Leigh Phillips è uno scrittore scientifico e giornalista. Scrive per Nature, The Guardian, Scientific America, EU-Observer e Daily Telegraph. Sulla sua pagina Twitter si presenta come “Ex scribacchino di Bruxelles, sinistroide prometeico, cosmopolita senza radici. In un articolo su Jacobin scrive che Ebola è la plastica rappresentazione  del fallimento del neoliberismo e del libero mercato come sistema socio-economico.

La dottrina neoliberista afferma che il miglior modo, anzi l’unico, di conseguire il benessere collettivo è quello di esaltare le capacità dell’individuo lasciandolo libero di perseguire il proprio interesse all’interno di un sistema caratterizzato dal prioritario diritto di proprietà privata, da liberi mercati e da libera concorrenza. In questo sistema il ruolo dello Stato deve limitarsi a garantire tali condizioni, altri interventi avrebbero solo effetti distorsivi e pregiudicherebbero l’efficienza degli automatismi che permettono al mercato di autoregolarsi e produrre ricchezza. La ricchezza a sua volta, proprietà dei meritevoli che partecipano al processo, per una sorta di meccanismo a cascata (trickle-down) ricade vantaggiosamente sulla comunità tutta.

Quanto tutto ciò sia pretestuoso e mascheri  una concezione spietatamente darwiniana della società dovrebbe essere evidente dai disastri che si sono perpetrati negli ultimi quarant’anni, prima sulla pelle dei paesi del terzo mondo, poi su quella dei paesi emergenti e ora sulla pelle dei paesi “avanzati”. Le cronache di questi ultimi anni ne danno ampia testimonianza, ma il condizionamento operato attraverso l’occupazione sistematica dei luoghi di potere – economico, politico e culturale – fa sì che quello neoliberista continui a proporsi come unico modello di riferimento per l’interpretazione della realtà, non perché migliore ma perché senza alternative, cioè “naturale”.

 Big Pharma 1

L’inadeguatezza del neoliberismo nell’affrontare il problema Ebola è quindi solo un caso specifico  del più generale fallimento della dottrina, ma la particolare valenza emotiva che l’epidemia riveste, specie oggi che sembra minacciarci direttamente, gli conferisce una particolare esemplarità.

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La pratica economica neoliberista implica che il problema Ebola resterà irrisolto fino a quando non diventerà remunerativo trovare la soluzione.

Nel frattempo contribuisce  ad esacerbarlo: da una parte dissuade le aziende farmaceutiche a investire le ingenti somme necessarie per la ricerca di un vaccino il cui ritorno economico è dubbio; dall’altra, le politiche di tagli alla spesa e limitazione del ruolo dello stato pregiudicano là dove esistono l’efficienza delle strutture sanitarie, o ne impediscono lo sviluppo là dove non ci sono.
L’intempestiva riduzione dei finanziamenti all’OMS da parte degli stati finanziatori è eloquente: il budget per le crisi epidemiche è passato dai 469 milioni di dollari del periodo 2012/2013 ai 228 milioni del periodo 2013/2014. [Tanto più eloquente se pensiamo che di recente il premio Nobel Obama ha richiesto ai paesi NATO di impegnare nelle spese militari il 2% del PIL, ciò che per la sola Unione Europea rappresenterebbe un budget di circa 3.200 milioni di dollari].

Nel caso delle crisi sanitarie del terzo mondo esiste anche, è vero, una componente razzista.  Il sito Onion fa del macabro sarcasmo e quantifica in numero equivalente di bianchi morti il tempo che ci vorrà ancora per scoprire un vaccino. Ce ne vorranno, stima, 50 o 60.

Tuttavia la componente razzista passerebbe in ultimo piano se solo si potesse contare su un buon tasso di redditività. Ebola è un problema non per mancanza di risorse ma perché privo di appetibilità economica. Dal 1976, anno in cui il virus è stato identificato per la prima volta, il numero delle vittime è solo di qualche migliaio – un “mercato” troppo esiguo rispetto alla dimensione degli investimenti che lo sviluppo di un vaccino su scala industriale richiederebbe.
Si tratta degli stessi vincoli economici che spiegano la riluttanza delle grandi case farmaceutiche ad affrontare altre patologie che come l’Ebola non offrono degne prospettive di mercato.

Negli USA è stato il settore pubblico, direttamente o tramite finanziamenti a piccole imprese biotecnologiche, a far progredire la ricerca. Anthony Faucy, capo della NIAID, da tempo si affanna a spiegare alla stampa e a chiunque voglia ascoltarlo che il rimedio contro l’ebola sarebbe a portata di mano, non fosse per la taccagneria dell’industria farmaceutica. “Abbiamo  un nostro vaccino sperimentale, ma non riusciremo mai a convincere le case farmaceutiche a svilupparlo e farne delle scorte. Un vaccino per un virus che provoca limitate epidemie ogni trenta o quarant’anni – beh, non è molto incentivante”.
Tanto più se sono epidemie che riguardano le più povere comunità del pianeta. John Ashton, presidente della FPH, in un articolo sull’Independent definisce scandalosa la riluttanza delle industrie farmaceutiche a impegnarsi nella ricerca per produrre cure e vaccini solo perché, secondo le loro stesse parole, il numero delle persone coinvolte è talmente piccolo da non giustificare l’investimento.
“Questa è la bancarotta morale del capitalismo, che agisce al di fuori di ogni cornice etica e sociale”.
E’ la stessa logica che ha indotto le grandi case farmaceutiche a trascurare lo sviluppo di una nuova classe di antibiotici, con la creazione di un vuoto di ricerca che nel giro di vent’anni porterà alla mancanza di antibiotici in grado di combattere efficacemente le infezioni. Secondo un recente studio dell’OMS, i ceppi batterici che hanno sviluppato resistenze sono ormai a un livello allarmante. Big Pharma lo ammette candidamente: da un punto di vista imprenditoriale non ha alcun senso investire uno o due miliardi di dollari per medicinali che la gente assume sporadicamente; è molto più logico investire nello sviluppo di terapie per malattie croniche, come il diabete, il cancro o l’AIDS, per le quali il paziente è obbligato ad assumere costosi medicinali ogni giorno,  spesso per tutta la vita. [E in quest'ottica è molto più conveniente sviluppare un farmaco che controlli la malattia - quindi da assumere sistematicamente, piuttosto che trovarne uno che la guarisca una volta per tutte - quindi da assumere una volta sola].

Il risultato è che negli stati Uniti le infezioni da batteri resistenti agli antibiotici colpiscono ogni anno 2 milioni di persone e provocano 23.000 decessi. Altri vaccini trascurati per “ragion d’impresa” sono quelli per l’infanzia, per i quali ormai da un decennio gli USA lamentano un problema di scorte insufficienti.Nel caso Ebola, almeno, il Dipartimento della Difesa USA, nel quadro della prevenzione al bio-terrorismo, può finanziare le piccole imprese biotech e impegnarsi all’acquisto di uno stock di vaccini. In presenza di rischi per la sicurezza nazionale,il Governo non esita a subentrare al mercato se questi si dimostra inadeguato o assente. Senza questi sussidi non si sarebbero potute sviluppare le tre o quattro opzioni ora disponibili. Una di queste, lo ZMAPP, sembra molto promettente. È già stato usato con successo in alcuni casi di emergenza, e anche se le condizioni di somministrazione non permettono di attribuire con certezza la guarigione alla sua efficacia ci sono ragionevoli motivi di ottimismo.

La superiorità dello Stato nel governare e guidare la ricerca, nonostante i postulati neoliberisti che sostengono il contrario, è evidente. [Ne parla anche l'economista Marianna Mazzuccato, nel saggio "Lo Stato Innovatore", dove dimostra che contrariamente alla credenza comune le innovazioni più significative degli ultimi decenni (internet, nanotecnologie, telecomunicazioni...) sono il risultato dell'azione diretta o indiretta del settore pubblico, proprio perché il settore privato non è disposto ad assumersi il rischio di investimenti se non presentano garanzie di un congruo ritorno].

Ma se l’industria farmaceutica, in base alla logica privata del profitto, non è in grado di assicurare alla popolazione tutti i farmaci di cui ha bisogno bensì solo quelli ad alta redditività, allora bisogna prendere atto che quella del libero mercato è una logica fallimentare. Questa considerazione è vera per ogni campo in cui è in gioco il benessere generale, ma la delicatezza de settore sanitario la rende vera ancora di più. La domanda che ne consegue è: perché lo stato dovrebbe farsi carico delle sole aree  svantaggiose  e lasciare al privato quelle altamente redditizie? In altre parole, perché non nazionalizzare l’industria farmaceutica? In questo modo i farmaci remunerativi potrebbero finanziare quelli che lo sono  scarsamente o punto ma che sono altrettanto cruciali, e le scelte di investimento sarebbero finalmente motivate, più che dall’interesse a breve termine di azionisti e manager, da quello a lungo termine del benessere generale.

[In un'epoca di pensiero unico neoliberista la parola "nazionalizzazione" suona come una bestemmia. Viviamo da anni all'interno di una cornice culturale dove tutto ciò che riguarda lo Stato è inefficiente, corrotto, oppressivo, e tutto ciò che appartiene al Privato è emancipato, onesto, efficiente. È una rappresentazione grottesca e mistificante, ma l'abbiamo introiettata così perfettamente che nessuna evidenza riesce a indurci a un giudizio più equilibrato. Sarebbe ora, non foss'altro  che per igiene mentale, di ammettere la possibilità che esistono paradigmi un po' meno rozzi].

