Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

La millesima vittima

§


Ilan Pappé
 è uno storico israeliano, Pappéprofessore nel dipartimento di Storia all’università di Exeter (UK) e autore di diversi libri fortemente critici nei confronti del sionismo e della politica israeliana. Fra le sue opere, una “Storia della Palestina moderna”, del 2005, e “Ultima fermata Gaza”, quest’ultimo scritto con Chomsky e altri; due libri che insieme ai lavori di Norman Finkelstein, (“L’industria dell’Olocausto”) e al libro di Paolo Barnard (“Perché ci odiano“) sono, a mia conoscenza, fra i testi più importanti per una comprensione del conflitto in Palestina.

Su The Electronic Intifada Pappé ha scritto una lettera aperta, indirizzata idealmente alla famiglia della millesima vittima dell’attuale “operazione” israeliana contro Gaza. Una lettera del 24/7 – un po’ vecchia visto che risale a 360 vittime fa, secondo l’aggiornamento di stamattina 31/7/2014. Mi scuso per il ritardo ma non è colpa né sua né mia se il contatore sembra impazzito tanto sale velocemente: una velocità presumibilmente inferiore solo a quella del contatore che misura il numero dei potenziali futuri miliziani di Hamas che la politica di Israele va creando.

La propongo qui nella traduzione italiana pubblicata dal sito NENA News, (enfasi e links miei) ripromettendomi una maggiore tempestività quando il contatore toccherà la soglia 2000.

Ilan Pappé: Alla famiglia della millesima vittima del massacro genocida di Israele a Gaza.

Non so ancora chi fosse il vostro caro. Avrebbe potuto essere un bimbo di pochi mesi, o un ragazzo giovane, un nonno o uno dei vostri figli o genitori. Ho sentito parlare della morte del vostro caro da Chico Menashe, un commentatore politico di Reshet Bet, la principale stazione radio di Israele.
Ha spiegato che l’uccisione del vostro amato, così come la trasformazione dei quartieri di Gaza in macerie e l’allontanamento di 150.000 persone dalle loro case, è parte di una strategia israeliana ben calcolata: questa carneficina distruggerà l’impulso dei palestinesi di Gaza a resistere alle politiche israeliane.Ho sentito questo mentre leggevo nell’edizione del 25 luglio del presunto rispettabile quotidiano Haaretz le parole del non così rispettabile storico Benny Morris  sul fatto che questo non sia ancora abbastanza.
Egli chiama le politiche di genocidio attuate finora “refisut” – debolezza della mente e dello spirito. Egli esige molta più distruzione di massa in futuro con la consapevolezza che questo è il modo giusto di comportarsi se si vuole difendere la nostra “villa nella giungla”, come l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha descritto Israele.

territori-palestina-1946-2000

Deserto inumano
Sì, ho paura a dire che i media israeliani e il mondo accademico sono totalmente al fianco della strage a parte poche voci difficilmente udibili in questo deserto disumano. Non scrivo questo per dirvi che mi vergogno – mi sono dissociato molto tempo fa da questa ideologia di stato e faccio tutto il possibile come individuo per affrontarla e sconfiggerla. Probabilmente non è stato sufficiente; siamo tutti inibiti da momenti di vigliaccheria, egoismo e forse l’impulso naturale di prenderci cura della nostra famiglia e dei nostri cari.
Eppure sento il bisogno oggi di fare una promessa a voi, una promessa che nessuno dei tedeschi che mio padre conosceva durante il periodo del regime nazista era disposto a fare a lui quando i criminali commisero il genocidio contro la sua famiglia.
Questo non è niente di più di un piccolo impegno nel vostro momento di dolore, ma è il meglio che possa offrire e non dire niente non è un’opzione. E non fare nulla è anche meno di un’opzione.
Siamo nel 2014 e la distruzione di Gaza è ben documentata. Questo non è 1948, quando i palestinesi hanno dovuto faticare non poco per raccontare la loro storia di orrore; molti dei crimini commessi allora dai sionisti sono stati nascosti e non sono mai venuti alla luce. Così il mio primo e semplice impegno è quello di registrare, informare e insistere sulla verità.
La mia vecchia università, l’Università di Haifa, ha reclutato i suoi studenti per diffondere le menzogne ​​di Israele in tutto il mondo utilizzando Internet. Ma questo è il 2014 e la propaganda di questo genere non regge.

Impegno per il boicottaggio
Ma sicuramente questo non è sufficiente. Mi impegno a continuare lo sforzo di boicottare uno Stato che commette tali crimini. Solo quando l’Unione delle Federazioni Calcistiche Europee espellerà Israele, quando la comunità accademica si rifiuterà di avere rapporti istituzionali con Israele, quando le compagnie aeree esiteranno a volare lì, e quando ogni gruppo che può perdere denaro a causa di un atteggiamento etico nel breve termine capirà che a lungo andare si guadagnerà sia moralmente che finanziariamente – solo allora inizieremo a onorare la vostra perdita.
Il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha avuto molti successi e continua il suo instancabile lavoro.
Gli ostacoli sono ancora la falsa accusa di antisemitismo e il cinismo dei politici. Ecco perché un’iniziativa onorevole di architetti britannici di forzare i loro colleghi in Israele a prendere una posizione morale piuttosto che essere complici nella colonizzazione criminale della terra è stata bloccata all’ultimo momento.
Iniziative simili sono state sabotate altrove da politici senza spina dorsale in Europa e negli Stati Uniti.
Ma il mio impegno è quello di essere parte dello sforzo per superare questi ostacoli. La memoria del vostro caro sarà la forza trainante, insieme al vivo ricordo delle sofferenze dei palestinesi nel 1948 e da allora.

Macello
Lo faccio egoisticamente. Prego e spero che in questo momento, il peggiore della vostre vite in cui state a Shujaiya, Deir al-Balah e Gaza City a guardare il macello creato da aerei da guerra israeliani, carri armati e artiglieria, voi non perdiate la speranza nell’umanità.
Questa umanità comprende anche israeliani, quelli che non hanno il coraggio di parlare, ma che esprimono il loro orrore in privato come attestano le mie traboccanti caselle di posta e Facebook, così come la piccola manciata che manifesta pubblicamente contro il genocidio incrementale a Gaza.
Essa comprende anche quelli non ancora nati, che forse saranno in grado di sfuggire a una macchina di indottrinamento sionista che insegna loro, dalla culla alla tomba, a disumanizzare i palestinesi a un livello tale che ardere vivo un ragazzo palestinese di sedici anni non riesce a commuoverli o a distruggere la loro fede nel loro governo, nell’esercito o nella religione.