Il rifiuto di Big Pharma di impegnarsi nella ricerca contro malattie “di nicchia” non remunerative  è profondamente immorale.
[Qualche neoliberista obietterà che le aziende, in quanto entità giuridiche, hanno solo vincoli legali ma nessun vincolo etico: sono amorali.  Questo è vero, ma resta vero il fatto che le scelte aziendali sono operate da persone fisiche, che si suppone dispongano di coscienza e quindi abbiano a riferimento un qualche sistema di valori che può, quello sì, essere sottoposto a giudizio morale.]

Il fallimento neoliberista, oltre che nell’approccio aziendalistico, si manifesta anche nel tipo di governance che impone alle nazioni. Non è solo la colpevole omissione di ricerca del vaccino. Alla diffusione delle epidemie contribuiscono anche le situazioni  igieniche, il deterioramento o la mancanza di infrastrutture e in generale le precarie condizioni economiche che affliggono i paesi poveri. Uno stato di cose che la politica neoliberista non migliora, stante i freni ideologici che essa pone all’intervento dello Stato e l’attività esclusivamente predatoria delle multinazionali. Liberia,  Sierra Leone e Guinea si trovano rispettivamente al 174°, 177° e 178° posto su 187 nell’Indice di sviluppo stilato dall’ONU. Le strutture governative di base sono state indebolite, e ciò ha impedito un più efficace contenimento del virus, ha accentuato le difficoltà logistiche e reso inefficace il coordinamento con gli altri governi.
L’epidemiologo Daniel Bausch testimonia che in Guinea ogni volta che si spostava da Conakry alla regione delle foreste trovava peggiori strade, minori servizi pubblici, prezzi più alti, foreste più ridotte. Il geografo ed ecologista Rob Wallace spiega che in Guinea, come in molti altri paesi del terzo mondo, i governi occidentali e le istituzioni finanziarie che essi controllano hanno “incoraggiato”  misure di riforme strutturali che prevedono, classicamente, privatizzazioni, rimozione delle tariffe protettive e orientamento all’export della produzione agricola, con gravi ripercussioni sull’autosufficienza alimentare. I fattori di produzione agricoli e la terra finiscono in larga misura nelle mani delle multinazionali, mentre contadini e piccoli produttori vengono emarginati.

L’ebola, come buona parte delle affezioni umane, è di origine zoonotica, cioè di virus che passano dagli animali all’uomo. Il più grande fattore di crescita delle patologie zoonotiche deriva dal contatto fra uomini e  fauna selvatica, dovuta all’espansione dell’attività umana nelle aree selvagge. Poiché l’espansione delle multinazionali toglie territorio ai contadini, questi per sopravvivere sono costretti a ripiegare all’interno delle foreste, esponendosi a maggior rischio di infezione. Come osserva Daniel Bausch, “sono i fattori biologici ed ecologici a fare emergere i virus dalla foresta, ma è la cornice sociopolitica a determinare se il fenomeno sarà limitato a un caso o due o se scatenerà un’epidemia”.

 Ebola Grafik FR gauche

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“Negli ultimi mesi, la peggiore epidemia di Ebola della storia ha mostrato la bancarotta morale del modello di sviluppo farmaceutico”, scrive Phillips.
Ma Big Pharma è solo un aspetto particolare di un fallimento generale, e l’affermazione di Phillips può essere parafrasata in termini ben più estensivi: negli ultimi anni la peggiore crisi economica della storia ha mostrato la bancarotta morale del modello di sviluppo neoliberista.
Se l’approccio di mercato consiste nella ricerca del profitto come unica finalità, allora il conflitto fra interesse generale e interesse particolare, in una società globalizzata a esclusivo vantaggio delle multinazionali, assume davvero rilevanza vitale. Le conseguenze del conflitto sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: le devastazioni ambientali, la sperequazione, la distruzione delle tutele sociali, l’individualismo disperato dell’io speriamo che me la cavo. Quote sempre più grandi di popolazione vengono spinte sotto la soglia di povertà, a ingrossare le fila di un’umanità dolente che da sempre aspetta di essere salvata (“La riduzione della povertà è il nostro scopo primario”, è la grottesca dichiarazione della Banca Mondiale, sodale del FMI [1] ).

Già, la povertà…
Come ho letto da qualche parte, è la la povertà la vera, grande epidemia di questo mondo, e il capitalismo  neoliberista ne è l’agente patogeno. Durante gli anni del secondo dopoguerra ci siamo illusi  di averlo messo sotto controllo, ma a partire dagli anni ’70 ha riacquistato virulenza mano a mano che una Società distratta perdeva la capacità di generare anticorpi.
Oggi la narrazione prevalente è che non ci sono alternative al virus, anzi proprio il virus è la cura.  La verità è che le alternative smettono di esserci quando si smettono di cercare.

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(1) D.Harvey “Breve storia del neoliberismo”, il Saggiatore, pagina 200.

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Per approfondire:

https://www.jacobinmag.com/2014/08/the-political-economy-of-ebola/

http://farmingpathogens.wordpress.com/2014/04/23/neoliberal-ebola/

http://www.who.int/drugresistance/documents/surveillancereport/en/

https://www.jacobinmag.com/2013/06/socialize-big-pharma/

http://www.solidaire.org/index.php?id=1340&tx_ttnews%5Btt_news%5D=39027&cHash=3fac0f3cc7db2488de0a474a738124cc

 

 

22 ottobre 2014 Posted by | Società, Geopolitca | , | Lascia un commento

Il Piano Funk

Mauro Poggi:

Il Piano Funk, ovvero: la prefigurazione, 75 anni fa, di una distopia che accade oggi.

Originally posted on Liberthalia:

MIMIC

«Le discussioni sulla struttura e sull’organizzazione dell’economia tedesca ed europea dopo la guerra, compresi gli effetti che la guerra avrà sull’economia mondiale, negli ultimi tempi stanno riempiendo le colonne della stampa tedesca e straniera, in misura crescente.
Tanto gli uomini d’affari che gli analisti stanno dando una particolare attenzione a questi problemi, mentre alcune idee e piani più o meno fantastici hanno causato una notevole confusione.
Anche il grande filosofo Hegel è stato tirato in ballo, come fonte di prova a sostegno di certe opinioni. Abbondano le frasi fatte di tutti i tipi, tra le quali la più abusata è che l’Europa deve diventare uno spazio economico più grande.
Qualunque sia la verità contenuta in questa affermazione, prima di tutto si deve ammettere che questa Grande Europa attualmente non esiste, che questa deve prima essere creata e che all’interno della sua area ci sono ancora molte frizioni.
In queste…

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18 ottobre 2014 Posted by | Società, Storia | , , , | 5 commenti

TTIP addendum: Accesso negato.

Addendum al post del 14/10.

Il Commissario uscente Karel de Gucht, in un’audizione di ieri 15/10 davanti all’Europarlamento,  ha voluto rispondere ai tre principali motivi di preoccupazione sollevati dal TTIP:

1) La “pretesa” mancanza di trasparenza;
2) Il “preteso” rischio di abbassamento delle soglie di tutela verso consumatori e cittadini
3) L’ ISDS (Investor-State Dispute Settlement), il regolamento internazionale che garantisce il diritto di un investitore straniero a citare in giudizio lo Stato di cui è ospite presso tribunali sovranazionali.

Brevemente, da quel che capisco leggendo la trascrizione dell’intervento:

1) Trasparenza: Non è vero che i negoziati siano opachi, e in ogni caso se mancanza di trasparenza c’è dipende dagli Stati Uniti che pretendono un certo livello di riservatezza. Ma la documentazione ufficiale è disponibile sia per gli europarlamentari che per i membri del Congresso americano.
[ Poco importa se le multinazionali americane ed europee godono di un trattamento leggermente più favorevole, avendo pieno accesso ai documenti preparatori e ai membri della commissione negoziale tramite un esercito di 600 lobbisti accreditati come consulenti ]

2) Tutele: “Condividiamo con gli USA gli stessi obiettivi di qualità e protezione, e anche quando i livelli non coincidono esattamente le nostre preoccupazioni e i nostri valori sono molto più allineati che in qualunque altra parte del mondo. E’ la ragione per cui il Presidente [ e nobel sulla fiducia ] Obama a Bruxelles ha affermato chiaramente che non accetterebbe alcun accordo che abbassasse gli standard di protezione”. [...E Bruto è uomo d'onore ].

3) ISDS: “Il timore è che [ il TTIP ] apra la strada ad arbitraggi che consentano alle grandi multinazionali americane di pregiudicare lo spazio politico dei nostri parlamenti democraticamente eletti. Un esempio molto citato è la causa in corso della Philip Morris contro l’Australia per avere introdotto l’obbligo di indicare sui pacchetti di sigarette il rischio per la salute
[ qui dimentica di citare quella contro l'Uruguay, iniziata nel 2010, dove la Philips Morris sostiene di essere stata danneggiata dalla campagna di quel governo contro il tabagismo e chiede un risarcimento di 2 miliardi di dollari - poco meno del 4% del PIL uruguaiano ]. Per questo aspetto abbiamo sospeso i negoziati e stiamo conducendo una consultazione pubblica, da cui trarremo le conclusioni a tempo debito.”