Sconfitti
Per il loro, il mio e il vostro bene, mi auguro che potremo anche sognare il giorno seguente – quando il sionismo sarà sconfitto come l’ideologia che governa le nostre vite tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e tutti noi avremo la vita normale che desideriamo e meritiamo.
Quindi mi impegno oggi a non essere distratto anche da amici e dirigenti palestinesi che ancora stupidamente ripongono le loro speranze nell’ormai datata “soluzione a due stati”. Se uno ha l’impulso di essere coinvolto nel portare un cambiamento di regime in Palestina, l’unica ragione per fare questo è lottare per la parità di diritti umani e civili e la piena restituzione per tutti coloro che sono e sono stati vittime del sionismo, dentro e fuori l’amata terra di Palestina.
Possa la vostra persona amata riposare in pace sapendo che la sua morte non è stata vana – e non perché sarà vendicato. Non abbiamo bisogno di ulteriori spargimenti di sangue. Credo ancora ci sia un modo per portare i sistemi malvagi verso la loro fine con la potenza di umanità e moralità.
Giustizia significa anche portare gli assassini che hanno ucciso la vostra persona amata e tanti altri in tribunale, e dobbiamo perseguire i criminali di guerra di Israele nei tribunali internazionali.
E’ un modo molto più lungo e, a volte, anche io sento l’impulso di far parte di quelli che utilizzano la forza bruta per mettere fine alla disumanità. Ma mi impegno a lavorare per la giustizia, la piena giustizia, la giustizia riparatoria.

Questo è quello che posso promettere: lavorare per evitare la prossima fase della pulizia etnica della Palestina e il genocidio dei palestinesi a Gaza.

§

gaza_19246_3636

31 luglio 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , , , | 11 commenti

I democratici e il populista

Da Imola Oggi il video dell’intervento di Nigel Farage all’Europarlamento il 15/7/2014, durante il dibattito sulla candidatura (unica) di Junker alla Presidenza della Commissione europea.

Alcuni passaggi, fra i più significativi:

… Pensiamo per un momento alla procedura nella quale siamo impegnati: fra poco saremo chiamati a votare e abbiamo un solo candidato. Sembra di essere ai vecchi tempi dell’Unione Sovietica, no?

… Ancor peggio, sarà una votazione segreta… i nostri elettori non sapranno nemmeno come come ognuno di noi ha votato… Il parlamento non dovrebbe votare in segreto. Come rappresentanti eletti pubblicamente, siamo tenuti a rispondere delle nostre azioni di fronte ai nostri elettori.

…Lei  [rivolto a Junker] oggi ha dimostrato di essere ancora impantanato nelle vecchie idee di Europa. Ha parlato di Mr Delors come di una dei suoi eroi. Beh, lo capisco, dal suo punto di vista. Ma ha anche parlato di Mr Mitterand e Mr Kohl come suoi eroi. Avrei detto che un collaborazionista in tempo di guerra e qualcuno che ha lasciato la politica tedesca sotto il peso vergognoso di un enorme scandalo finanziario di partito non dovrebbero essere il tipo di persone da prendere come modello di virtù per l’Europa di oggi.
… Ciò che risulta è che lei vuole portare avanti il processo di centralizzazione dei poteri. Il che non sorprende, dato che negli ultimi vent’anni lei è stato una figura chiave di questo sistema che ha deliberatamente oltraggiato la democrazia. Il miglior esempio è quanto lei disse a proposito del referendum francese sulla costituzione europea: “Se è un SI diremo ‘Andiamo avanti'; se è un NO diremo ‘continuiamo così'”. Che roba è questa? Cos’ha a che fare con la democrazia?

[Junker, aggiungo io, è il signore che ha spiegato il metodo operativo degli eurotecnocrati: "Prima decidiamo qualcosa, poi la lanciamo nello spazio pubblico. In seguito aspettiamo un po’ e guardiamo cosa succede. Se non fa scandalo o non provoca sommosse, perché la maggior parte delle persone non si sono neanche rese conto di ciò che è stato deciso, continuiamo, passo dopo passo, fin quando non sia più possibile tornare indietro].

… Lei ha detto che questo non è tempo per una rivoluzione. Sappia che una rivoluzione c’è già stata: un vero colpo di stato sulle democrazie nazionali, senza che la gente si rendesse conto di ciò che stava accadendo.

Farage sarà anche l’estremista di destra che tutti dipingono, e il suo un partito di xenofobi nazionalisti. Ma ascoltate quello che dice, e ditemi se ha torto.

Posso sbagliare, e sarò felice di ricredermi, però non credo che una stessa sacrosanta denuncia sia arrivata o arriverà mai da qualcuno del PSE, o del PPE, o dagli tsiprioti de noantri. Vero è che questi gruppi, in compenso, non sono né xenofobi né nazionalisti. Tanto meno, dio ci liberi, populisti.
Questi sono partiti rispettabili.

25 luglio 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , , | 7 commenti

Di sanità leggere, di reti primarie, di terzi settori

Tagli Sanità

Ogni tanto capita di ascoltare o leggere sui media interviste o articoli che esprimono perfettamente lo spirito del nostro tempo, lo zeitgeist di questa gaglioffa postmodernità sociopatica che ha permeato la nostra cultura di socialdarwinismo. La cosa più sorprendente  è la naturalezza con cui certi concetti vengono espressi, al punto che se uno non fa mente locale non li nota nemmeno, segno dell’introiezione di una linea di pensiero che  tanto estranea ci fu ieri quanto ci è familiare oggi.

Giorni fa ho ascoltato sul GR3 una breve intervista a certa Giuliana Baldassarre, docente di Pubblica Amministrazione, Sanità e No-profit all’università – manco a dirlo – Bocconi.  Si parlava della spesa sanitaria, che l’ISTAT descrive in forte diminuzione. Ciò che affascinava era ascoltare con quanta cura venivano scelti termini e circonlocuzioni per dare al fenomeno una connotazione quanto più positiva possibile, un magistrale compendio di ipocrisia e reticenza che la brevità dello spazio radiofonico rendeva ancor più significativo.

Per l’illustre studiosa, le minori spese si devono in parte a una diminuzione del reddito (aspetto negativo) che ha costretto a razionalizzare  (aspetto positivo, implicazioni morali) le spese famigliari.

Ma si devono ricondurre, anche, alla “caduta di forme contrattuali nel mercato del lavoro che prevedevano pacchetti sanitari ad esso collegati”, (aspetto meramente tecnico) ciò che ha comportato per il dipendente il venir meno della “possibilità di scegliere forme di sanità privata”.
Il che sarà anche vero, ma non andrebbe trascurato di precisare che in generale la possibilità venuta meno, per il dipendente, è quella di continuare a essere tale. E che in un contesto di occupazione decrescente dove è la precarietà a prevalere, le uniche forme  contrattuali che permangono sono quelle che contemplano l’alternativa fra il “ti va bene così” e il “sennò te ne vai”, le quali notoriamente non prevedono alcun pacchetto sanitario collegato.

La caduta (per la prima volta) del numero delle assistenze domiciliari  – 4000 unità in meno! (aspetto negativo) – implica il “recupero di un capitale sociale che era stato perso” (aspetto positivo, implicazioni fortemente morali):  ora è la famiglia – la “rete primaria” – che torna a farsi carico dei propri anziani. Si riscoprono dunque, secondo la Baldassarre, il valore dei legami famigliari, l’importanza degli affetti. D’altra parte è noto che in questa crisi le pensioni e i risparmi degli anziani sono il primo e più importante ammortizzatore sociale per i famigliari disoccupati; con l’impegno assistenziale di questi nei confronti di quelli il cerchio si chiude felicemente, in una sorta di micro-welfare domestico, autarchico – per così dire, che l’Europa finirà per prendere a modello.

L’ultima domanda, a proposito della riforma sanitaria integrativa allo studio della Ministra Lorenzin, con il “privato che interagisce con il pubblico” [ahi!], trova una risposta all’altezza di tutto il pezzo e lo chiude degnamente: “l modello vincente secondo me prevede l’intervento anche degli attori del terzo settore. Che possono fornire servizi a un prezzo inferiore a quello offerto dal settore privato e con una qualità uguale  a quella che viene offerta dal settore pubblico e privato. Le cosiddette forme di “sanità leggera” che prevedono l’intervento del privato sociale.”

Detto in altri termini, quello evocato dalla Baldassarre è un modello in cui la sanità privata avrà il ruolo preponderante, mentre quella pubblica sarà relegata alla sussidiarietà marginale. Coloro che potranno permettersi una costosa assicurazione integrativa si serviranno delle strutture e delle eccellenze offerte da un mercato elitario che taglierà fuori le fasce popolari, le quali dovranno accontentarsi delle sempre minori e sempre più fatiscenti prestazioni pubbliche oppure, male che vada, affidarsi alle associazioni di volontariato laddove esistano. Una cosa tipo questa.

Carità

Riconosco però che come esposto dalla Baldassarri suona meno allarmante. Non per niente lei è prof alla Bocconi, io no.

Da quel che ho capito i GR  sono disponibili sul sito RAI per quattro anni e mezzo. E’ un peccato, perché certi documenti dovrebbero essere conservati indefinitamente a beneficio degli storici e degli antropologi, che in un futuro speriamo meno atroce avranno tempo di interrogarsi sui meccanismi per cui l’alba del XXI secolo, così promettente, portò a un medioevo più cupo del precedente.

Trascrivo perciò a futura memoria il testo dell’intervista, che per il momento potete trovare qui (a partire dal minuto 7:50):

§

La spesa sanitaria privata delle famiglie è diminuita, questo per due ordini di motivi. La diminuzione di reddito che ovviamente ha razionalizzato e ridimensionato le spese famigliari [...] la caduta di forme contrattuali nel mercato del lavoro che prima prevedevano polizze e pacchetti sanitari ad esso collegate per il dipendente che quindi poteva scegliere forme di sanità appunto privata. 

D: Nel 2014, per la prima volta, è anche calato il numero delle assistenti domiciliari, 4000 in meno. Anche questo è un segnale di cedimento del welfare privato a livello famigliare?


R: Senz’altro, si recupera forzatamente un capitale sociale che era stato perso, cioè il ricorso all’aiuto della rete primaria: l’assistenza domiciliare agli anziani viene presa in carico da altre persone della famiglia.
D: Allo studio della ministra Lorenzin c’è la riforma della sanità integrativa, il privato che interagisce [sic]con il pubblico. Qual è il modello che può funzionare?

R: Il modello vincente secondo me prevede l’intervento anche degli attori del terzo settore. Che possono fornire servizi a un prezzo inferiore a quello offerto dal settore privato e con una qualità uguale  a quella che viene offerta dal settore pubblico e privato. Le cosiddette forme di “sanità leggera” che prevedono l’intervento del privato sociale.

 

§

18 luglio 2014 Posted by | Riflessioni, Società | | 5 commenti

Inchini

 

Classico:

Inchino con scappellamento

 

 Processionario:

 

 Marittimo:

Baciato:

Renzi Merkel 2


Devozionale:

baciamano_berlusconi_gheddafi

 

§

 

 

14 luglio 2014 Posted by | Società | | 1 commento

Empatie

 

Non è singolare che il 7-1 inflitto dalla Germania al Brasile abbia provocato maggiore emozione del bombardamento in corso  su Gaza?

(Promemoria: ricordarsi di cercare “Gaza” su Google Map)

 

media

 

 

Cryptome.org

Cryptome.org

 

 

 

 

 

10 luglio 2014 Posted by | Geopolitca, Società, Uncategorized | , , , , , , | 10 commenti

Malformazioni genetiche a Gaza. (Gaza dove?)

NewWeapons Commitee è un importante sito web specializzato nell’indagine e valutazione degli effetti a lungo termine che le più recenti armi non convenzionali possono avere sulla popolazione civile, in particolare su feti e bambini. Il gruppo che vi lavora è composto da accademici, ricercatori e giornalisti, nato nel 2006 all’indomani del conflitto libano-israeliano. L’alto livello scientifico della rete di consulenti  che vi aderiscono, come si desume dalla pagina di presentazione, garantisce l’attendibilità delle informazioni.