L’unica consultazione pubblica che ho trovato è questa  , rivolta via internet a tutte le parti interessate (stakeholder) europee che si sentano coinvolte e che vogliano dare il proprio contributo.
Ma sbirciando la pagina del questionario ci si accorge che esso riguarda solo le imprese (i cittadini, evidentemente, non sono parti interessate – anche se saremo noi in primo luogo a subire – o godere, secondo i negoziatori – le conseguenze). Non vi vedo comunque alcun accenno alla questione ISDS. Forse si tratta di una diversa consultazione in fase di allestimento, sono fiducioso che ciascuno di noi riceverà a breve un formulario sul tema, da compilare e restituire con sollecitudine.

Tutto bene, dunque? Tutto trasparente, tutto democratico? Può darsi. Non la pensa così il gruppetto di europarlamentari che ieri, dopo l’audizione, a nome dell’esigua e variegata schiera eurocritica hanno manifestato presso gli uffici della Commissione:

16 ottobre 2014 Posted by | Economia e finanza, Geopolitca, Società | , , | 1 commento

Ancora su TTIP e altri trattati di libero scambio

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Questi trattati  hanno lo stesso obiettivo: istituzionalizzare i diritti delle corporations facendoli prevalere su quelli degli Stati e dei loro cittadini. Sono azioni animate da un atteggiamento ideologico, quasi di fede, nei confronti del progetto neoliberista come massima espressione dei valori, e non solo degli interessi, dell’Occidente. Il neoliberismo è come un vampiro. Pensavamo che fosse completamente screditato e sepolto dalla crisi del 2009, e invece è risorto perché è resiliente“.
Walter Bello  Sociologo e parlamentare filippino (cfr ComuneInfo.net).
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L’accordo di libero scambio tra Ue e Stati uniti è iniquo. L’Europa non dovrebbe firmarlo. [...] Si tratta di un accordo la cui intenzione sarebbe di eliminare gli ostacoli al libero scambio,  cioè le regole per la tutela dell’ambiente, della salute, dei consumatori, dei lavoratori. [...] I costi in termini di tutela per la salute, l’ambiente, la sicurezza dei cittadini sarebbero enormi. [...] Il trattato mina le tutele che europei e statunitensi hanno creato in decenni e accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a poche compagnie multinazionali a spese dei cittadini”.
Joseph Stiglitz, premio Nobel americano per l’economia (Cfr Eunews).
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In un mio altro post sul TTIP, raccontavo del precedente tentativo, fra il 1995 e il 1997, di implementare un accordo dello stesso tenore ( MAI – Multilateral Agreement on Investment) – fallito nel 1998 grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, che allertata da alcune ONG francesi riuscì con imponenti manifestazioni a bloccarlo.
Si trattò, tra l’altro, della prima volta in cui Internet veniva usata massicciamente e con successo per la mobilitazione e l’organizzazione della protesta.
Oggi ci si ritrova davanti allo stesso problema, e ancora una volta sono i social media e non la TV o i giornali, a condurre una campagna di sensibilizzazione sul contenuto dei negoziati in corso, sull’estrema opacità con cui vengono portati avanti, e sulla minaccia che essi rappresentano per il nostro futuro e per quel poco che resta della sovranità e democrazia dei popoli.
Per chi volesse approfondire, rimando a quanto avevo scritto qui.
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Rispetto al MAI del 1998, il TTIP si presenta oggi con maggiori probabilità di successo. L’opinione pubblica, dopo sei anni di shock economy, ha perso molta reattività, e l’apparato mediatico è ancor più compiacente di allora. Dubito che nel 1998 gli scandalosi spot propagandistici della RAI su Europa e su TTIP sarebbero passati sotto silenzio come sta accadendo oggi:
 
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Chi avesse abbastanza stomaco, può trovare qui l’intera stucchevole serie di “Europa, parliamone. Per informare, non per influenzare“.
Leni Riefenstahl ne sarebbe stata rapita.
Leni

La delega a trattare per l’Europa è attribuita al Commissario UE al Commercio, scelto invariabilmente in base a criteri di affidabilità ideologica. Quello uscente, Karel de Gucht, fra le altre cose è stato segretario del partito belga liberista-tatcheriano VLD, e in questi anni si è prodigato con entusiasmo all’avanzamento dei negoziati. Gli subentra la svedese Cecilia Malmstrom, di comprovata fede liberista, che nel corso dell’audizione al Parlamento europeo ha definito il TTIP un’ottima opportunità per espandere il commercio e quindi l’economia europea in termini di business e posti di lavoro; ha dato ampie rassicurazioni circa gli standard ambientali e di protezione dei consumatori, e liquidato come pretestuoso il timore per lo strapotere che le grandi multinazionali avranno verso gli stati.

Tramite la rete la mobilitazione continua, ma le iniziative continuano a essere ignorate da tutti i media omologati al potere, i soli ad aver peso oggi nella  (dis)informazione di massa. Le manifestazioni dello scorso sabato 11 ottobre, con oltre 1.100 eventi in 22 paesi in piazze come Parigi, Londra, Roma, Bruxelles e via dicendo, pur avendo registrato una significativa partecipazione non hanno avuto alcuna copertura mediatica, se non dalla rete e qualche TV locale,  od organi sostanzialmente  di nicchia come RT-Russia Today, che nel suo servizio parla di decine di migliaia di manifestanti scesi in strada: gente comune, attivisti, parlamentari europei e asiatici.
Una carenza di informazione che ha dell’omertoso, e riguarda tanto l’Italia che il resto del mondo.Ne parla in suo articolo Paul Craig Roberts con particolare riferimento agli Stati Uniti ma applicabile benissimo all’Europa.
Nel suo solito modo, diretto e brutale,  esordisce affermando che “l’Occidente è diventato un’enorme macchina di menzogne finalizzate a coprire attività segrete a vantaggio di interessi costituiti”, e i negoziati sul TTIP, così come i suoi omologhi TPP (Pacifico) e CETA (Canada), ne sono un buon esempio. “I cosiddetti accordi di collaborazione sono in realtà strumenti attraverso cui le multinazionali americane vogliono tutelarsi contro le leggi dei paesi in cui operano. [...] Gli USA hanno insistito affinché le trattative siano segrete e al di fuori del processo democratico. Nemmeno al Congresso è permesso di accedere alle informazioni sui negoziati”. L’unica ragione per cui le controparti europea e asiatica possano accettare i termini di questi partenariati è che “esse sono a libro paga delle multinazionali”. Se gli accordi vanno a buon fine, “le sole regole che avranno in vigore in Europa e in Asia saranno quelle degli Stati Uniti”.
“Sappiamo tutti che la Commissione europea è corrotta. Chi si sorprenderebbe se i suoi membri sperano di arricchirsi con le corporations americane? Non stupisce che la Commissione abbia dichiarato che la preoccupazione per cui il TTIP avrebbe un impatto sulla sovranità dei paesi è infondata”.
“Gli Stati Uniti sono già governati dalle corporations – conclude Craig Roberts. Se questi trattati saranno conclusi anche l’Europa e l’Asia subiranno lo stesso destino”.
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Personalmente non darei così scontata l’indipendenza dell’Europa dalle multinazionali.
Ai negoziati non partecipa alcuna rappresentanza di cittadini o consumatori, ma in compenso  le multinazionali europee e americane vi sono rappresentate da oltre 600 lobbisti, accreditati come consulenti, che godono di accesso illimitato ai documenti preparatori e ai membri della commissione negoziale.
Ma pur vero che c’è anche chi pensa che “fare lobby è positivo”, come ci insegna la nostra  Alessandra Moretti, europarlamentare PD.
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Manifestazione contro TTIP

 

 

 

14 ottobre 2014 Posted by | Economia e finanza, Geopolitca, Società | , , | Lascia un commento

Trickle-up, ovvero: la ricchezza non gocciola.

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La dottrina del trickle-down esprime l’idea per cui la ricchezza di pochi finirà con ricadere vantaggiosamente sull’intera collettività, compresi i ceti meno abbienti.
Risale agli anni di Reagan, e si sviluppa coerentemente all’interno di quell’ideologia che vede nel libero mercato la migliore e unica forma di interazione economico-sociale, attribuendogli taumaturgiche virtù auto-regolanti in un contesto di perfetta concorrenza, privo di asimmetrie informative, e dove la funzione dello Stato – detentore del potere coercitivo – dev’essere strettamente limitata a garantirne le condizioni ottimali di sviluppo.
Il neoliberismo, all’epoca di Reagan, aveva già iniziato quel percorso che lo avrebbe portato, nel giro di qualche anno, a essere l’ideologia di riferimento della Globalizzazione: fin dagli anni settanta i Chicago-boys di Friedman avevano potuto farsi le ossa e testare la bontà della shock-economy presso le dittature sudamericane; FMI e Banca Mondiale si stavano orientando decisamente verso quelle direttive di politica economica che in seguito sarebbero state formalizzate sotto il nome di “Washington consensus”.

 Il termine trickle-down può essere tradotto con la parola “gocciolamento”. Un’espressione che evoca processi naturali, e che serve a dare alla dottrina un carattere di spontaneità irrefutabile.

I neoliberisti sono bravi, in queste narrazioni: l’arbitrio che viene tradotto come libertà  di decisione; la subordinazione del bene individuale a quello comune descritta come una prevaricazione indebita dello Stato; la tutela dei più deboli vista come incoraggiamento alle tendenze parassitarie; i meccanismi di previdenza accusati di essere de-responsabilizzanti.
(Esempi recenti li troviamo nella retorica della compagine governativa, in particolare quella del nostro caro leader, il facondo Renzi. L’ultimo che mi ha colpito è stata quando a proposito dell’idea di mettere il TFR in busta paga ha affermato, più o meno, che doveva finire l’epoca dello “Stato-mamma”).