Nel testo che segue, il blogger Lorenzo Piersantelli – molto sensibile al tema dei diritti umani –  riassume alcuni degli studi pubblicati per raccontarci sul suo blog  la situazione a Gaza, un vero e proprio laboratorio di atrocità.  In particolare, Lorenzo fa riferimento alle ricerche della professoressa Paola Manduca, genetista dell’Università di Genova, di cui segnalo la recente intervista alla trasmittente genovese PrimoCanale:

Per ulteriori approfondimenti su Gaza, suggerisco anche:

- il post “La politica di Tel Aviv e l’impoverimento programmato della Striscia di Gaza“, sempre di Lorenzo Piersantelli
– il video “The Dirty War”, con sottotitoli in italiano, segnalato da Newweapons.

§

Lorenzo Piersantelli: “Striscia di Gaza: le malformazioni genetiche causate dalle armi non convenzionali di Israele

Ci sono orrori di cui nessuno parla. Drammi umani che resteranno ignoti per sempre: dietro ogni guerra, come quella che imperversa da un’infinità di guerra lungo la striscia di Gaza, ci sono interessi così forti ed inimmaginabili di sovrastrutture internazionali da permettere di ignorare volontariamente violazione dei diritti umani palesemente condannabili.

Cadmio, mercurio, molibdeno e cobalto: materiali altamente nocivi che da anni contaminano i terreni di Gaza e dintorni. E le conseguenze che vanno sempre più manifestandosi sono a dir poco spaventose: leucemie, problemi di fertilità, malformazioni nei neonati e patologie di origine genetica. Patologie gravissime che minano sempre più il futuro della popolazione di quelle aree. Una realtà estremamente drammatica già documentata nel 2010 da un comitato di scienziati indipendenti che ha sede in Italia: il “New Weapons Research Group”.

Il Comitato indaga sull’uso di di armi non convenzionali nei conflitti del nuovo secolo e sugli effetti di medio periodo nelle aree in cui vengono utilizzati; ed hanno analizzato quattro crateri formatisi a seguito delle esplosioni documentate: due nella città di Beit Hanoun, uno nel campo profughi di Jabalia ed, infine a Tufah, sobborgo di Gaza City. “A Beit Hanuon sono state rilevate quantità consistenti di tungsteno e mercurio: altamente cancerogeni. La deflagrazione di una bomba ha contaminato acque e terreno. E poi: il molibdeno, presente in grosse quantità in tutti i crateri, è risultato tossico per gli spermatozoi. Cadmio nel cratere di Tufah: anch’esso cancerogeno. E ancora: cobalto, manganese, zinco, stronzio, tutti materiali con effetti devastanti per il corpo umano. Se si pensava che l’immagine dell’orrore della guerra a Gaza fosse incarnato solo da quelle lingue di luce emanate dalle bombe   al fosforo bianco, ci si è in parte sbagliati. Gli scienziati del New Weapons Group hanno analizzato la composizione di una polvere residua di una bomba esplosa presso l’ospedale di Al Wafa: oltre al fosforo, altri metalli altrettanto pericolosi impastano il terreno contaminandolo, come molibdeno e tungsteno. Perché, dunque, tutto questo? Una prima risposta è quella fornita dalle accuse di crimini di guerra contro i civili del rapporto Goldstone, il giudice ebreo che ha compilato per l’Onu un dettagliato resoconto”.

Un’ulteriore risposta a questo delicato quesito viena dalla Professoressa Paola Manduca, ordinaria di Genetica presso l’Università di Genova e portavoce del gruppo internazionale degli scienziati: “Auspichiamo che le indagini fino a ora svolte dalla Commissione Goldstone, voluta dalle Nazioni Unite vadano oltre il rispetto dei diritti umani e prendano in considerazione gli effetti sull’ambiente provocati dall’uso di varie tipologie di bombe e le ricadute sulla popolazione nel tempo. Una rapida raccolta di dati può essere realizzata secondo modalità che si possono descrivere agevolmente e programmare”.

[Continua a leggere sul post originale]

8 luglio 2014 Posted by | Geopolitca, Società, Uncategorized | | 3 commenti

Declino e caduta dell’Impero Americano

il_declino_dell_impero_americano

Recentemente mi sono imbattuto in due articoli sul declino dell’egemonia americana. Il primo, di Jan Oberg – direttore della fondazione svedese Transnational Foundation for Peace & Future Research  – affronta il tema da un punto di vista “psicopolitico”. Il secondo, di Dave Lindorff – giornalista membro fondatore del giornale online ThisCantBeHappening!, fa un’analisi storica,  partendo da un articolo del giornalista conservatore Charles Krauthammer,  che addebita il declino ai “deplorevoli” tagli di spesa militare effettuati dall’amministrazione Obama.
L’analisi di Oberg parte dal caso americano per trarne un modello di generale applicazione.

Dal punto di vista sistemico, una situazione da “fine impero” segue un  modello ricorrente, caratterizzato da:
a) stato di guerra permanente o quasi
b) iper-estensione del territorio da controllare
c) perdita del primato intellettuale e tecnologico
d) crisi economiche strutturali
e) decadenza morale
f) delegittimazione
g) comparsa di nuovi soggetti decisi a competere per il potere

Da un punto di vista psicologico, la classe dirigente – politica, militare, mediatica – manifesta una serie di anomalie mentali facilmente riconoscibili da chi non ne sia affetto:

Autoreferenzialità
In un qualunque sistema sistema gerarchico chi si trova in una posizione intermedia ha sempre davanti a sé qualcuno da cui imparare e da superare, e in genere anche gli stimoli necessari per entrambe le cose. Chi si trova al vertice  invece non ha altri riferimenti che se stesso, quindi tende a ripetere gli stessi schemi di comportamento anche quando il mutare delle situazioni li rende obsoleti.

Hibris
Ci si abitua a percorrere una strada che è tutta in discesa grazie alla posizione di potere acquisita e al consenso che ne deriva – per amore o per forza. Funziona finché dura, ma più dura e più si consolida l’illusione di avere un intrinseco diritto a prevalere. D’altra parte, la difesa di questo intrinseco diritto richiede una capacità di controllo sempre più efficiente: da qui la necessità di armamenti sempre maggiori e sempre maggiori basi militari nel mondo, la cui giustificazione politica è data dal numero di minacce (nemici) a cui il sistema deve far fronte. Se le minacce (nemici) reali sono insufficienti occorre inventarne di nuove. Solo così è possibile legittimare la distrazione di enormi risorse a favore dell’impegno militare e continuare ad assicurarsi il diritto al primato “morale” nel mondo.