In rete mi sono imbattuto giorni fa in una vignetta che illustra molto bene il concetto di Trickle-down, come ce lo raccontano e come funziona veramente:

Trickle down

Molto carina, vero?,  ma restava una metafora senza supporto scientifico.

Manco a farlo apposta, stamattina leggo sul Washington post un articolo di Christopher Ingram a commento di grafico costruito da Pavlina Tcherneva sulla base di dati ricavati dal recente lavoro di Piketty.

Il titolo dell’articolo è significativo: “Il deprimente grafico che segue dimostra che i ricchi non si stanno impossessando della fetta di torta più grande: si stanno prendendo tutta la torta“.
Il grafico lo trovate qui sotto: rappresenta la distribuzione dell’incremento dei redditi dal secondo dopoguerra a oggi, fra il 10% più ricco della popolazione (in rosso) e il restante 90% (in blu), e dimostra che una quota sempre maggiore di ricchezza prodotta finisce nelle tasche dei più facoltosi.
Notare l’inesorabile declino della quota blu a beneficio di quella rossa, culminato con il crollo degli anni ’80 grazie agli effetti della reaganomics e della pretestuosa  trickle-down theory.
Notare anche come la quota blu non solo è andata diminuendo, ma negli ultimi anni è diventata in termini reali addirittura negativa.
Il grafico non dice nulla che non sapessimo o sospettassimo già, ma lo dice in maniera molto eloquente. E anche se si tratta di dati riferiti alla realtà statunitense, è lecito supporre che un analogo studio in Europa produrrebbe risultati pressoché identici.

O no?

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Distribuzione ricchezza media

8 ottobre 2014 Posted by | Economia e finanza, Società | , , , | 1 commento

Intervista a John Perkins: il sicario e la Grecia

Perkins  è autore del libro biografico “Confessioni di un sicario dell’economia”, dove racconta la sua decennale esperienza al soldo di multinazionali e governi occidentali come procacciatore di indebitamento e asservimento dei  paesi in via di sviluppo. 
Il giornalista greco Michael Nevradakis lo ha intervistato su Dialogos Radio. L’intervista è disponibile in podcast qui, e trascritta su TruthOut.
A mio parere una buona parte della sua analisi è condivisibile, e in ogni caso la sua testimonianza fotografa uno dei più gravi aspetti del clima culturale che caratterizza il nostro tempo: il prevalere degli interessi delle multinazionali sopra qualunque altra considerazione di benessere delle collettività, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la democrazia e l’autodeterminazione  dei popoli. È pur vero che la prevaricazione dei potentati economici è una costante della storia moderna, ma oggi il fenomeno della globalizzazione ha conferito alle grandi corporazioni un potere decisivo, che sovrasta e condiziona qualunque altra struttura – quella politica in primo luogo; e mai come oggi questo potere appare inattaccabile e il processo del suo consolidamento irreversibile.
In questo senso, l‘accordo di libero scambio transatlantico TTIP, portato avanti senza alcun serio dibattito e zelantemente ignorato dai media, va visto come un ulteriore e forse decisivo passo verso la definitiva consacrazione del loro potere come nuovo sistema di governo globale.
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John Perkins non è nuovo alle confessioni. Il suo conosciuto libro “Confessioni di un sicario dell’economia” [Edito in italia da BEAT, 2012] ha rivelato come organizzazioni internazionali quali il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, con il pretesto di salvare paesi in difficoltà economica, gettano l’esca  della crescita mirabolante, delle avveniristiche infrastrutture e della prosperità, inducendo i governi a indebitarsi enormemente per poi ritrovarsi schiacciati dal peso di un debito insostenibile.
A questo punto entrano in gioco “i sicari dell’economia”: gente ordinaria con un’ordinaria formazione professionale, che si recano in quei paesi per imporre le rigide politiche di austerità prescritte dal FMI o dalla Banca Mondiale come “soluzione” alle avverse condizioni economiche che stanno sperimentando. Uomini come Perkins sono formati per spremere fino all’ultima goccia di ricchezza e risorse da queste economie.
In questa intervista, trasmessa da Dialogos Radio, Perkins spiega come la Grecia e l’Eurozona sono diventate le nuove vittime di questi individui.
 
Michel Nevradakis: Nel suo libro tu scrivi di essere stato per molti anni un cosiddetto “sicario dell’economia”. Chi sono questi uomini e cosa fanno?
 
John Perkins: Essenzialmente, il mio lavoro consisteva nell’identificare i paesi che avessero risorse appetibili per le nostre multinazionali. Poteva trattarsi di qualunque cosa: petrolio, mercati, trasporti. Ci sono talmente tante cose… Una volta identificati i paesi, organizzavamo enormi prestiti, ma il denaro non arrivava direttamente ai paesi: andava invece alle nostre multinazionali per realizzare progetti infrastrutturali, tipo centrali o autostrade, di cui beneficiavano i pochi facoltosi e le nostre multinazionali, ma non la maggioranza della popolazione, che non aveva i mezzi per usufruirne. Alla fine restava un debito enorme , più o meno com’è successo in Grecia. Un debito fenomenale.
Una volta che questi paesi erano legati al debito, noi normalmente tornavamo come FMI – nel caso della Grecia odierna come “Troika” – e imponevamo tremende misure di restrizione: aumento delle tasse, tagli alle spese, privatizzazioni delle imprese pubbliche come le centrali, la distribuzione dell’acqua, i trasporti. In pratica diventavano nostri schiavi: del FMI o, nel vostro caso, dell’Unione Europea.
Nella sostanza, organizzazioni come il FMI, la Banca Mondiale o l’Unione Europea sono strumenti in mano alle grandi multinazionali. E’ ciò che io chiamo “corporatocrazia“.
MN:
Prima di esaminare lo specifico caso greco, dicci qualcosa di più su come questi sicari e queste organizzazioni come il FMI operano. Hai parlato del modo come lavorano per indurre quei paesi al massiccio indebitamento, come il denaro in realtà entri ed esca subito. Hai anche spiegato nel tuo libro delle  previsioni economiche eccessivamente ottimistiche spacciate ai politici, che in realtà non hanno alcun fondamento.
 
JP:
Esatto. Dimostravamo che se gli investimenti venivano fatti in cose come le reti elettriche l’economia sarebbe cresciuta a un tasso fenomenale. Il fatto è che quando investi nelle grandi infrastrutture, la crescita economica si vede, tuttavia si riflette solo in una aumento della ricchezza per i ricchi, e non riguarda la maggior parte delle persone, come stiamo vedendo negli USA oggi.
Per esempio, la crescita economica può incrementare il PIL, ma allo stesso tempo indicatori come la disoccupazione o i pignoramenti immobiliari  possono crescere o restare tal quali. I numeri tendono a riflettere solo la ricchezza in sé, dal momento che hanno un’incidenza enorme sull’economia – dal punto di vista statistico.  Noi li convinciamo che se investono in queste infrastrutture la loro economia crescerà perfino più velocemente di quanto possano immaginare, e questo solo per giustificare questi prestiti debilitanti e orrendi.
 
MN:
C’è un filo comune che lega i paesi presi di mira? Le risorse, l’importanza strategica… ?
 
JP:
Tutto questo. Le risorse possono avere forme differenti: materie prime come minerali o petrolio, posizione strategica, grandi mercati di sbocco o basso costo del lavoro. Paesi differenti hanno differenti requisiti. Credo che quanto stiamo vedendo oggi in Europa non è diverso, e questo include la Grecia.
 
MN:
Cosa succede una volta che questi paesi sono indebitati? I sicari, le organizzazioni internazionali, i potentati economici: come si presentano a questi paesi indebitati pesantemente per pretendere la loro “libbra di carne” [Cfr Shakspeare, "Il mercante di Venezia" Ndt].
 
JP:
Fanno pressioni affinché adottino politiche di privatizzazione che porteranno alla vendita in favore delle grandi multinazionali  di tutte le aziende di servizi pubblci: acqua, sistemi fognari, scuole, trasporti, perfino prigioni. Oppure permettano l’istallazione di basi militari sul loro suolo.  Possono essere indotti a molte cose, ma di base questi paesi diventano schiavi della corporatocrazia. Bisogna tener presente che oggi sottostiamo a un Impero globale, e non si tratta dell’impero americano. Non è un impero nazionale. E’ un impero di multinazionali, e le grandi multinazionali dettano legge. Controllano la politiche degli Stati Uniti, e fino a un certo punto controllano una buona parte delle politiche di paesi come la Cina.
 confessionshitman
MN:
Tornando al caso della Grecia, tu hai espresso l’opinione che quel paese è vittima di killers economici e delle organizzazioni internazionali… Qual è stata la tua reazione quando hai letto per la prima volta della crisi greca e delle misure che venivano “raccomandate”?
 