Proiezione
Avviene quando si accusano gli altri di colpe che ci appartengono. “L’Occidente diffida la Russia dall’interferire nelle elezioni di Kiev”: si diffida l’avversario dal fare ciò che stiamo facendo.
Proiezione significa attribuire all’avversario quelle pulsioni e azioni che invece sono nostre, così da assolvere noi stessi e colpevolizzare lui, che si dimostra in questo modo meritevole di castigo. La proiezione è costruita sulla negazione dei fatti documentati. Quando è sistematica, diventa un atteggiamento mentale patologico, il segno di una rappresentazione della realtà basata più sui desideri che su elementi oggettivi. Ciò porta alla sindrome successiva:

Autismo
Prendere atto di ciò che realmente accade diventa sempre più difficile. Ci si circonda esclusivamente di yes-men la cui unica funzione è fornire una rappresentazione della realtà coerente con il pensiero dominante anziché mettere in discussione il pensiero dominante quando si rivela in contrasto con la realtà.
L’analisi politica è sostituita dalle tecniche di mercato, e si finisce col credere alla propria propaganda come se fosse le verità. I media e gli accademici supportano zelantemente il punto di vista ufficiale, mentre le analisi genuinamente indipendenti scompaiono dal circuito dell’informazione diffusa.

Psico-paralisi
Assistere ripetutamente alle sofferenze altrui diminuisce la propria sensibilità. Stalin diceva che la morte di un uomo è una tragedia, quella di mille un fatto statistico. Allo stesso modo l’atrocità delle tue azioni può essere minimizzata dalle atrocità, vere o presunte, commesse dal tuo avversario: facciamo del male per impedire male peggiori.

Sociopatia
Le decisioni non sono condizionate da alcuna considerazione sull’impatto che esse avranno sulla vita delle persone comuni. Le persone sono sacrificabili all’obiettivo, perché l’obiettivo, qualunque esso sia,  è legittimo in sé a prescindere dalle collateralità. Chi è critico nei confronti dell’obiettivo perché non intende sopportarne le collateralità passa automaticamente dalla parte dell’avversario, e come avversario va trattato.

Eccezionalismo
L’assunto di base è che tu sei più e meglio civilizzato degli altri e questo ti pone al di sopra delle regole, stabilite per chi è meno e peggio civilizzato.
Essere “eccezionalisti” presuppone la convinzione di essere stati prescelti per difendere il bene comune, cioè della “comunità internazionale”. In quanto eccezionalista, inoltre, spetta a te il compito di stabilire cos’è il bene comune, un’incombenza nemmeno troppo difficile perché esso tende a coincidere con i tuoi interessi.
L’eventuale critica nei confronti della tua linea di condotta diventa automaticamente un attacco al bene comune, cioè al bene della comunità internazionale. Un dibattito realmente democratico è precluso a priori, perché a priori superfluo.

Narcisismo
Il mondo viene diviso in due: Noi il bene e Loro il male. La violenza commessa da Noi è violenza buona, necessaria a fermare la  cattiva violenza commessa da Loro. Noi non possiamo sbagliare, quindi non abbiamo bisogno di scusarci. “Noi non impariamo, noi insegnamo. Noi siamo i buoni”.

Nelle fasi di declino i leader tendono più che mai a rimuovere la realtà aggrappandosi a una micidiale miscela  di marketing e propaganda di cui sono essi stessi le prime vittime.

Ovviamente nessun membro della classe dirigente americana, sia essa politica, militare o mediatica, sarebbe disposto a riconoscere nei propri comportamenti una qualunque di queste sindromi. Meno che mai il Presidente Obama; men che meno i suoi sodali delle nazioni satelliti, quelle europee in particolare, benché i primi segnali di  manovra per smarcarsi dalla parabola declinante  dell’impero si cominciano a cogliere.

Putin Obama

L’articolo di Dave Lindorff è più specifico. Egli parte dall’analisi del neocon Charles Krauthammer, secondo il quale l’amministrazione Obama, caratterizzata da una debole politica estera e drastici tagli alla difesa, ha segnata la fine dell’egemonia  americana e permesso a nazioni come Russia e Cina di rimettere in discussione l’assetto mondiale quale si era delineato con la fine della guerra fredda e il crollo dell’impero sovietico.
Ne sarebbero prova sia il recente accordo sino-russo sul gas, sia la proposta del presidente cinese Xi di un nuovo sistema di sicurezza regionale che interesserebbe Cina, Russia e Iran e segnerebbe il ritorno al bipolarismo della Guerra Fredda con due coalizioni a contendersi l’egemonia, di nuovo caratterizzate una da valori di libertà e progresso e l’altra da sistemi autoritari e retrogradi.

Dave Lindorff si dice per una volta d’accordo con lo scenario descritto da Krauthammer per quanto riguarda la fine dell’egemonia americana e il probabile ritorno a situazioni di equilibrio bipolare, ancorché non nei termini conflittuali evocati. Lo scenario descritto, tuttavia, non è il risultato dell’imbelle amministrazione Obama, come semplicisticamente affermato, ma ha radici molto più lontane.
L’egemonia globale degli Stati Uniti seguita al collasso sovietico, era destinata ad essere effimera. Lo sforzo di restare al passo delle enormi spese militari attuate sotto la presidenza Reagan aveva portato l’URSS alla bancarotta, e la sua implosione politica ed economica conferì agli USA, per difetto, lo status di unica superpotenza. Il problema però, allora inavvertito, era che quelle stesse spese belliche avevano pregiudicato anche l’economia americana.
Invece di approfittare della fine della Guerra fredda per liberare risorse da dedicare alle fatiscenti infrastrutture civili, gli USA si imbarcarono in due decenni di economia bellica, frutto di un’ideologia neo-conservatrice che ha condizionato tutte le amministrazioni succedutesi da allora, sia liberal che repubblicane.  Gli anni ’90 e tutti quelli trascorsi dall’inizio del nuovo secolo, a dispetto delle aspettative di pace universale che la caduta del Muro aveva creato, hanno visto: una Guerra del Golfo, una Guerra dei Balcani, l’invasione dell’Afghanistan, l’invasione dell’Iraq; il tutto condito da una “Guerra al terrorismo” creata per raccogliere consenso sulla necessità di una spesa militare sempre più ingente: al punto che sotto il Nobel preventivo Obama gli Stati Uniti spendono per la difesa quanto il resto del mondo preso nel suo insieme.
Alle operazioni belliche, in linea di massima fallimentari, si sono accompagnate fallimentari operazioni di intelligence finalizzate a sovvertire governi democraticamente eletti, in Nicaragua, Panama, Grenada, Haiti, Venezuela; perfino in nazioni come Russia, Iran e ultimamente Ucraina.

I fiaschi reiterati, di qualunque genere, portano allo scetticismo nei confronti di chi li subisce. “Russia e Cina, e forse anche l’Iran, stanno cominciando a pensare che quello  americano è solo maldestro bullismo, a cui non è più il caso di sottostare”, dice Lindorff. fischiare

La stessa NATO, usata come foglia di fico per coprire la politica di accerchiamento graduale perpetrata a danno della Russia dopo la caduta del Muro, sta mostrando segni di cedimento. Lindorff cita come esempio il caso Snowden e l’Ucraina. Nel primo caso, credo che le reazioni stizzite dei leader europei alle rivelazioni di Snowden sulle attività di spionaggio della NSA sembrano più dettate dalla necessità di salvare la faccia di fronte ai propri elettori che da sdegno reale: è difficile pensare che qualcuno ancora nutra illusioni sulla correttezza delle azioni di spionaggio, da qualunque parte esse provengano.
Più significativo invece il fallimento del tentativo di coinvolgere l’Europa nel programma di sanzioni contro la Russia. La Francia si è ben guardata dall’interrompere la fornitura di attrezzature militari, la Germania non pensa neanche lontanamente di anteporre le ragioni politiche alle esigenze commerciali.
La recente notizia che Austria e Russia hanno siglato l’intesa per l’estensione del gasdotto Southstream fino al territorio austriaco rappresenta un  ulteriore brutto colpo per la diplomazia statunitense. L’Austria è un paese neutrale, ma la sua decisione – per la tempistica, per l’appartenenza all’Eurozona e per la sua collocazione geografica – è una certificazione definitiva che la linea sanzionatoria di Washington contro Mosca è fallita.

L’egemonia finanziaria, intimamente legata a quella militare, è in declino anch’essa. Il dollaro come valuta di riserva mondiale sembra sul viale del tramonto. Cina, Russia, Brasile e altre economie emergenti stanno cercando altre soluzioni, reclamano un maggior peso politico all’interno della Banca Mondiale e del FMI o pensano a nuovi istituzioni finanziarie alternative. Lo stesso FMI a volte si abbandona a sogni proibiti e ipotizza che i suoi SDR, Diritti speciali di prelievo, sostituiscano il dollaro come valuta mondiale di riserva.

Biglietto_da_un_dollaro_con_Washington_sconvolto

Il tramonto dell’egemonia americana è quindi evidente, e a quanto pare irreversibile. Attribuirne al solo Obama la responsabilità, come fa il neocon Krauthammer, è a dir poco riduttivo. Obama non ha fatto che seguire una strada tracciata proprio nel momento stesso in cui l’impero non ha avuto più rivali. La responsabilità di Obama sta nel non aver saputo scegliere altrimenti. Ma se si guarda ai disastri attribuibili all’imperialismo americano dalla seconda guerra mondiale a oggi – conclude Lindorff,  la sua fine non può che essere salutata positivamente.

Il declino di un impero comporta sempre una crisi di civiltà la cui portata non dovrebbe essere sottostimata. Una buona dose di realismo e consapevolezza potrebbe fare miracoli, ma è vero che dandosi queste doti non si darebbe il declino.

E comunque tutti sanno che gli Dei accecano sempre coloro che vogliono perdere.

Per approfondire:
Jan Oberg :                    Psycho Politics in an Age of Imperial Decline
Dave Lindorff:              The US Empire is in Decline
Paul Craig Roberts:      Anglo-American Dominance Could Be Coming To An End

26 giugno 2014 Posted by | Geopolitca | | 5 commenti

Brasile, Coppa del Mondo 2014: Quanto costa un “gollazo”?

da: carlinhoutopia.com

da: carlinhoutopia.com

Da Noise From Africa segnalo un breve documentario girato dal giornalista danese  Mikkel Jensen Keldorf, sottotitolato in italiano  e pubblicato insieme a una testimonianza dell’autore da Carlinho Utopia, un blog che vuole raccontare “il Brasile che non ci raccontano”. Il documentario illustra le varie modalità di “igienizzazione e cosmesi” applicate alle favelas delle città che ospitano il Mondiale, e agli emarginati che le abitano, affinché l’evento non venga offuscato, agli occhi dei turisti e delle televisioni, da improprie situazioni di degrado. Si sa che questo tipo di vetrine (Coppe del mondo, Giochi olimpici, Expo e quant’altro) devono presentarsi assolutamente immacolate affinché gli enormi interessi finanziari che vi gravitano attorno non abbiano a subire alcun tipo di pregiudizio. Poco importa che tutti sappiano quanta polvere sia nascosta sotto il tappeto, purché l’immagine ufficiale del paese offerta ai turisti e trasmessa dai media sia impeccabile.

Il sogno di Keldorf era ottenere l’incarico di inviato per la Coppa del Mondo, ma – come ha detto qualcuno – bisogna sempre guardarsi dai propri desideri perché potrebbero avverarsi:

“[...] Durante cinque mesi ho documentato le conseguenze della Coppa. Ce ne sono tante: corruzione, sgomberi di intere famiglie e progetti sociali cancellati dentro le comunità più povere, forze armate e polizia militare nelle favelas. Ho scoperto che tutti i progetti e i cambiamenti sono fatti a causa di persone come me, un “gringo”, uno straniero, oltre che per una parte della stampa internazionale. Sono solo uno strumento usato per fare impressione.
Nel mese di marzo, sono stato a Fortaleza per conoscere la città più violenta che avrebbe ospitato la Coppa del Mondo. Ho parlato con alcune persone che mi hanno messo in contatto con i bambini di strada, e ho scoperto che molti di loro sono “desaparecidos”, sono scomparsi. Spesso vengono uccisi nel sonno, di notte, mentre dormono in zone con molti turisti. Perché? Per lasciare la città pulita per i gringos e per la stampa internazionale? Per causa mia? [...] Non posso coprire questo evento dopo aver appreso che il prezzo della Coppa non è solo economicamente il più alto di sempre nella storia , ma è anche un prezzo, ne sono sono convinto, che comprende la vita di questi bambini.”