JP:
Ho seguito la Grecia per molto tempo. Sono stato invitato alla TV greca. Un compagnia cinematografica greca girò un documentario intitolato “Apologia di un sicario dell’economia”. Sono stato anche molto tempo in Islanda e in Irlanda.  Ero stato invitato in Islanda per incoraggiare la gente di laggiù a votare contro il rimborso dei loro debiti. Effettivamente votarono contro, e il risultato è che paragonata al resto d’Europa l’Islanda ha una situazione economica più favorevole. In Irlanda ho cercato di ottenere lo stesso risultato, ma il popolo irlandese votò apparentemente per il rimborso, anche se ci sono state diverse segnalazioni di brogli.
Nel caso della Grecia, la mia reazione è stata: “La stanno attaccando”. Non ci sono discussioni su questo: certo, la Grecia ha commesso degli errori, i suoi leader hanno commesso errori, ma il suo popolo no. Ora alla gente viene imposto di pagare per errori commessi dai loro leader politici, spesso in combutta con le grandi banche. C’è chi ha ricavato enormi benefici da questi “errori”, e ora è la gente comune che viene chiamata a pagarne il conto. Tutto ciò, in coerenza con quanto accade nel resto del mondo: lo abbiamo visto in America Latina, in Asia e ovunque.
 
MN:
Questo ci porta direttamente alla successiva domanda: Dal mio punto di vista, almeno in Grecia, la crisi è stata accompagnata da un aumento dell’auto-biasimo e dell’auto-denigrazione; vi è un sentimento diffuso fra la gente per cui il fallimento della Grecia è il loro fallimento… Non si protesta nemmeno quasi più, e naturalmente c’è un’enorme fuga di cervelli – un sacco di gente sta abbandonando il paese. Ti risulta che questa situazione è analoga a quella di altri paesi dove hai avuto esperienze personali?
 
JP:
Certo. Fa parte del gioco: convincere la gente che sono in errore, che sono inferiori. La corporatocrazia è incredibilmente abile in questo. Ai tempi della guerra in Vietnam, si trattava di convincere che i nord-vietnamiti erano il male; oggi lo sono i musulmani. E’ la politica del “Noi contro di loro”: noi siamo i buoni, noi siamo nel giusto. Qualunque cosa noi facciamo è quella giusta. Voi sbagliate.
Nel caso greco, tutto era era finalizzato a convincere il popolo: “sei pigro; noi fai la cosa giusta; non segui le giuste politiche” quando in realtà una grossa parte del biasimo dovrebbe ricadere sulla comunità finanziaria internazionale che aveva incoraggiato la Grecia a seguire quella strada.
Vorrei aggiungere che qualcosa di simile sta succedendo negli stati Uniti, dove la gente è stata convinta di essere stupida perché le loro case sono state pignorate per aver comprato al di sopra delle loro possibilità. La realtà è che le banche han suggerito loro di comportarsi così, e ovunque ci si è fidati dei banchieri. Negli Stati Uniti non avremmo mai creduto che una banca potesse indurre le persone a comperare case da 500 mila dollari pur sapendo che potevano permettersene solo da 300 mila. “Preparati, in pochi anni quella casa varrà un milione di dollari! Farai un sacco di soldi…”. Nella realtà il valore delle banche è sceso, il mercato è crollato; le banche hanno pignorato le case, le hanno impachettate e vendute di nuovo.  Oltre al danno, la beffa: alla gente venne detto ” Sei uno stupido, sei troppo avido. Perché hai comperato una casa così costosa?”, quando in realtà erano stati proprio loro, i banchieri, a consigliarlo: e noi siamo cresciuti nella convinzione che possiamo confidare nelle nostre banche.
Qualcosa del genere, su larga scala, è accaduto ovunque nel mondo.
 
MN:
In Grecia i maggiori partiti tradizionali sono, naturalmente, in favore della rigida austerità che è stata imposta, ma abbiamo visto che anche i maggiori imprenditori e i media la sostengono. Questo ti stupisce?
 
JP:
No, assolutamente, e tuttavia è ridicolo perché l’austerità non funziona. Lo abbiamo potuto constatare infinite volte, e forse la prova più evidente è quella opposta: negli USA, durante la Grande Depressione, il presidente Roosevelt intraprese una serie di politiche per riportare la gente al lavoro e iniettare liquidità nell’economia. E’ questo che funziona. Sappiamo che in queste situazioni l’austerità non funziona.
Abbiamo anche capito che negli Stati Uniti, per esempio, il potere d’acquisto della classe media negli ultimi quarant’anni è declinato, mentre l’economia è cresciuta. In effetti, è quanto accaduto in tutto il mondo. La classe media ha avuto un declino globale. La grande industria deve riconoscere (non lo ha ancora fatto, ma sarà obbligata) che questo, sul lungo termine, non è interesse di nessuno: è la classe media a fare il mercato. E se la classe media continua a declinare, in Grecia o negli USA o globalmente, alla fine sarà l’industria a soffrirne. Non ci saranno più consumatori. Henry Ford una volta ha detto: “Voglio pagare i miei dipendenti abbastanza perché possano comprare le mie automobili”. Questa è una politica saggia. L’austerità va nella direzione opposta e questo è una sciocchezza.
 
MN:
Nel tuo libro, scritto nel 2004, avevi espresso la speranza che l’euro potesse servire da contrappeso all’egemonia globale del dollaro. Avresti immaginato che avremmo visto nell’Unione Europea ciò a cui stiamo assistendo oggi, con l’austerità che sta colpendo non solo la Grecia ma anche Spagna, Irlanda, Portogallo, Italia oltre a diverse altre nazioni?
 
JP:
Quello che non sospettavo è la determinazione con cui la corporatocrazia NON vuole un Europa unita. Dobbiamo capirlo: possono essere abbastanza soddisfatti dell’euro, perché con una moneta unica hanno la garanzia di mercati aperti; ma non vogliono la standardizzazione di leggi e regolamenti. Guardiamo in faccia la realtà: le grandi multinazionali, la corporatocrazia, traggono vantaggio dal fatto che certi paesi in Europa hanno una sistema di tassazione più indulgente, altri più indulgenti leggi ambientali o sociali, perché in questo modo possono contrapporre di volta in volta un paese all’altro.
Come sarebbe per le grandi multinazionali se non avessero i loro paradisi fiscali in paesi come Malta o altrove? Credo che dobbiamo riconoscere che se per quanto riguarda l’introduzione dell’euro hanno visto positivamente l’Unione europea, la ventilata successiva unione politica non ha trovato lo stesso gradimento per via della standardizzazione dei regolamenti che questa avrebbe implicato. Le multinazionali questo non lo vogliono, per cui in un certo modo ciò che sta accadendo oggi deriva dal fatto che la corporatocrazia è contraria a un’unione politica, almeno non oltre un certo livello.
 
MN:
Nel tuo libri citi l’esempio dell’Ecuador e altri paesi, che dopo il collasso del prezzo del petrolio a fine anni ’80 si sono ritrovati con un enorme debito che li ha costretti a massicce misure di austerità. Sembra abbastanza simile a quanto sta succedendo in Grecia. Come si possono opporre i popoli che si venissero a trovare in analoghe situazioni?
 
JP:
In Ecuador è stato eletto un notevole presidente, Rafael Correa, che ha conseguito una laurea in economia negli USA. Correa capisce il sistema e ha capito che l’Ecuador ha contratto debiti quando io ero un sicario e il suo paese era diretto da un giunta militare controllata dalla CIA.  La giunta assunse quell’enorme debito e l’Ecuador ne fu schiacciato. Ma il popolo non era d’accordo. Quando Rafael Correa è stato democraticamente eletto ha dichiarato immediatamente: “Non pagheremo questo debito; il popolo non se ne farà carico; forse il FMI o la giunta (che ovviamente nel frattempo era fuggita altrove)  dovrebbero pagarlo; forse John Perkins e altri sicari dovrebbero pagarlo. Ma il popolo non lo pagherà”.
Da allora ha rinegoziato e abbassato il debito, dicendo “Potremmo essere disposti a pagarne una parte” [quella "non odiosa" Ndt]. Si è trattato di una mossa intelligente, che ricalca quanto fatto con successo in altre occasioni da paesi come Argentina e Brasile, e più recentemente dall’Islanda.
Devo dire che da allora Correa ha avuto alcune battute d’arresto. . . Lui, come tanti presidenti, deve essere consapevole che se ti opponi troppo al sistema, se i sicari dell’economia non sono contenti, se non ottengono ciò che vogliono, allora arrivano gli sciacalli che ti possono assassinare o rovesciare con un colpo di stato. C’è già stato un tentativo di golpe contro di lui.E non troppo lontano da lui, in Honduras, dove un altro presidente si era opposto, il golpe è riuscito.
Dobbiamo capire che i presidenti sono in una posizione molto vulnerabile, e alla fine siamo noi come popolo che dobbiamo reagire, perché i leader possono arrivare solo fino a un certo punto. Non c’è più bisogno di una pallottola per distruggere un leader. Uno scandalo, di sesso o di droga – può bastare. L’abbiamo visto succedere a Bill Clinton, o a Dominique Strauss-Kahn del FMI. Lo abbiamo visto succedere un sacco di volte. I leader sono consapevoli di trovarsi in una posizione molto vulnerabile; se si oppongono troppo al sistema sono destinati a essere spazzati via, in un modo o nell’altro. Ne sono consapevoli, e la difesa dei diritti alla fine spetta al popolo.
 
MN:
Hai fatto riferimento al recente esempio dell’Islanda… A parte il referendum, quali altre misure ha adottato il paese per uscire dalla spirale dell’austerità, tornare a crescere e avere migliori prospettive?
 
JP:
Hanno investito denaro in programmi di stimolo all’occupazione. Hanno anche mandato sotto precesso alcuni dei banchieri che avevano causato il problema, una misura che per la popolazione ha avuto anche un considerevole impatto sul morale. L’Islanda ha lanciato un programma che dice: “No, noi non affonderemo nell’austerità; noi non pagheremo quei prestiti; utilizzeremo quei soldi per stimolare l’occupazione”. Alla fine è questo che fa crescere l’economia: il lavoro. Se il tasso di disoccupazione è estremamente alto, come in Grecia oggi, un paese avrà sempre problemi. Dobbiamo abbattere la disoccupazione, dobbiamo assumere gente. Per la gente è fondamentale  tornare a lavorare. Il tasso del 28% è impressionante: il reddito disponibile è crollato del 40%, ma continuerà a cadere se una disoccupazione del genere persiste. Un’economia deve sostenere l’occupazione e ripristinare i livelli di reddito, in modo che la popolazione possa tornare a investire nel proprio paese in termini di merci e servizi consumati.
 
MN:
In chiusura, quale messaggio vorresti dare al popolo greco, dal momento che continuano a subire i drammatici risultati delle politiche di austerità implementate negli anni scorsi?
 
JP:
Vorrei riferirmi alla vostra storia. Voi siete un popolo orgoglioso, un paese forte, un paese di guerrieri. La mitologia del guerriero è nata in un certo modo Grecia, e così la democrazia! Dovreste essere consapevoli che è il mercato, oggi,  la democrazia; e il vostro voto dipende da come spendete i vostri soldi. La più parte delle democrazie sono corrotte, inclusa quella degli Stati Uniti. La Democrazia non funziona veramente su base governativa, perché sono le multinazionali ad averne le redini. Funziona su base di mercato. Vorrei incoraggiare il popolo greco ad alzarsi: non pagate quei debiti. Fate i vostri referendum, rifiutatevi di pagare; scendete in strada e scioperate. Non accettate le critiche che vi addossano la colpa, la vergogna, o continuerete a sopportare austerità, austerità, austerità. L’austerità funziona per le persone ricche, non per la gente media o la classe media. 
Dovete ricostruire la classe media; restituire il lavoro; restituire il reddito disponibile al cittadino medio. Lottate per questo, fate che succeda, lottate per i vostri diritti: rispettate la vostra storia di guerrieri e leader della democrazia, e fatelo vedere al mondo.
 
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English Original: Copyright, Truthout.org. Translated with permission

4 ottobre 2014 Posted by | Società | , , , , , | 2 commenti

Luciano Gallino e il totalitarismo europeo.

Il sito dell’Associazione Paolo Sylos Labini pubblica un articolo di Luciano Gallino apparso su Republica il 23 settembre 2014, a proposito dell’involuzione autoritaria che in modo sempre più eclatante sta caratterizzando l’Unione europea.
L’analisi è sorprendentemente franca, e con piacere vi riscontro un maggior coraggio di denuncia rispetto a più reticenti suoi saggi che mi era capitato di leggere in passato. Alla buonora! Se la situazione è arrivata a questo punto è anche perché è stata per troppo tempo ignorata o minimizzata da molti intellettuali di chiara fama, da cui mi sarei atteso una più attenta sensibilità sull’argomento e maggiore senso di responsabilità verso l’opinione pubblica per quel più di  prestigio e visibilità mediatica di cui godono.
Mi riferisco allo stesso Gallino, ma anche a personaggi come Zagrebelsky o Rodotà, pronti (lodevolmente) a spendersi per denunciare lo svuotamento sostanziale della nostra Carta da parte dei governi, passati e attuale, ma (colpevolmente) silenziosi sullo svuotamento dei nostri fondamentali principi costituzionali operato dai trattati e dalle politiche europee. Gli stessi che beatamente ignorano oggi l’incombere di un accordo di libero scambio, il  TTIP,  che si sta concludendo sopra le nostre teste e la nostra Costituzione, con buona definitiva pace, in particolare, dell’Art. 11.

Tornando all’articolo di Luciano Gallino, penso che la novità non stia tanto in ciò che dice (scontato per chi ha avvertito la deriva antidemocratica già da anni, senza mai avere una spazio mediatico per denunciarla salvo la rete), quanto nel dirlo, finalmente, in termini così netti. Concordo su tutto salvo un paio di cose:

1) Dove definisce i supertecnici della Troika “dilettanti allo sbaraglio“. In realtà si tratta di burocrati preparatissimi, che stanno adempiendo con squisita professionalità al loro mandato: abbattere con tutti i mezzi Stato sociale e Diritto del lavoro, ridistribuire la ricchezza verso l’alto, privilegiare le ragioni del mercato e della finanza a scapito della collettività, secondo uno schema neoliberista ormai entrato a far parte del modello culturale corrente. Sostenere che sono impreparati perché ricorrono a misure che dal nostro punto di vista sono devastanti, è attribuire loro una buona fede del tutto assente. È un’ingenuità, un po’ come dire a qualcuno che sta sbagliando strada pensando che condivida la nostra stessa meta, quando in realtà vuole andare in tutt’altra direzione.

2) Nella conclusione: “Quali sciagure debbono ancora accadere, quali insulti l’ideale democratico deve ancora subire, prima che si alzi qualche voce — meglio se sono tante — per dire che di questa Ue dittatoriale ne abbiamo abbastanza, e che se uscirne oggi può costare troppo, caro è necessario rivedere i trattati, prima di assicurarci decenni di recessione e di servitù politica ed economica?“.
Qui Gallino ricade nel vecchio schema mentale per cui la certezza del disastro in cui stiamo affogando  è preferibile all’ipotetico disastro che dovremo affrontare tirandocene fuori. Un po’ è la sindrome della rana bollita, ma ho anche il sospetto che chi sostiene questo punto di vista abbia ancora qualcosa da perdere – poco o tanto che sia –  e nel suo intimo speri che quel suo poco o tanto la scamperà. Sfortunatamente, sono sempre più numerosi coloro ai quali non è rimasto da perdere nulla.
Sono anni che mi sento dire che è troppo costoso uscire dal sistema e che la strada maestra è riformarlo.
Nel frattempo sono anni che l’Eurosistema persegue la sua cinica politica di stragismo economico e sociale, e sono anni che invece di riformarsi si consolida nel suo autoritarismo, implacabile come una metastasi. Sono anni che ogni volta liquida in un solo boccone il riformista di turno: pensiamo a Hollande, che fu eletto per rivoltare l’Europa come un calzino; o al Partito socialdemocratico tedesco, che doveva far saltare la Merkel e ora governa insieme a lei; ricordiamoci delle velleità di Tsipras, con il suo riformismo euroconformista,  e di quanto dovevano essere decisive le elezioni del nuovo Parlamento europeo per la democrazia dell’Unione; ricordiamo le sparate di Renzi che avrebbe cambiato direzione di marcia dell’Europa, tra l’altro anche grazie al concomitante, decisivo semestre di presidenza italiana (che sta trascorrendo serenamente, anòdino quanto quello greco che lo ha preceduto…).
Se all’epoca i nostri padri avessero ragionato allo stesso modo, saremmo ancora sotto il fascismo.
L’aspetto tragicamente grottesco è che ci stiamo ritornando: un fascismo surrettizio, in guanti bianchi, asetticamente tecnocratico; ma pur sempre tale.

 L'Onda

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Luciano Gallino: Se la UE diventa una dittatura.

«Quel che sta accadendo è una rivoluzione silenziosa — una rivoluzione silenziosa in termini di un più forte governo dell’economia realizzato a piccoli passi. Gli Stati membri hanno accettato — e spero lo abbiano capito nel modo giusto — di attribuire importanti poteri alle istituzioni europee riguardo alla sorveglianza, e un controllo molto più stretto delle finanze pubbliche». Così si esprimeva il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, in un discorso all’Istituto Europeo di Firenze nel giugno 2010.

Non parlava a caso. Sin dal 2010 la Ce e il Consiglio Europeo hanno avviato un piano di trasferimento di poteri dagli Stati membri alle principali istituzioni Ue, che per la sua ampiezza e grado di dettaglio rappresenta una espropriazione inaudita — non prevista nemmeno dai trattati Ue — della sovranità degli Stati stessi. Non si tratta solo di generiche questioni economiche. Il piano del 2010 stabilisce indicatori da cui dipende l’intervento della Ce sulla politica economica degli Stati membri; indicatori elaborati secondo criteri sottratti a ogni discussione da funzionari della CE. Se gli indicatori segnalano che una variabile esce dai limiti imposti dal piano, le sanzioni sono automatiche. Il piano è stato seguito sino ad oggi da nuovi interventi riguardanti la strettissima sorveglianza del bilancio pubblico, al punto che il ministero delle Finanze degli Stati membri potrebbe essere eliminato: del bilancio se ne occupa la Ce. Il culmine della capacità di sequestro della sovranità economica e politica dei nostri Paesi da parte della Ue è stato toccato nel 2012 con l’imposizione del trattato detto fiscal compact , che prevede l’inserimento nella legislazione del pareggio di bilancio, «preferibilmente in via costituzionale». I nostri parlamentari, non si sa se più incompetenti o più allineati sulle posizioni di Bruxelles, hanno scelto la strada del maggior danno — la modifica dell’art. 81 della Costituzione.

Questi sequestri di potere a carico dei singoli Stati non sono motivati, come sostengono le istituzioni europee, dalla necessità di combattere la crisi finanziaria. I supertecnici della Ce (sono più di 25mila), ma anche del Fmi e della Bce, mostrano di essere dilettanti allo sbaraglio. L’aumento del debito pubblico degli Stati dell’eurozona, salito dal 66% del 2007 all’86% del 2011, viene imputato dalle istituzioni europee a quello che essi definiscono il peso eccessivo della spesa sociale nonché al costo eccessivo del lavoro. Oltre a documenti, decreti, direttive, ad ogni occasione essi fanno raccomandazioni affinché sia tagliata detta spesa. Pochi giorni fa Christine Lagarde, direttrice del Fmi, insisteva sulla necessità di tagliare le pensioni italiane, visto che rappresentano la maggior spesa dello Stato. Dando mostra di ignorare, la dotta direttrice, che i 200 miliardi della ordinaria spesa pensionistica sono soldi che passano direttamente dai lavoratori in attività ai lavoratori in quiescenza. Il trasferimento all’Inps da parte dello Stato di circa 90 miliardi l’anno non ha niente a che fare con la spesa pensionistica, bensì con interventi assistenziali che in altri Paesi sono a carico della fiscalità generale.

Dinanzi ai diktat di Bruxelles, il governo italiano in genere batte i tacchi e obbedisce, a parte qualche alzar di voce di Renzi. Le prescrizioni contenute nella lettera del 2011 con cui Olli Rhen, allora commissario all’economia della Ce, esigeva riforme dello Stato sociale sono state eseguite. La “riforma” del lavoro di cui si discute in questi giorni potrebbe essere stata scritta a Bruxelles. Nessuno di questi interventi ha avuto o avrà effetti positivi per combattere la crisi; in realtà l’hanno aggravata. Combattere la crisi non è nemmeno il loro scopo. Lo scopo perseguito dalle istituzioni Ue è quello di assoggettare gli Stati membri alla “disciplina” dei mercati. Oltre che, più in dettaglio, convogliare verso banche e compagnie di assicurazione il flusso dei versamenti pensionistici; privatizzare il più possibile la Sanità; ridurre i lavoratori a servi obbedienti dinanzi alla prospettiva di perdere il posto, o di non averlo. Il vero nemico delle istituzioni Ue è lo stato sociale e l’idea di democrazia su cui si regge; è questo che esse sono volte a distruggere.

Si può quindi affermare che la Ue sarebbe ormai diventata una dittatura di finanza e grandi imprese, grazie anche all’aiuto di governi collusi o incompetenti? Certo, il termine ha lo svantaggio di essere già stato usato dalle destre tedesche, le quali temono — nientemeno — che la Ue faccia pagare alla Germania le spese pazze fatte dagli altri Paesi. Peraltro abbondano i termini attorno all’idea di dittatura: si parla di “fine della democrazia” nella Ue; di “democrazia autoritaria” o “dittatoriale” o di “rivoluzione neoliberale” condotta per attribuire alle classi dominanti il massimo potere economico.

Il termine potrà apparire troppo forte, ma si dia un’occhiata ai fatti. I poteri degli Stati membri di cui le istituzioni europee si sono appropriati sono superiori, per dire, a quelli dei quali gode in Usa il governo federale nei confronti degli Stati federati.

Le persone che decidono quali poteri lasciarci o toglierci, sono sì e no alcune dozzine: sei o sette commissari della Ce su trentai componenti del Consiglio Europeo (due dozzine di capi di Stato e di governo); i membri del direttivo della Bce; i capi del Fmi, e pochi altri. Tutti, intendiamoci, immersi in trattative con esponenti del mondo politico, finanziario e industriale, in merito alle quali disposizioni della direzione Ce impongono che i cittadini europei non ne sappiano nulla sino a che non si è presa una decisione [vedi TTIP]. Non esiste alcun organo elettivo — nemmeno il Parlamento Europeo — che possa interferire con quanto tale gruppo decide.

Pare evidente che la Ue abbia smesso di essere una democrazia, per assomigliare sempre più a una dittatura di fatto, la cui attuazione — come vari giuristi hanno messo in luce — viola perfino i dispositivi già scarsamente democratici dei trattati istitutivi. La dittatura Ue potrebbe essere tollerabile se avesse conseguito successi economici. Italiani e tedeschi hanno applaudito i loro dittatori per anni perché procuravano lavoro e prestazioni da stato sociale. Ma le politiche economiche imposte dal 2010 in poi hanno provocato solo disastri.
Quali sciagure debbono ancora accadere, quali insulti l’ideale democratico deve ancora subire, prima che si alzi qualche voce — meglio se sono tante — per dire che di questa Ue dittatoriale ne abbiamo abbastanza, e che se uscirne oggi può costare troppo caro è necessario rivedere i trattati, prima di assicurarci decenni di recessione e di servitù politica ed economica?

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1 ottobre 2014 Posted by | Società | , , , , | 7 commenti

Preferisco danzare da sola


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30 settembre 2014 Posted by | Fotografia | 3 commenti

La Spagna di Peter Pan

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In un articolo  apparso su El Paìs  l’economista Juan Torres Lòpez contesta la narrazione ufficiale del suo governo secondo cui la Spagna starebbe uscendo dalla crisi. Una critica che è interessante da leggere anche per noi, perché quella che il governo spagnolo propina ai propri cittadini per far loro metabolizzare la dolorosissima demolizione del welfare e delle tutele del lavoro, è la stessa narrazione che ci viene impartita per convincerci della necessità di procedere con l’applicazione  di analoghe misure – perché quelle subite fin qui non sono abbastanza..

La Spagna come esempio virtuoso di resipiscenza, monito alla nostra ostinata infingardaggine: penitenziagite!

Secondo l’economista i dati reali raccontano tutt’altra situazione. Qualcosa di cui personalmente ero già convinto, avendo famigliari laggiù dai quali ricevo notizie del vissuto quotidiano tutt’altro che confortanti, ma la testimonianza di Juan Torres Lòpez è una conferma autorevole, che si aggiunge a quella del direttore di Bruegel Guntram Wolff :

“Però, occorre intendersi: dire che la Spagna, il Portogallo o perfino la Grecia, sono diventati esempi da seguire oppure fari di splendore e crescita è assolutamente inappropriato. Sono tutti paesi, e aggiungo l’Irlanda, che hanno subito delle perdite in termini di Pil, di posti di lavoro, di coesione sociale, addirittura di sovranità nazionale, così drammatiche da essere di gran lunga peggiori di quelle che affliggono l’Italia” (citato da Goofynomics).

Per inciso:
C’è da osservare che l’economia spagnola continua in difficoltà nonostante le sia consentito un cospicuo sforamento della spesa a deficit, previsto quest’anno intorno al 7%. Se pensiamo che all’Italia viene aspramente rimproverato il fatto che forse (anzi probabilmente) non riuscirà a contenere il proprio deficit al 2,6% programmato, verrebbe fatto di pensare che in Europa esistono figli e figliastri. Non è così. Non esistono figli e figliastri, ma sì esiste una matrigna – la Germania – che è l’azionista di riferimento del sistema e che decide le politiche generali in funzione dei propri interessi. “La ragione per cui in Europa esistono due pesi e due misure è semplice. L’Italia è una diretta concorrente della Germania sul piano industriale e quindi va penalizzata con l’austerity. La Spagna e altri paesi Ue al contrario sono debitori di Berlino e quindi non vanno troppo indeboliti o non riusciranno a pagare”. (Alberto Bagnai, su Economia & Finanza).

Chiuso l’inciso, ecco l’articolo di Juan Torres Lòpez:

Rajoy vola insieme a Peter Pan

Mesi prima delle ultime elezioni europee il Governo di Rajoy lanciò una campagna appoggiata da banchieri e media (termini che in alcuni casi coincidono), finalizzata a far credere che l’economia spagnola aveva intrapreso il cammino del recupero economico e dell’impiego. In questo paese non siamo molto portati per la lettura, e si fa poco ricorso alle emeroteche, ma chi lo facesse potrà verificare che nell’estate del 2013 si diceva che la Spagna era “alla testa delle grandi economie mondiali”, o che un paio di mesi prima delle europee, il defunto Emilio Botìn [1] assicurava che “torna il credito, si recupera l’occupazione e l’economia crescerà sopra l’1%”. Lo stesso Presidente del governo sosteneva che l’economia spagnola avrebbe recuperato significativamente nel 2014.

Ho commentato qualche settimana fa su queste stesse pagine che i dati di contabilità nazionale che il Governo utilizza per affermare il miglioramento dell’economia sono incongruenti con quelli registrati da altre fonti statistiche. E questo indipendentemente dal fatto che questi dati non dovrebbero essere comunque presi come segnale di recupero, poiché i miglioramenti sono dovuti alla deflazione e alla spinta solitaria del turismo, che da solo ha rappresentato la metà della crescita del PIL.
Gli ultimi dati pubblicati dimostrano che il Governo sogna, se davvero pensa che stiamo uscendo con successo dalla crisi.
La riduzione del numero di ore effettivamente lavorate indica che si stanno creando nuovi contratti ma non una maggiore occupazione delle persone, L’incremento costante del debito pubblico, nonostante i tagli che si continuano a realizzare, dimostra che continuiamo nell’incapacità di generare entrate, mentre gli indicatori finanziari continuano a peggiorare. Gli ultimi, pubblicati dalla Banca di Spagna, segnalano che il tasso delle insolvenze è risalito  in luglio, a riprova che peggiora la solvibilità delle imprese e delle famiglie, e che il credito, fondamentale per la ripresa della economia, è tornato a scendere. Nonostante gli aiuti ricevuti, le banche hanno concesso 96 miliardi di crediti in meno rispetto a gennaio e 300 miliardi in meno rispetto a due anni fa.

Se stanno diminuendo finanziamenti e reddito disponibili, come indicano i più affidabili dati dell’EPF [2], è impossibile che l’economia sia migliorata o stia migliorando.
Il “recupero” di cui parla Rajoy si trova nell’Isola che non c’è, “seconda stella a destra, poi dritti fino al mattino”.

Peter Pan

 

 

[1]  Banchiere e imprenditore spagnolo,  fondatore e capo esecutivo del Banco Santander. In tempi recenti era stato sottoposto a processo per comportamento anti-etico e portato in tribunale. E’ mancato nel settembre scorso per un infarto, all’età di 79 anni.
[2] Istituto di rilevazione dei consumi privati.

27 settembre 2014 Posted by | Economia e finanza, Società | , | 1 commento

L’Articolo 18 e i sindacalisti d’antan

In un post sull’articolo 18,  Luigi Pecchioli su Riscossa Italiana ripropone un testo di Giuseppe Di Vittorio che risale al 1952. Vale la pena leggerlo tutto, dà un’idea di quali erano le condizioni e il clima culturale di allora,  e le ragioni che hanno portato allo Statuto dei Lavoratori. Dovrebbero leggerlo anche coloro che acriticamente si accodano alla nevrotica esigenza rottamatoria del renzismo, convinti dal nostro affabulatore che civiltà e democrazia seguano un obbligato percorso lineare di continuo progresso, nonostante questi ultimi anni abbiano ampiamente dimostrato che così non è, che nulla va dato per acquisito definitivamente.

Oggi al contrario la massa imponente dei disoccupati (l’esercito industriale di riserva di marxiana memoria) – creata ad arte dalle politiche neoliberiste dell’Eurozona – sta consentendo che lo smantellamento dei diritti così duramente conquistati dai nostri padri avvenga senza reazione, con sindacati imbelli o collusi che minacciano scioperi a babbo morto e possibilmente di sabato mattina…

§

Giuseppe Di Vittorio

Vittorio di Giuseppe – Una proposta al Congresso dei Sindacati Chimici, 1952

La proposta da me annunciata al recente Congresso dei Sindacati chimici – di precisare in uno Statuto i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende – ha suscitato un enorme interesse fra le masse lavoratrici d’ogni categoria. Il Congresso della Camera del Lavoro di Mantova, per esempio, ha chiesto che lo Statuto stesso venga esteso anche alle aziende agricole. E qui è bene precisare che la nostra proposta, quantunque miri sopratutto a risolvere la situazione intollerabile che si è determinata nella maggior parte delle fabbriche, si riferisce, naturalmente, a tutti i settori di lavoro, senza nessuna eccezione.
Le prime reazioni padronali alla nostra proposta sembrano, invece, per lo meno incomprensibili.
«Il Globo», infatti – giornale notoriamente ispirato dagli ambienti industriali – pretende che io, avanzando la proposta dello Statuto, avrei dimenticato «troppe cose». Che cosa? Ecco: «che gli stabilimenti non sono proprietà pubblica ma ambienti privati di lavoro nei quali l’attività di tutti, dirigenti e imprenditori compresi, è vincolata e coordinata al fine produttivo da raggiungere»; che esistono i contratti di lavoro, «nei quali sono previsti i doveri e i diritti dei lavoratori nell’ambito del rapporto contrattuale»; che esistono le Commissioni interne, ecc. ecc.
È giusto. Tutte le cose che ricorda «Il Globo» esistono; e nessuno lo ignora.
Il giornale degli industriali, però, dimentica un’altra cosa, che pure esiste: è la Costituzione della Repubblica, la quale garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi, una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere, nei confronti di lavoratori. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dall’azienda. È vero che le fabbriche sono di proprietà privata (non è qui il caso di discutere questo concetto), ma non per questo i lavoratori divengono anch’essi proprietà privata del padrone all’interno dell’azienda.
Il lavoratore, anche sul luogo del lavoro, non diventa una cosa, una macchina acquistata o affittata dal padrone, e di cui questo possa disporre a proprio compiacimento. Anche sul luogo del lavoro, l’operaio conserva intatta la sua dignità umana, con tutti i diritti acquisiti dai cittadini della Repubblica italiana.
Se i datori di lavoro avessero tenuto nel dovuto conto questa realtà, chiara e irrevocabile – e agissero in conseguenza – la necessità della mia proposta non sarebbe sorta; non avrebbe dovuto sorgere.

 Il fatto è, invece, che numerosi padroni si comportano nei confronti dei propri dipendenti come se la Costituzione non esistesse. Si direbbe che la parte più retriva e reazionaria del padronato (la quale non ha mai approvato la Costituzione, ma l’ha subita, a suo tempo, solo per timore del «peggio»), mentre trama per sopprimerla, l’abolisce, intanto, all’interno delle aziende.
L’opinione pubblica ignora, forse, che in numerose fabbriche s’è istaurato un regime d’intimidazione e di terrore di tipo fascista che umilia e offende i lavoratori. I padroni e i loro agenti sono giunti al punto d’impedire ai lavoratori di leggere il giornale di propria scelta e di esprimere una propria opinione ai compagni di lavoro, nelle ore di riposo, sotto pena di licenziamento in tronco. Si è giunti ad impedire ai collettori sindacali di raccogliere i contributi o distribuire le tessere sindacali, durante il pasto o prima e dopo l’orario di lavoro.
Se durante la sospensione del lavoro, l’operaio legge un giornale non gradito al padrone, o l’offre a un collega, rischia di essere licenziato. Si è osato licenziare in tronco un membro di Commissione Interna perché durante la colazione aveva fatto una comunicazione alle maestranze. Si pretende persino che la Commissione Interna sottoponga alla censura preventiva del padrone il testo delle comunicazioni da fare ai lavoratori. Peggio ancora: si è giunti all’infamia di perquisire gli operai all’entrata della fabbrica, per assicurarsi che non portino giornali o altri stampati invisi al padrone.

Tutto questo è intollerabile. E tutto questo non è fatto a caso, né per semplice cattiveria. Tutto questo è fatto per calcolo; è fatto per affermare e ribadire a ogni istante, in ogni modo, l’assolutismo padronale onde piegare il lavoratore a uno sforzo sempre più intenso, a un ritmo di lavoro sempre più infernale, alla fatica più massacrante, sotto la minaccia costante del licenziamento. E tutti sono in grado di misurare la gravità di questa minaccia, in un Paese di disoccupazione vasta e pertinente come il nostro.
È un fatto che l’instaurazione di questo assolutismo padronale nelle fabbriche è accompagnata da un aumento crescente del ritmo del lavoro. Il supersfruttamento dei lavoratori è giunto a un tale punto da determinare un aumento impressionante degli infortuni sul lavoro (anche mortali) e delle malattie professionali, come abbiamo ripetutamente documentato. Soltanto nelle aziende della Montecatini abbiamo avuto 35 morti per infortuni in un anno!
Questa situazione non è tollerabile. Bisogna ripristinare i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende e porre un limite a queste forme micidiali di supersfruttamento.
 Intendiamoci bene: noi non siamo contro la necessaria disciplina in ogni lavoro; ma deve trattarsi della disciplina normale, umana. Non contestiamo affatto che il lavoratore, durante le ore di lavoro, abbia lo stretto dovere di adempiere al suo compito professionale. E noi sappiamo bene che la generalità dei lavoratori concepisce l’adempimento scrupoloso del proprio dovere come primo fondamento della propria dignità professionale.
Ma fuori delle ore di lavoro durante il pasto, prima dell’inizio del lavoro e dopo la cessazione, i lavoratori sono, anche all’interno dell’azienda, liberi cittadini, in possesso di tutti i diritti garantiti agli altri cittadini, per cui hanno l’incontestabile diritto di parlare, di esprimere liberamente le loro opinioni, di distribuire le tessere della propria organizzazione, di collettare i contributi sindacali, ecc. ecc., così come hanno il diritto di farlo fuori della fabbrica.
Il «vincolo contrattuale» con l’azienda – di cui parla «Il Globo» – è un vincolo di lavoro, non di coscienza. Ottenuto il lavoro dovuto dall’operaio, il padrone non deve pretendere null’altro.
Naturalmente, le minacce e gli abusi di cui sono vittime quotidianamente numerosi lavoratori, danno spesso luogo a proteste collettive, ad agitazioni, a scioperi. Se si continuasse ad andare avanti nel senso deplorato, queste agitazioni sarebbero destinate a moltiplicarsi e a generalizzarsi, dato che la situazione è giunta al punto estremo della sopportabilità. Dalle fabbriche e da altri luoghi di lavoro si leva una protesta unanime, accorata, come sorgente da un bisogno di respirare, di sentirsi liberi, anche all’interno delle aziende.

La nostra proposta tende a risolvere la questione in modo pacifico e normale, mediante l’adozione d’uno Statuto che, ribadendo i diritti imprescrittibili dei lavoratori, non dia luogo né agli abusi lamentati, né alle agitazioni che ne conseguono. E poiché si tratta d’un interesse vitale e generale di tutti i lavoratori, senza distinzioni di correnti, riteniamo perfettamente possibile un accordo con le altre organizzazioni sindacali, sia nella formulazione dello Statuto che propugniamo, sia nell’azione da svolgere per ottenerne l’adozione.

§

 PS: Se dopo aver letto vi capiterà di pensare ai vari camusso, bonanni e angeletti che il buon dio ci ha dato per questi infausti giorni, non vi  resterà che chiedervi retoricamente, come il poeta, “mais où sont les neiges d’antan?”.

 

Roma - Corteo Edili

24 settembre 2014 Posted by | Società | , , | 1 commento

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