Manoel Torquato, coordinatore nazionale della campagna “Crianca Não é de Rua“, intervistato racconta (dal minuto 11:34):
Abbiamo cominciato a vedere in città gruppi di sterminio che sparano ai bambini che dormono in strada. Bambini e anche adulti. I bambini stavano dormendo davanti ad una farmacia in una strada molto famosa di Fortaleza, l’Avenida Joao Pessoa. Una macchina nera si è fermata durante la notte ed hanno abbassato i finestrini. La famosa “macchina nera”, come la chiamiamo in Brasile. Hanno sparato a tutti. Quattro sono stati colpiti e due di loro sono morti. Due fratelli. Gli altri due sono ancora all’ospedale.

Non occorre grande immaginazione per capire che questi mega eventi poco hanno a che fare con lo sport, che le risorse impiegate vanno sistematicamente a scapito delle urgenze sociali per le quali non si trovano mai i soldi, e che a trarne vantaggio sono unicamente i grandi interessi economici e finanziari, oltreché politici per l’efficace funzione sedativa e di sfogo esercitata nei confronti delle masse.
In altre parole, sono operazioni che dovrebbero essere considerate inaccettabili dal punto di vista etico prima ancora che economico.

Per quanto mi riguarda, appartengo orgogliosamente alla minoranza che ha deciso di sottrarsi a queste logiche: da anni sono in stato di sciopero permanente nei confronti degli eventi consacrati alla spettacolarità di massa, a quanto pare senza che la mia salute psico-fisica ne abbia risentito.

A coloro che hanno optato diversamente vorrei raccomandare che al prossimo gollazo di questo o quel giocatore, dopo l’inevitabile esultanza, dedichino un breve pensiero alla massa dei dolenti il cui involontario sacrificio ne ha permesso la realizzazione.

 

19 giugno 2014 Posted by | Riflessioni, Società | , , , | Lascia un commento

Commemorazioni e dimenticanze: la guerra ignorata (II)

200px-UnknownWar

Nel post precedente ho accennato a due articoli di Paul Craig Roberts, uno dei quali, The Unknown War,  è intitolato con riferimento a una serie televisiva di documentari sulla guerra russo-tedesca.
La serie, di produzione sovietico-americana, “deve” la sua origine a un’analoga produzione della BBC trasmessa nel 1973: “The World at War“. La produzione britannica, che ebbe grande successo e vari riconoscimenti, era composta da 28 episodi della durata di circa 50 minuti ciascuno; di questi, solo quattro  erano dedicati al Fronte Russo, in conformità alla linea di pensiero propagandistico che da trent’anni minimizzava il contributo sovietico alla vittoria ed esaltava quello degli Alleati. Un inverecondo revisionismo storico iniziato immediatamente dopo la fine del conflitto e portato avanti fino ad oggi, come gli interventi di Obama e Cameron alle ultime commemorazioni dello sbarco in Normandia dimostrano.

Contro la sfrontata distorsione storica dei fatti, l’allora Unione Sovietica decise di replicare mettendo a disposizione il proprio archivio per una produzione alternativa che contrastasse il bombardamento mediatico e cinematografico cui veniva sottoposta l’opinione pubblica occidentale. Ne nacque un documentario di 20 episodi, intitolato polemicamente “The Unknown War“, La Guerra Sconosciuta. Solo l’episodio 17, “the Allies”, è dedicato al contributo occidentale: Paul Craig osserva, forse esagerando,  che il rapporto 1:20 rappresenta abbastanza bene la quota occidentale di contributo alla vittoria sulla Germania nazista.
La produzione si avvalse quasi interamente dell’ingente materiale girato dalle troupes sovietiche (quasi mille chilometri di pellicola che coprono l’intero conflitto sul fronte orientale, dall’invasione tedesca del 1941 all’ingresso in Berlino dell’armata Rossa nel 1945), con occasionali integrazioni di provenienza americana e inglese. Essa vanta tra l’altro alcune interviste esclusive di grande interesse storico: ai generali Zhukov e Chuikov, all’allora premier sovietico Leonid Brezhnev, all’ambasciatore americano in URSS durante la guerra, Averell Harriman.

La voce narrante è quella di Burt Lancaster, che appare anche all’inizio di ogni episodio per darne un’introduzione.

La serie fu trasmessa negli Stati Uniti nel 1978, ma i distributori occidentali che ne avevano acquistato i diritti non erano in grado di allestire una campagna pubblicitaria abbastanza efficace da abbattere il muro di falsificazione storica eretto nel corso dei trent’anni precedenti. Venne ritirata dalla circolazione un anno dopo, con l’inizio della guerra fra URSS e Afghanistan: per Washington la demonizzazione dell’avversario era prioritaria rispetto all’affermazione della verità. Più tardi riapparve su History Channel, e oggi è ancora reperibile su YouTube agli indirizzi che trovate in calce.

Non saprei dire che genere di accoglienza il documentario abbia ricevuto in Europa. In rete non trovo informazioni e personalmente non ricordo averne sentito parlare. E’ pur vero che da sempre sono un utente televisivo di tipo occasionale, quindi la mia testimonianza non è probante.
E’ comunque certo che la campagna di revisione storica ha colpito anche il nostro continente, e che la consapevolezza del fondamentale contributo russo alla vittoria è andata scemando con il passare degli anni.
A questo proposito, devo a una mia amicizia su FB, Giuseppina La, la segnalazione di questo eloquente grafico che mostra l’evoluzione nel tempo delle risposte al sondaggio IFOP (Institut Français d’Opinion Publique) su chi avesse più contribuito alla sconfitta tedesca. Riguarda i soli francesi, ma può essere ragionevolmente esteso al resto dei paesi europei. Nella percezione del pubblico il peso della contribuzione di URSS e USA si è andato ribaltando mano a mano che ci si allontana da quell’epoca: dal 57% e 20% rispettivamente del 1945 arriviamo al 20% e 58% del 2004.
Potenza della cinematografia hollywoodiana.

Sondaggio conoscenza Guerra Mondiale francese

La mia impressione, dopo aver guardato il primo episodio, è che si tratta di un lavoro imponente e storicamente importante, che merita tutto il tempo richiesto per la visione – del resto frazionabile a piacere. Non ho trovato una versione sottotitolata, ma la dizione di Burt Lancaster è abbastanza chiara anche per chi, come me, ha difficoltà a capire l’inglese parlato. Per chi l’inglese non lo mastica affatto, direi che le immagini da sole valgono comunque  la pena.

Qui sotto i venti link ai video, con l’augurio di una buona visione.

01) June 22, 1941

02) The Battle for Moscow

03) The Siege of Leningrad

04) To the East

05) The Defense of Stalingrad

06) Survival at Stalingrad

07) The World’s Greatest Tank Battle

08) War in the Arctic

09) War in the Air

10) The Partisans

11) The Battle of the Seas

12) The Battle of Caucasus

13) Liberation of the Ukraine

14) The Liberation of Belorussia

15) The Balkans to Vienna

16) The Liberation of Poland

17) The Allies

18) The Battle of Berlin

19) The Last Battle of the Unknown War

20) A Soldier of the Unknown War

17 giugno 2014 Posted by | Società, Storia | , , , , , | 3 commenti

Commemorazioni e dimenticanze: la guerra ignorata (I)

Il giorno più lungo

Paul Craig Roberts è un’economista e giornalista americano titolare di un blog omonimo. Sotto l’amminstrazione Reagan ha ricoperto il ruolo di assistente al Segretario del Tesoro, e fu tra gli ispiratori della Reagonomics, la dottrina economica reganiana ispirata ai principi neoliberisti.
Da allora ha sottoposto le sue idee ha una profonda revisione, portandosi su posizioni estremamente critiche nei confronti del neo-liberismo e in generale della politica estera americana, che considera basata su ottuse strategie imperialiste.

In un post scritto in occasione delle celebrazioni per il 70mo anniversario dello sbarco in Normandia, Craig depreca che ancora una volta la macchina propagandistica anglo-americana faceva passare l’idea che su quelle spiagge si erano decise le sorti della II Guerra mondiale, nel solco della costruzione mitologica iniziata fin da subito dopo la fine del conflitto e largamente supportata dalla produzione cinematografica hollywoodiana.

Nei loro discorsi celebrativi –  nota Craig – Obama e Cameron si sono presi tutti i meriti della disfatta nazista, omettendo di menzionare il fatto che la Germania aveva di fatto perso la guerra già a febbraio 1943, con la distruzione della Sesta armata  a Stalingrado, e che era stata principalmente la Russia, con il suo popolo e la sua Armata Rossa, a sopportare fino a quel momento il peso della guerra.
Quando nel 1941 Hitler decise di invadere la Russia, lo fece con il più imponente dispiegamento di forze mai allestito nella storia: 3,5 milioni di uomini, 3.300 carri armati,  2.770 aerei; all’epoca dello sbarco in Normandia il piano codificato come “Operazione Barbarossa” era definitivamente fallito e la macchina bellica che lo avrebbe dovuto supportare era stata stritolata a Stalingrado un anno prima (febbraio 1943).
Secondo lo storico Jacques Pawels, il punto di svolta per le sorti della guerra era accaduto addirittura due anni e mezzo prima, con la battaglia di Mosca del dicembre 1941, quando la strategia hitleriana fondata sulla blitzkrieg si dimostrò illusoria, condannando la Germania ad un lungo conflitto che non avrebbe potuto sostenere. ” Quando l’Armata Rossa lanciò la sua devastante controffensiva il 5 dicembre 1941, lo stesso Hitler si rese conto che avrebbe perso la guerra. Ma naturalmente non era disposto a riconoscerlo davanti al popolo tedesco. La controffensiva russa dal fronte moscovita fu presentata come un temporaneo contrattempo imputabile all’imprevisto arrivo precoce dell’inverno e/o all’incompetenza e vigliaccheria di alcuni comandanti. Fu solo un anno più tardi, dopo la catastrofica disfatta nella Battaglia di Stalingrado durante l’inverno 1942-1943, che la popolazione tedesca e il mondo intero capirono che la Germania era condannata. Ecco perché perfino oggi molti storici continuano a ritenere che la svolta avvenne a Stalingrado”.

Comunque sia, l’invasione della Normandia avvenne a giochi fatti, e fu progettata non tanto per alleggerire il fronte orientale come Stalin aveva invano richiesto agli Alleati fin dal 1941, quanto per impedire che l’avanzata dell’Armata Rossa arrivasse fino all’Europa occidentale.

Di quel periodo storico molti americani, se non la maggior parte, hanno una percezione non fattuale ma emozionale, basata su una rappresentazione agiografica e propagandistica propalata dalle innumerevoli produzioni hollywoodiane. Craig si aspettava quindi che molte reazioni al suo articolo sarebbero state sfavorevoli, come puntualmente è avvenuto, e ciò gli ha dato l’occasione per scrivere sull’argomento un post ulteriore, “The Unknown War“, inspirandosi al titolo di una serie di documentari televisivi sulla guerra russo-tedesca (documentari che hanno essi stessi una storia interessante e di cui parlerò in un prossimo post).
Egli cita come esemplare la lettera indignata di tale JD del Texas, il quale scrive protestando che “sono stati solo i nostri ragazzi americani a vincere la guerra”.
JD, a quanto pare, ignorava perfino che la Russia avesse mai combattuto. Prima di scrivere JD avrebbe potuto perdere qualche minuto a documentarsi, su un libro di storia o in rete, ma ha preferito lanciarsi a testa bassa e gridare il suo sdegno con un commento basato sulle emozioni anziché sui fatti, e ciò gli è valsa una magra figura.
In questo senso, dice Craig, JD ” è l’epitome della politica estera americana: precipitarsi in qualunque conflitto senza nulla conoscere al riguardo, o accenderne di nuovi, dove sarà qualcun altro a vincere”. Difficile dargli torto se guardiamo ai settant’anni di politica estera americana dallo sbarco in Normandia a oggi. E il fatto più preoccupante è che questa coazione a ripetere gli stessi errori diventa tanto più incontrollata quanto più ci avviciniamo al presente, in un disastroso crescendo di interventismo militare che sembra essere direttamente proporzionale al declino politico ed economico.

 

Riferimenti:
Paul Craig Roberts – Lies grow audacious
Paul Craig Roberts – The Unknown War
Jacques Pauwels   –  Battle of Moscow

 

§

14 giugno 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , | 1 commento

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 638 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: