Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

Di muri, di annessioni e di occasioni mancate

I fiumi di melassa che si sono versati sulle celebrazioni per l’anniversario della caduta del Muro di Berlino hanno sopraffatto la voce dei pochi che avrebbero voluto fare di questa ricorrenza un’occasione per riflettere criticamente su un evento che, al di là dei trionfalismi,  la storia dovrà prima o poi archiviare come ennesima occasione mancata. Fu un evento nodale. Si chiudeva un epoca di conflitti e se ne apriva un altra che nelle aspettative delle persone doveva offrire pace e prosperità, per la Germania e per il mondo intero. Ma chi ha vissuto quei momenti, se ricorda le speranze di allora e le confronta con quanto da allora è andato succedendo, difficilmente potrà condividere l’esaltazione commemorativa che abbiamo ascoltato in questi giorni.

Per quanto riguarda la Germania, la “riunificazione” tedesca – descritta come  capolavoro politico ed esempio efficienza, democrazia e libertà nella narrazione ufficiale – si è rivelata essere una vera e propria annessione da parte della Repubblica Federale nei confronti della Germania Orientale, che ha comportato per quel territorio una sistematica deindustrializzazione, la distruzione di milioni di posti di lavoro e il crollo demografico; un’emarginazione di quadri e dirigenti ex comunisti quale non si era vista nemmeno nei confronti degli ex nazisti; un’emigrazione di massa da Est a Ovest che ancora oggi non si arresta,  e un divario economico e sociale che a distanza di 25 anni non accenna a rimarginare.
Consiglio in proposito il documentato libro di Vladimiro Giacché (“Anschluss, l’Annessione” – Imprimatur, 2013), che demistifica punto per punto la narrazione ufficiale. Per chi volesse averne un assaggio, c’è questo breve servizio di Mizar – andato in onda qualche sera fa a ore licantropesche, dove Giacché commenta le immagini di quei giorni; oppure un suo più articolato intervento al recente convegno di Goofynomics – A/Simmetrie.

Per quanto riguarda il mondo in generale, le macerie di quel Muro sono state riciclate per edificarne un altro dentro il cui perimetro è stata rinchiusa ogni pluralità di pensiero, in modo che il pensiero unico neo-liberista potesse propalare il suo verbo in ogni piazzetta del Villaggio globale. Il crollo del Muro ha sancito a un tempo il fallimento del comunismo reale e la vittoria del sistema capitalista,  il quale – liberato da ogni concorrenza ideologica – ha acquisito valenza “naturale”: da quel momento in poi non si sarebbe più potuto ragionare in termini alternativi al sistema, perché il sistema era diventato non il migliore fra quelli possibili ma l’unico possibile.
Il mondo non aveva finito di liberarsi da un totalitarismo politico che già si attrezzava per stabilire un  conformismo totalizzante. La scomparsa del nemico acerrimo lasciava un vuoto che gli USA, e l’Occidente al seguito, si sarebbero affrettati a colmare con l’individuazione di nuovi acerrimi nemici; l’ONU sarebbe diventato sempre più un luogo di rappresentanza formale e sempre meno un luogo per la soluzione sostanziale dei conflitti.

Fra coloro che hanno partecipato alle celebrazioni senza accodarsi troppo alle retoriche del momento, vale citare un signore che all’epoca fu tra i protagonisti: Mikhail Gorbachev, 83 anni, presidente della  New Policy Forum, una fondazione da lui stesso creata con l’obiettivo di riunire “leader politici, veterani della politica internazionale, intellettuali e rappresentanti della società civile, in un comune sforzo per lo sviluppo di nuove idee e nuove politiche per il XXI secolo”. Il testo del suo discorso di apertura del convegno 2014 NPF, tenuto appunto a Berlino in occasione delle celebrazioni, è reperibile nella versione inglese integrale a questo indirizzo.
Di seguito ne traduco un ampio stralcio:

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Gorbatchev

[…]  Cambiamenti storici che sembrano inaspettati ai contemporanei, possono in seguito apparire inevitabili, preordinati. Ma ricordiamoci del tempo in cui essi accaddero, e come tumultuoso e urgente fu il processo di cambiamento. Il suo esito – la pacifica unificazione della Germania – fu possibile solo perché era stato preparato da grandi mutamenti internazionali, politici e culturali.
Questi cambiamenti furono innescati in Unione sovietica dalla Perestroika. Avendo abbracciato la strada delle riforme, della Glasnost e della libertà, non potevamo negare queste stesse cose alle nazioni dell’Europa Centro-orientale. […]
Quando, sotto l’influenza dei cambiamenti in URSS, i processi politici interni assunsero importanza nei paesi vicini, e i cittadini della RDT  chiesero riforme e subito dopo l’unificazione, la leadership sovietica dovette affrontare scelte difficili. Il processo di unificazione sollevò dubbi e timori non solo nel nostro paese, ma anche in molti paesi europei. I dubbi di Margareth Thatcher e di François Mitterand erano comprensibili. Dopotutto, la tragedia della Seconda Guerra mondiale era ancora fresca nella memoria. A maggior ragione erano comprensibili le preoccupazioni del popolo russo, che più di ogni altro aveva sofferto le conseguenze dell’aggressione nazista. […]
Durante una riunione della dirigenza sovietica nel gennaio 1990, discutemmo l’evolversi della situazione e arrivammo all’unanime conclusione che l’URSS non doveva opporsi all’unificazione. Essa avrebbe dovuto essere realizzata in modo tale che tutti gli interessi, dell’Europa e dell’URSS come dei tedeschi, fossero salvaguardati.
Se avessimo evitato una realistica e responsabile valutazione o preso altre decisioni, gli eventi avrebbero potuto prendere una piega molto differente e drammatica. L’uso della forza avrebbe portato a spargimenti di sangue. Noi scegliemmo la strada delle decisioni politiche e della diplomazia attiva.
L’aspetto più problematico era l’appartenenza alla NATO della Germania unita.[…]. Discutemmo varie possibilità. Finalmente, fu stabilito che la Germania unita sarebbe stata libera di decidere, fermo restando che la sicurezza dell’URSS doveva comunque essere salvaguardata.
Questo richiese intensi negoziati. Alla fine, l’accordo finale prevedeva:
– La presenza di truppe sovietiche sul territorio ex RDT per un periodo di transizione
– Nessuna base NATO su quel territorio alla fine di tale periodo
– Nessuna base missilistica nucleare
–  Significativa riduzione, intorno al 50%, del personale delle forze armate USA in territorio tedesco
Erano accordi importanti, che per un certo periodo furono rispettati. […]
L’unificazione della Germania fu un passo importante nel processo di superamento della Guerra Fredda. Nuove prospettive si aprivano per il mondo e per l’Europa in particolare. La forma di una nuova Europa si stava delineando dalla Carta di Parigi, firmata dai dirigenti politici dei popoli europei, da Stati uniti e dal Canada. L’Europa poteva emergere come esempio nella creazione di un solido sistema di mutua sicurezza, e diventare leader nella soluzione dei problemi mondiali.
Tuttavia, gli eventi presero un altro corso.
Le politiche europea e internazionale non resistettero alla prova del rinnovamente, alla nuove condizioni del mondo globale nell’era post-Guerra Fredda. Bisogna ammettere che dalla creazione del nostro Forum, all’alba di questo secolo, non ci siamo mai trovati in un contesto così critico. Lo spargimento di sangue in Europa e in Medio-Oriente che fa da sfondo alla rottura del dialogo fra le grandi potenze è motivo di enorme preoccupazione.
Il mondo è sull’orlo di una nuova Guerra Fredda. Alcuni dicono perfino che è già iniziata.
E nonostante la drammaticità della situazione, vediamo che il principale organismo internazionale – il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – non sta svolgendo alcun ruolo né alcuna concreta iniziativa. […]
Vorrei analizzare ciò che è accaduto negli scorsi mesi e il collasso della fiducia . La fiducia che era stata creata con un duro lavoro e reciproci sforzi nel processo di superamento della Guerra Fredda. Fiducia senza la quale le relazioni internazionali sono inconcepibili.
Eppure sarebbe errato collegare tutto ciò agli eventi recenti. Devo essere franco con voi, qui: la fiducia non è stata minata ieri, è successo molto tempo prima. Le radici della situazione attuale hanno origine negli eventi degli anni ’90.
La fine della Guerra Fredda fu solo l’inizio del cammino verso una nuova Europa e verso un mondo più sicuro. Ma invece di costruire nuovi meccanismi e istituzioni per la sicurezza europea, e perseguire più decise politiche europee di smilitarizzazione – come promesso nella Dichiarazione di Londra dalla NATO – l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, dichiararono la vittoria nella Guerra Fredda. Euforia e trionfalismo fecero girare la testa ai politici occidentali.  Avvantaggiandosi della debolezza russa e della mancanza di contrappesi, essi reclamarono il monopolio della leadership e del dominio nel mondo, rifiutandosi di dare ascolto alle esortazioni di cautela di molti fra i presenti.
Gli eventi dei mesi scorsi sono la conseguenza di politiche miopi che pretendono di imporre la propria volontà e fatti compiuti ignorando gli interessi delle controparti.
Un breve elenco sarà sufficiente: l’allargamento della NATO, la Yugoslavia – il Kosovo in particolare; il piano di difesa missilistico, l’Iraq, la Libia, la Siria… Per dirla in modo metaforico, una vescica si è trasformata in una ferita purulenta e sanguinosa. E chi ne sta soffrendo di più? Penso che la risposta sia chiara: l‘Europa, la nostra casa comune.
Invece di diventare leader del cambiamento nel mondo globale, l’Europa si è trasformata in un teatro di sommosse politiche, di competizione per sfere di influenza e alla fine di conflitto militare. La conseguenza, inevitabilmente, è che l’Europa si sta indebolendo mentre altri centri di potere e influenza stanno assumendo importanza. Se continua così, la voce dell’Europa diventerà sempre più debole e irrilevante.
Qui a Berlino, nell’anniversario della caduta del Muro, devo notare che tutto questo ha avuto un effetto negativo anche nelle relazione tra Russia e Germania. La continuazione di questa strada potrebbe causare durevoli danni alle nostre relazioni, finora  esemplari. Ricordiamoci che senza cooperazione tra Russia e Germania non ci può essere sicurezza in Europa.[…]
L’esperienza degli anni ’80 testimonia che, anche in una situazione apparentemente senza speranza, si può trovare una via d’uscita. La situazione mondiale non era allora meno urgente e meno pericolosa di oggi. Eppure siamo riusciti a invertirla – non limitandoci solo a normalizzare le relazioni, ma mettendo fine alla competizione e alla Guerra fredda. I leader politici di allora possono a buon diritto vantarsene.
Questo risultato fu ottenuto prima di tutto con la ripresa del dialogo.
Le tendenza negative possono e devono essere fermate e invertite. La chiave sta nella volontà politica e nella corretta definizione delle priorità. Oggi, la priorità assoluta dovrebbe essere la ripresa del dialogo, la rinnovata capacità di interagire e ascoltarsi. I primi segni di un dialogo rinnovato sono emersi. Il primo, per quanto modesto e fragile, è l’accordo di Minsk per la tregua e il disimpegno militare in Ucraina, il gas e la sospensione dell’escalation delle reciproche sanzioni.
In questo contesto vorrei che consideraste attentamente il recente discorso di Vladimir Putin al Valdai Forum di Sochi [24 ottobre 2014]. A dispetto della durezza delle sue critiche all’Occidente e agli Stati uniti in particolare, vedo nel suo discorso il desiderio di trovare una via per sminuire la tensione e alla fine trovare nuove basi di cooperazione. Dobbiamo quanto prima possibile lasciare le polemiche e le reciproche accuse, per cercare punti di convergenza e gradualmente cancellare le sanzioni che stanno danneggiando entrambe le parti. […]
Vi sono due aree dove il dialogo, benché di importanza vitale, è stato gravemente compromesso: la cooperazione nell’affrontare le sfide globali e la sicurezza pan-europea. I problemi globali – terrorismo ed estremismo […]; povertà e ineguaglianze; l’ambiente; il problema delle risorse e delle ondate migratorie; le epidemie: tutto questo peggiora ogni giorno. Per quanto differenti tra loro, una cosa accomuna questi problemi: nessuno di essi può contemplare una soluzione militare. Eppure i meccanismi politici per risolverli sono carenti o disfunzionali, in ritardo rispetto al ritmo con cui si vanno deteriorando.
La lezione delle continue crisi globali dovrebbe persuaderci che è interesse comune un nuovo modello che assicuri la sostenibilità politica, economica e ambientale. Questo è un problema che dev’essere affrontato ora, senza indugio.
La sicurezza europea non può che essere pan-europea. Tentativi di risolvere il problema della sicurezza in Europa attraverso l’allargamento della NATO o una politica di riarmo non può portare risultati positivi. Al contrario, sarebbe controproducente. Dobbiamo quindi tornare al tavolo e lavorare a programmi che garantiscano sicurezza a tutti i partecipanti. Abbiamo bisogno di istituzioni e meccanismi che funzionino nell’interesse di tutti.
Occorre riconoscere che l’OSCE, nonostante le molte speranze, non è stata all’altezza del compito. Significa forse che dovrebbe essere dismessa per costruire al suo posto qualcosa di nuovo? Non penso. […] Ma si tratta di un edificio che richiede importanti riparazioni.

Anni fa, Hans Dietrich Genscher, Brent Scowcroft e altri uomini politici proposero la creazione di un Consiglio di Sicurezza, o Direttorio, per l’Europa. Io condivido il loro approccio. Lungo la stessa linea di pensiero, Dimitry Medvedev durante la sua presidenza propose un’iniziativa finalizzata a creare un meccanismo europeo di diplomazia preventiva e consultazioni obbligatorie in caso di minaccia alla sicurezza di chiunque. Se questo meccanismo fosse stato creato, il peggior scenario degli eventi ucraini si sarebbe potuto evitare.
Perché queste e altre idee europee sono state archiviate?
I leader politici sono da biasimare, certo, ma anche ciascuno di noi. Mi riferisco alla classe politica europea, alle istituzioni della società civile e ai media.

Dobbiamo valutare l’opportunità di un’iniziativa non governativa per riprendere la costruzione della comune casa europea. Suggerisco di pensare alla forma che tale iniziativa potrebbe prendere. Spero che nel corso delle prossime discussioni la proposta possa essere valutata e precise proposte possano emergere.

Non sono per natura pessimista, anzi mi sono sempre descritto come un ottimista. Ma ammetto che è molto difficile essere ottimisti oggi. Nondimeno, dobbiamo non arrenderci al panico e alla disperazione, o rassegnarci a un’inerzia negativa. Questo potrebbe trascinarci in un vortice senza uscita. L’amara esperienza dei mesi trascorsi deve essere trasformata in volontà di impegno nel dialogo e nella cooperazione.

 

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16 novembre 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , , , , | 3 commenti

Federico Caffè e la “cattura cognitiva” della sinistra

Dal post precedente:

La “cattura cognitiva” di cui parla Lakoff è il risultato di un processo in cui il pensiero progressista ha gradualmente assimilato gli schemi cognitivi conservatori, accettandone, anziché confutare, i presupposti su cui basare il confronto e quindi disattivando di fatto il proprio sistema di valori.

 Caffè 1

Federico Caffè è stato una personalità di grande prestigio fra gli economisti italiani del secolo scorso, e uomo di notevole rigore intellettuale. Fu titolare della cattedra di Politica economica all’Università “La Sapienza” di Roma, dal 1959 fino alla misteriosa scomparsa avvenuta nell’aprile del 1987. Alla sua docenza si formarono economisti di tutto rilievo, alcuni dei quali protagonisti nel dibattito non solo scientifico (De Cecco, Acocella…) ma anche politico (da Giorgio Ruffolo a Luigi Spaventa, fino agli attuali euro-dissidenti Bruno Amoroso e Nino Galloni).

Di formazione solidamente keynesiana, fu critico del pensiero liberista e molto attento ai temi del welfare. La sua sensibilità sociale lo portò a simpatizzare, da non marxista e criticamente, con quell’area della sinistra italiana che esprimeva allora il Partito Comunista.

In questi giorni sto leggendo un libretto edito nel 2007 da Manifestolibri, “Federico Caffè: Scritti quotidiani”, che raccoglie gli articoli da lui pubblicati sul Manifesto dal 1976 al 1985.

Si tratta di una lettura che sorprende per non essere affatto datata, come i decenni trascorsi lascerebbero supporre: anzi, certe osservazioni e critiche potrebbero essere applicate al presente senza timore di anacronismi.
Alcuni articoli in particolare colpiscono perché danno il segno di come il fenomeno della “cattura cognitiva“, a cui accennavo alcuni giorni fa nel post su Clinton, già alla fine degli anni ’70 avesse cominciato a caratterizzare il percorso della sinistra italiana verso l’accettazione dei paradigmi neo-liberisti.
Una marcia inesorabile, iniziata ben prima della caduta del Muro, e finalizzata alla cooptazione del Partito fra le forze politiche legittimate a governare l’Italia; lungo una parabola che – all’insegna di garanzie morali via via  più lasche e abdicazioni ideologiche via via più sostanziali – ha trasformato il sofferto eurocomunismo di Enrico Berlinguer  nel gaglioffo leopoldismo di Matteo Renzi.

Ecco alcuni passaggi:

[…] Di certo, non è indifferente una demitizzazione costante ed impietosa di tutto quanto si cerca di contrabbandare come indiscussa saggezza convenzionale: quella che ci consentirebbe di “restare in Europa”; “rimanere competitivi”; evitare scadimenti verso “livelli di sottosviluppo”.
[…] è  necessaria un’opera di informazione economica che richiami l’attenzione sulle possibilità di intervento aperte a una politica di sinistra che non sia succube delle critiche rozze e superficiale che sono state mosse a istituzioni o forme di intervento cui una coerente alternativa di sinistra non può per il suo carattere rinunciare.
Quest’opera di informazione …  non può proporsi come obiettivo di tranquillizzare l’opinione moderata.… Deve invece avere presente le moltitudini composite di tutti coloro … che avvertono con disagio il disorientamento provocato dalle dichiarazioni di autorevoli esponenti “di sinistra”, che sostengono di essere contrari alla espansione del settore pubblico dell’economia; o accettano, come cosa indiscutibile, l’inapplicabilità dei controlli diretti (razionamenti, blocco dei prezzi, limitazioni amministrate); o si scandalizzano ad ogni proposta di ragionevole è selettiva restrizione delle importazioni con misure protezionistiche.
[…] La svendita di parti del settore pubblico, come d’altronde il suo ampliamento, non può avvenire con il criterio di amministrazione di una proprietà familiare. Si tratta di un’esperienza già compiuta sulla pelle del paese e che può trovare forze interessate a ripeterla; ma essa non dovrebbe trovar posto in una politica economica alternativa di sinistra.
[…] Una politica economica alternativa…avrebbe un’indubbia forza aggregante nei confronti dei molti che vanno gradualmente perdendo “l’ottimismo della volontà” di fronte agli atteggiamenti di una sinistra inclina i cedimenti ammantati da compromissorie ambiguità.
(17 Luglio 1980, pagine 24-25)

[…] Quanta responsabilità […] ha l’accodarsi di tanta parte della sinistra nelle critiche a un preteso eccesso di “assistenzialismo” che, non solo con riferimento al nostro paese ma anche agli altri paesi soggetti alla cosiddetta crisi dello stato del benessere,  è del tutto inesistente e mistificante? In quale misura la sinistra, con l’insistenza polemica sugli aspetti clientelari del sistema delle partecipazioni statali, ha finito per perdere di vista le sue reali potenzialità produttive e le esigenze di difenderle da assurde vessazioni comunitarie?
(10 marzo 1981, pagina 40).

 

[…] Le possibili deformazioni [delle partecipazioni statali] non si possono spiegare con le facili etichette del clientelismo, dell’assistenzialismo e della lottizzazione: espressioni che vedrei con sollievo eliminate dal lessico delle forze politiche progressiste. […] Imprenditori pubblici e privati non appartengono a specie umane diverse; possono essere dotati o meno dei necessari requisiti, indipendentemente dal settore in cui operano o dalla forza politica a cui sono legati.
(10 giugno 1981, pagina 52)

 

Chiudo con una citazione tratta da un altra antologia degli scritti di Federico Caffè, “La solitudine del Riformista” (Bollati Boringhieri, 1990), un libro che appartiene alla sterminata lista dei libri acquistati ancora da leggere. La citazione la trovo nel sempre prezioso blog Giorgio D.M. –  Appunti:

[…] Frattanto, la critica del cosiddetto assistenzialismo, in quanto si presta a deformazioni clientelari; il ripudio di ogni richiamo alla valorizzazione dell’economia interna, in quanto ritenuta contrastante con la “scelta irrinunciabile” dell’economia aperta; il frequente indulgere al ricatto allarmistico dell’inflazione, con apparente sottovalutazione delle frustrazioni e delle tragedie ben più gravi della disoccupazione, costituiscono orientamenti che, seguiti da una forza progressista come quella del Partito comunista, anche se in modo occasionale e non univoco, possono contribuire ad allontanare, anziché facilitare, le incisive modifiche di fondo che sono indispensabili al nostro paese.
In ultima analisi, ho l’impressione che l’acquisizione del consenso stia diventando troppo costosa, in termini di sbiadimento dell’aspirazione all’egualitarismo, della lotta all’emarginazione, dell’erosione di posizioni di privilegio: aspirazioni che si identificano in quel tanto di socialismo che appare realizzabile nel contesto del capitalismo conflittuale con il quale è tuttora necessario convivere.
(Processo a Berlinguer, su l’Espresso dell’11 aprile 1982. La Solitudine del Riformista, pagina 139).

 

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10 novembre 2014 Posted by | Società | , , | Lascia un commento

Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Clinton

Rodrigue Tremblay è una personalità eclettica del panorama culturale canadese. Economista, umanista, politico, è professore emerito di economia all’Università di Montréal, autore di diversi saggi e articoli e titolare del blog The New American Empire.
L’articolo che segue, per la cui traduzione e pubblicazione sono stato cortesemente autorizzato dall’autore, esamina tre cruciali decisioni prese dall’amministrazione Clinton a cui possono essere ricondotte altrettante criticità che caratterizzano il presente. I quindici anni trascorsi sono un lasso di tempo davvero esiguo, ma la frenesia con cui le trasformazioni geopolitiche si sono succedute da allora dà l’errata impressione che quell’epoca appartenga ormai al passato remoto. In realtà, come l’articolo dimostra, quelle scelte hanno determinato e condizionano il nostro tempo: una considerazione banale che tuttavia pare non influenzare troppo le riflessioni dei grandi della terra, le cui decisioni (che comunque vada non lederanno mai le loro persone), il più delle volte sembrano prese con la preoccupante spensieratezza di chi considera l’immediato un’orizzonte temporale più che sufficiente.

Leggendo l’articolo, viene spontaneo chiedersi come mai il Presidente espressione di un partito progressista, quale si vorrebbe quello Democratico USA, abbia adottato misure di carattere così marcatamente neo-cons.
L’attività di intercettazioni ambientali a suo danno, evocata nel testo, lascia trasparire la possibilità che egli sia stato oggetto di pressioni illecite. Senza arrivare a queste ipotesi, pure plausibili, basta considerare sia l’occupazione di posti chiave – e quindi l’influenza –  che i conservatori riescono comunque ad assicurarsi nell’apparato governativo di Washington, allora come oggi; sia, allora come oggi,  l’attività delle lobbies, le cui risorse mediatiche e finanziarie consentono loro un potere di condizionamento difficilmente contrastabile.
Ma a queste spiegazioni di carattere esterno, va aggiunto anche il fenomeno psicologico che Lakoff ha definito “cattura cognitiva”.
Per una sorta di cortocircuito logico, la caduta dell’Unione Sovietica ha sanzionato non solo il fallimento del Comunismo ma anche il trionfo del Capitalismo, ormai promosso a sistema “naturale” e quindi unico possibile. L’affermazione del neo-liberismo come ideologia egemone, lungamente preparata, ebbe dal crollo del Muro un abbrivio potente, e sotto Clinton era già diventato pensiero unico, cioè unica interpretazione autorizzata della realtà. Non per niente è all’inizio degli anni ’90 che Fukuyama elabora il suo concetto di “fine della storia”.
La “cattura cognitiva” di cui parla Lakoff è il risultato di un processo in cui il pensiero progressista ha gradualmente assimilato gli schemi cognitivi conservatori, accettandone, anziché confutare, i presupposti su cui basare il confronto e quindi disattivando di fatto il proprio sistema di valori.
La sinistra italiana ne è eloquente esempio.

Di seguito l’articolo tradotto, il cui testo originale è disponibile a questo indirizzo. Fra parentesi quadre le mie osservazioni.

 

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Rodrigue Tremblay: Tre cruciali decisioni di Bill Clinton

Ho detto, nel 1936, che il problema non era il patto della Società delle Nazioni, ma prima di tutto le questione della moralità internazionale… La Carta delle Nazioni Unite esprime benissimo le aspirazioni più nobili dell’uomo: il rifiuto di ricorrere alla forza per regolare i conflitti fra Stati; la difesa dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza. sesso, lingua o religione; salvaguardia della pace e della sicurezza nel mondo“. Hailé Sélassié (1892-1975): discorso all’ ONU, 6/10/1963.

 “La bellezza della legge Glass-Steagall, dopotutto, è semplice: le banche non dovrebbero speculare con i depositi bancari garantiti dallo Stato. Anche un bambino di sei anni lo capirebbe…“. Luigi Zingales, A capitalism for the people, 2014.

Oggi il Congresso americano ha votato una legge che ringiovanirà le regole che hanno retto i servizi finanziari dalla Grande Depressione, rimpiazzandole con un sistema degno del XXI secolo… Questa storica legge permetterà alle imprese americane di partecipare pienamente alla nuova economia“. Lawrence Summer, Segretario del Tesoro americano, 12/11/1999.

 “Siamo coscienti che l’adesione alla NATO di una Germania unificata solleva complesse questioni. Per noi, tuttavia, una cosa è certa: la nato non dovrebbe estendersi all’Est“. Hans-Dietrich Genscher, Ministro degli esteri tedesco, il 10/2/1990, a conferma di una promessa fatta alla Russia che la NATO non si sarebbe estesa all’Est.

 “Penso che sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda. Penso che i russi poco a poco reagiranno molto negativamente e ciò si ripercuoterà sulle loro politiche. Penso che sia un grave errore. Non c’era ragione perché ciò accadesse… Denota una flagrante mancanza di comprensione della storia russa e della storia sovietica. Certamente ci sarà una reazione negativa da parte della Russia e [i fautori dell’espansione NATO] diranno che vi avevano avvisato che i russi sono fatti così. – ma è semplicemente falso“. George F. Kennan, diplomatico americano, esperto della Russia (1998, dopo il voto del senato americano per l’espansione della Nato alla Polonia, l’Ungheria e la Repubblica Ceca.

Un nuovo libro americano sostiene che gli uffici del presidente Clinton furono messi sotto ascolto a vantaggio del governo israeliano e del suo primo ministro Netanyahu. Il libro spiega anche come Netanyahu ha potuto servirsi delle registrazioni legate allo scandalo sessuale del presidente americano per persuaderlo a liberare la spia israeliana Jonthan Pollard, arrestato nel 1985 con l’accusa di spionaggio. In realtà, tutto indica che le attività israeliane di spionaggio siano una prassi abituale negli Stati Uniti e non solo.
E’ comprensibile che l’americano medio non apprezzi l’idea di un Presidente americano e altri ministri del suo governo siano messi sotto ascolto e ricattati da parte di un paese straniero.  A questo si aggiunge la recente scoperta che la CIA, che opera in stretto coordinamente con il Mossad israeliano, ha spiato i senatori americani, in violazione delle leggi e della costituzione americane.
Tutto questo porta a considerare più attentamente certe decisioni prese dall’amministrazione Clinton, quindici anni fa, le cui conseguenze sono tutt’ora operanti.

Ci sono tre grandi crisi in corso oggi le cui origini possono essere ricondotte ai suoi mandati (1992-2000), in particolare alle decisioni prese durante il secondo. La gente ha la tendenza a dimenticare questioni del genere, e preferisce concentrarsi sull’attualità. Spesso tuttavia ciò che succede sotto i nostri occhi si è preparato nel corso di diversi anni, per svilupparsi molto tempo dopo che gli iniziatori hanno abbandonato la scena politica. Quello che l’amministrazione Bush ha fatto e quello che fa oggi l’amministrazione Obama non sono che il seguito delle politiche implementate da Clinton.

1) La guerra del Kosovo e la marginalizzazione dell’ONU – 1999
Il caos che deriva dalle numerose guerre in corso oggi nel mondo, in violazione diretta della Carta delle Nazioni Unite, è dovuto in gran parte al precedente del Kosovo, invocato da Clinton per lanciare gli USA in una guerra “umanitaria” contro la Serbia.
L’obiettivo delle Nazioni Unite è proclamato solennemente dal preambolo della Carta: “Noi, popoli della Nazioni Unite, decisi […] a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […] e per tali fini […] assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune[…]“.
Come Ban Ki-Moon ha ricordato, la Carta delle Nazioni Unite, sottoscritta da tutti i paesi membri, stabilisce che “l’utilizzo della forza è legale solo in caso di legittima difesa [contro un attacco armato] o con l’autorizzazione [ufficiale] del Consiglio di Sicurezza dell’ONU“. Si tratta di Diritto internazionale, e la Carta dell’ONU è la base stessa di questo diritto.
Il capitolo VII della Carta vieta espressamente ogni guerra che non sia condotta per mantenere o ristabilire la pace internazionale (art 42) o per legittima difesa, sia individuale che collettiva (art 51). Non esistono eccezioni per guerre “preventive” e/o “umanitarie” o per qualunque altro tipo di guerra d’aggressione.
Tuttavia, nel 1998 e 1999, il governo democratico di Clinton decise unilateralmente di intervenire nella guerra del Kosovo, senza un mandato esplicito del Consiglio di sicurezza, sostituendo per la prima volta la stretta legalità con l’argomento arbitrario ed extra-giudiziario della legittimazione politica per ragioni “umanitarie” e per la salvaguardia dei “diritti umani”. Ciò, senza nemmeno l’autorizzazione da parte del Congresso americano, dal momento che l’amministrazione Clinton ritenne che un ricorso alla NATO era sufficiente per giustificare l’intervento militare (in questo caso costituito da soli interventi aerei [con utilizzo di base e spazio aereo italiani, autorizzato dal governo d’Alema]).
Quella del Kosovo è stata definita come “la prima guerra fondata su valori”, ed ha aperto il vaso di Pandora delle guerre facoltative, in opposizione al quadro giuridico internazionale della Carta.
Da quell’intervento, che avallava l’intervento militare unilaterale per motivi umanitari, questo genere di guerra d’aggressione è diventata più una questione politica che legale, perché i grandi paesi [o meglio: l’unica grande potenza insieme ai suoi satelliti] possono decidere una guerra a seconda della loro specifica visione di “interesse nazionale”. In altre parole, il mondo è tornato a un’epoca antecedente al 1945, cioè prima della creazione dell’ONU, quando i paesi imperialisti potevano decidere di scatenare una guerra se stimavano loro interesse nazionale farlo.
La decisione dell’amministrazione clintoniana di privilegiare la NATO a svantaggio della Carta, segna l’inizio della marginalizzazione dell’ONU come quadro di riferimento giuridico per impedire le guerre. Questa marginalizzazione ha reso il mondo, di fatto, meno sicuro.

 2) L’abrogazione del Glass-Stegal Act, 1999
Negli anni ’90 le più grandi banche americane lanciarono una costosa campagna pubblica (300 milioni di dollari) per l’abrogazione della legge bancaria in vigore dalla Grande Depressione degli anni ’30, conosciuta come Glass-Stegal Act. Questa importante legge del 1933 era il baluardo contro la speculazione finanziaria, perché impediva alle grandi banche di speculare con i depositi bancari assicurati dallo Stato. Più precisamente, rendeva illegale ogni collegamento tra banche d’affari – specializzate nella sottoscrizione speculativa di valori mobiliari – e banche commerciali autorizzate alla raccolta del risparmio.
L’influente lobby dei banchieri americani, alcuni dei quali occupavano posti strategici nell’amministrazione Clinton (come Robert Rubin, già vice-presidente della Goldman Sachs e all’epoca Ministro delle finanze), sosteneva tuttavia che dai tempi della Grande Depressione le cose erano cambiate, e che i vincoli imposti dalla legge sulle loro attività impedivano la creazione e la vendita di nuovi prodotti finanziari, non solo negli Stati uniti ma in tutto il mondo, pregiudicando la loro competitività internazionale.
All’inizio Clinton si mostrò riluttante all’idea di abolire una legge che per tanto tempo aveva efficacemente impedito il ripetersi di abusi bancari come quelli che si erano verificati prima della Grande depressione. Tuttavia enormi pressioni politiche, interne ed esterne, lo costrinsero alla fine a firmare l’atto che modificava quelle regole, il 12 novembre 1999,  il Gramm-Leach Bliley Act. La nuova legge permetteva la fusione fra banche commerciali, banche d’affari, società mobiliari e compagnia d’assicurazione senza che la SEC (Security and Exchange Commission) o qualunque altro organismo di controllo avesse il potere di regolamentare i nuovi soggetti.
Le super-banche e le grandi compagnie assicurative non persero tempo ad approfittare  della nuova de-regolamentazione. Nuove strutture finanziare alla “Ponzi” apparvero come in passato, quale era logico attendersi.
I nuovi giganti finanziari si presentarono con innovativi prodotti – i “derivati” – che alla lunga si sono rivelati altamente tossici e hanno scatenato la crisi finanziaria dei subprimes  del 2007-2008.
Oggi sappiamo che quella crisi ha comportato perdite di reddito e patrimonio di svariati miliardi di dollari per le famiglie americane, e forzato il governo americano a sovvenzionare con centinaia di miliardi le super-banche per evitarne il fallimento.
Il risultato è stato un enorme trasferimento di ricchezza dalla popolazione in generale al settore bancario, nonché l’indebolimento dell’economia americani per diversi anni a venire.

3) La violazione dell’impegno NATO
Come la dichiarazione del ministro tedesco Genscher conferma, è comunemente ammesso che dopo la dissoluzione del Patto di Varsavia, all’inizio degli anni ’90, e dopo la riunificazione tedesca, era inteso – se non altro in termini di impegno implicito – che la nato non avrebbe approfittato della nuova situazione per circondare militarmente la Russia allargandosi verso l’Est.  Per esempio, nel corso di un incontro tra il Segretario di stato James Baker e il Ministro degli esteri tedesco Genscher, il 10 febbraio 1990, i due convennero che non ci sarebbe stato alcun allargamento a Est della NATO.
Era questo il convincimento di Mikhail Gorbatchev, ancora presidente dell’URSS, quando affermava di avere ricevuto l’assicurazione che la NATO non si sarebbe allargata verso l’Est “di un solo pollice”.  L’ambasciatore americano a Mosca dell’epoca, Jack Matlock, ha confermato pubblicamente che  Mosca aveva ricevuto un “impegno chiaro” su questo punto. L’errore di Gorbatchev fu quello di prendere per buone le assicurazioni verbali dei politici occidentali anziché esigere un accordo più formale [o forse non era più politicamente in grado di esigerlo].
Rimane il fatto che gli impegni tennero qualche anno, fino a quando Clinton, in piena campagna elettorale, il 22 ottobre 1996 espresse l’auspicio di un allargamento della NATO alla Polonia, all’Ungheria e alla Cecoslovacchia.  E’ stato Clinton, quindi, che in cerca di un vantaggio elettorale pensò bene di disattendere gli impegni del suo predecessore. Il seguito è noto. L’alleanza militare NATO, da essenzialmente difensiva,  è stata trasformata in offensiva, sotto ancor più stretto controllo americano. L’espansione all’Est non si è fermata con la Polonia, l’Ungheria e la Cecoslovacchia, ma incorpora ora paesi come l’Albania, la Croazia, la Lettonia e la Slovenia, spingendo la propria struttura militare sino ai confini con la Russia.
I recenti tentativi di includere anche l’Ucraina non sono che il prosieguo di una politica aggressiva di espansione della Nato che mira a isolare la Russia.
E’ stato dunque Clinton, senza dubbio sotto l’influenza dei neo-conservatori americani, a soffocare la speranza che molti avevano di vedere i paesi occidentali approfittare di un “dividendo di pace” quale si prospettava con la fine della Guerra fredda e della minaccia sovietica.

 

Conclusione
Il disordine planetario di questo primo scorcio di secolo, la crisi finanziaria 2007/2008 che ha devastato migliaia di persona [e quella economica conseguente, che sta tuttora devastando intere popolazioni e di cui ancora non si vede la fine], il ritorno inatteso della Guerra fredda: tre fenomeni del nostro tempo la cui origine risale alle miopi decisioni di breve periodo prese dal governo Clinton negli anni ’90.

I mediocri governi americani di Bush e Obama non hanno fatto altro che spingere più avanti, peggiorandole, le politiche disastrose implementate all’inizio da quella amministrazione. Una realtà di cui gli storici dovranno tenere conto per capire la logica degli eventi che hanno portato al caos attuale.

4 novembre 2014 Posted by | Geopolitca, Società, Storia | , , , , | 2 commenti

Il signor Serra, la Leopolda e il Renzianesimo

… Chi per qualsiasi motivo non riesce a pagare il mutuo, perché gli è andata male…
gli italiani son furbi, in  tre anni ti organizzi…
alla peggio vai da un amico… cioè, no?… la famiglia..
. “

(Davide Serra, La Gabbia del 26/10/2014)

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Quella del signor Serra è l’immagine glamour del successo finanziario, invidiato e sognato. Giovane, facoltoso, potente: un modello inavvicinabile ai più,  destinato ad alimentare frustrazioni che solo  l’acquisto dell’ultima versione iPhone può temporaneamente placare.

Servizi come quello della trasmissione La Gabbia, o articoli come quello di  Yespolitical, offrono spaccati leggermente più sordidi, che però né sorprendono né riescono a scalfire l’immagine di superficie.

Il sistema di valori adottato dal signor Serra, quello del capitalismo predatorio –  per soprammercato finanziario, è troppo radicale per pensare di confrontarcisi su un terreno comune di discussione. Lo si combatte (quando e se si può), lo si subisce o lo si condivide. Il signor Serra lo ha adottato con estrema coerenza; attendersi da lui un agire diverso non avrebbe senso. Il problema semmai è impedirgli di agire, il che è impossibile dato che agisce, se non legittimamente, almeno legalmente.
Ineccepibili quindi i suoi acquisti di “non-performing-loans”, peraltro impacchettati e messi in vendita da banche altrettanto al limite della reprensibilità; o le vendite allo scoperto di titoli Mps, effettuate in previsione di crollo delle quotazioni, puntualmente verificatosi, a seguito della pronosticabile bocciatura allo stress-test.  Se il signor Serra non facesse questo tipo di operazioni verrebbe meno al mandato dei suoi azionisti e/o sottoscrittori, e d’altra parte in questa attività non è solo.

Ammissibile anche che il signor Serra faccia lobbismo, finanziando il partito che ritiene in grado di meglio proteggere i suoi interessi.

Trovo che la coerente rivendicazione del proprio ruolo, una volta compiuta la scelta, conferisca a chi se ne fa carico una certa dignità, non fosse altro che per l’assunzione di responsabilità che implica. Il signor Serra lo ha rivendicato alla Leopolda durante il suo intervento, una convinta adesione alla dottrina neoliberista. Convinta e convincente, a giudicare dagli applausi che ha riscosso e dalle manifestazioni di popolarità che gli sono state tributate.

Quello che proprio non dovrebbe essere ammissibile, è la strumentale ambiguità del PD, che continua imperterrito a rivendicare a parole la sua vocazione progressista mentre propone di fatto il modello del signor Serra: modernità e successo intesi come sinonimi di progressismo, inteso a sua volta come opportunistica gestione di un presente privo di alternative, in un loop semantico che inverte i ruoli fra reazionari e progressisti: chi non accetta l’iniquità di questo presente viene chiamato conservatore, mentre è rivoluzionario chi ne prende atto e vi si adegua. Non a caso si sprecano i richiami al giovanilismo come valore in sé. La sintonia con il proprio tempo è prerogativa giovanile, e anche se quello della giovinezza è un meme abusato (ricordate di cosa era l’ebbrezza?) rimane sempre deliziosamente replicabile.

La Leopolda, quindi, più che il laboratorio di idee che pretende di essere, si rivela la macchina celebrativa di una riuscita manipolazione di massa. L’omino del breve video qui sotto, che si sbraccia a dirigere l’intensità dell’applauso nonostante il già ampio entusiasmo della sala alla retorica del Caro Leader, è l’apoteosi del talk show, l’indispensabile finzione tanto più necessitata quanto più superflua.

 

Riti, retorica e stilemi sono indistinguibili nella sostanza da quelli che allestiva l’aborrita Forza Italia. (Avete presente le convènscionz ? E le intemerate del primo Berlusconi contro i parchi giurassici della politica non sono affini all’empito rottamatorio di Renzi?).
Assistiamo a una magistrale fase di transizione indolore dal Berlusconismo al Renzianesimo, con milioni di elettori euforicamente convinti di avere superato per sempre il primo, inconsapevoli che il secondo ne è la versione 2.0.

Eppure, come tutti gli upgrade,  la maggior parte delle migliorie  della nuova versione sono superficiali, mentre le novità sostanziali si riducono a una sola: a differenza della versione base, che era fortemente divisiva, il Renzianesimo (© ilSimplicissiumus) si dichiara ecumenico, aspira a raccogliere dentro di sé tutte le anime che anelano al centro ma chiama anche quelle che esitano ai bordi.

La classica raccolta indifferenziata, insomma.

30 ottobre 2014 Posted by | Società | , , , | 8 commenti

Ebola come metafora: Addendum

Una piccola conferma alla tesi sostenuta nel post pubblicato il 22/10 su questo blog arriva dal  New York Times, con un breve articolo apparso il giorno dopo e passato sotto discreto silenzio:

(Di Michael Stravato) Galveston, Texas.

Quasi dieci anni fa, un’équipe di scienziati americano-canadesi annunciarono di aver scoperto un vaccino la cui efficacia nel proteggere le scimmie contro il virus Ebola era del 100%. I risultati furono pubblicati su Nature.Medicine, una rispettata rivista di medicina, e definiti entusiasmanti dai funzionari della sanità. I ricercatori sostenevano che i test sulle persone avrebbero potuto avere inizio nel giro di due anni, e che il vaccino sarebbe potuto essere pronto entro il 2010 o 2011.

La cosa non ebbe mai seguito, e il vaccino finì nel dimenticatoio.

Solo ultimamente si è passati alla fase dei test sugli esseri umani, dopo 5.000 morti e un’epidemia che infuria nell’Africa occidentale [e minaccia di propagarsi all’Occidente].
Lo stallo nello sviluppo del vaccino è dovuto in parte alla rarità dell’ebola, che fino alla recente epidemia aveva colpito solo qualche centinaio di persone per volta. Ma gli esperti riconoscono che la mancanza di interesse per un vaccino candidato così promettente riflette anche un più vasto fallimento nella ricerca e sviluppo di terapie per le patologie che colpiscono i paesi poveri. Le case farmaceutiche sono riluttanti a sostenere gli enormi costi necessari a sviluppare e produrre medicinali che per la maggior parte saranno destinati a paesi difficilmente in grado di pagarli.

 

Ebola outbreak

 

 

 

27 ottobre 2014 Posted by | Società | , , | 3 commenti

Ebola come metafora: la bancarotta morale del neoliberismo.

Leigh Phillips è uno scrittore scientifico e giornalista. Scrive per Nature, The Guardian, Scientific America, EU-Observer e Daily Telegraph. Sulla sua pagina Twitter si presenta come “Ex scribacchino di Bruxelles, sinistroide prometeico, cosmopolita senza radici. In un articolo su Jacobin scrive che Ebola è la plastica rappresentazione  del fallimento del neoliberismo e del libero mercato come sistema socio-economico.

La dottrina neoliberista afferma che il miglior modo, anzi l’unico, di conseguire il benessere collettivo è quello di esaltare le capacità dell’individuo lasciandolo libero di perseguire il proprio interesse all’interno di un sistema caratterizzato dal prioritario diritto di proprietà privata, da liberi mercati e da libera concorrenza. In questo sistema il ruolo dello Stato deve limitarsi a garantire tali condizioni, altri interventi avrebbero solo effetti distorsivi e pregiudicherebbero l’efficienza degli automatismi che permettono al mercato di autoregolarsi e produrre ricchezza. La ricchezza a sua volta, proprietà dei meritevoli che partecipano al processo, per una sorta di meccanismo a cascata (trickle-down) ricade vantaggiosamente sulla comunità tutta.

Quanto tutto ciò sia pretestuoso e mascheri  una concezione spietatamente darwiniana della società dovrebbe essere evidente dai disastri che si sono perpetrati negli ultimi quarant’anni, prima sulla pelle dei paesi del terzo mondo, poi su quella dei paesi emergenti e ora sulla pelle dei paesi “avanzati”. Le cronache di questi ultimi anni ne danno ampia testimonianza, ma il condizionamento operato attraverso l’occupazione sistematica dei luoghi di potere – economico, politico e culturale – fa sì che quello neoliberista continui a proporsi come unico modello di riferimento per l’interpretazione della realtà, non perché migliore ma perché senza alternative, cioè “naturale”.

 Big Pharma 1

L’inadeguatezza del neoliberismo nell’affrontare il problema Ebola è quindi solo un caso specifico  del più generale fallimento della dottrina, ma la particolare valenza emotiva che l’epidemia riveste, specie oggi che sembra minacciarci direttamente, gli conferisce una particolare esemplarità.

§

La pratica economica neoliberista implica che il problema Ebola resterà irrisolto fino a quando non diventerà remunerativo trovare la soluzione.

Nel frattempo contribuisce  ad esacerbarlo: da una parte dissuade le aziende farmaceutiche a investire le ingenti somme necessarie per la ricerca di un vaccino il cui ritorno economico è dubbio; dall’altra, le politiche di tagli alla spesa e limitazione del ruolo dello stato pregiudicano là dove esistono l’efficienza delle strutture sanitarie, o ne impediscono lo sviluppo là dove non ci sono.
L’intempestiva riduzione dei finanziamenti all’OMS da parte degli stati finanziatori è eloquente: il budget per le crisi epidemiche è passato dai 469 milioni di dollari del periodo 2012/2013 ai 228 milioni del periodo 2013/2014. [Tanto più eloquente se pensiamo che di recente il premio Nobel Obama ha richiesto ai paesi NATO di impegnare nelle spese militari il 2% del PIL, ciò che per la sola Unione Europea rappresenterebbe un budget di circa 3.200 milioni di dollari].

Nel caso delle crisi sanitarie del terzo mondo esiste anche, è vero, una componente razzista.  Il sito Onion fa del macabro sarcasmo e quantifica in numero equivalente di bianchi morti il tempo che ci vorrà ancora per scoprire un vaccino. Ce ne vorranno, stima, 50 o 60.

Tuttavia la componente razzista passerebbe in ultimo piano se solo si potesse contare su un buon tasso di redditività. Ebola è un problema non per mancanza di risorse ma perché privo di appetibilità economica. Dal 1976, anno in cui il virus è stato identificato per la prima volta, il numero delle vittime è solo di qualche migliaio – un “mercato” troppo esiguo rispetto alla dimensione degli investimenti che lo sviluppo di un vaccino su scala industriale richiederebbe.
Si tratta degli stessi vincoli economici che spiegano la riluttanza delle grandi case farmaceutiche ad affrontare altre patologie che come l’Ebola non offrono degne prospettive di mercato.

Negli USA è stato il settore pubblico, direttamente o tramite finanziamenti a piccole imprese biotecnologiche, a far progredire la ricerca. Anthony Faucy, capo della NIAID, da tempo si affanna a spiegare alla stampa e a chiunque voglia ascoltarlo che il rimedio contro l’ebola sarebbe a portata di mano, non fosse per la taccagneria dell’industria farmaceutica. “Abbiamo  un nostro vaccino sperimentale, ma non riusciremo mai a convincere le case farmaceutiche a svilupparlo e farne delle scorte. Un vaccino per un virus che provoca limitate epidemie ogni trenta o quarant’anni – beh, non è molto incentivante”.
Tanto più se sono epidemie che riguardano le più povere comunità del pianeta. John Ashton, presidente della FPH, in un articolo sull’Independent definisce scandalosa la riluttanza delle industrie farmaceutiche a impegnarsi nella ricerca per produrre cure e vaccini solo perché, secondo le loro stesse parole, il numero delle persone coinvolte è talmente piccolo da non giustificare l’investimento.
“Questa è la bancarotta morale del capitalismo, che agisce al di fuori di ogni cornice etica e sociale”.
E’ la stessa logica che ha indotto le grandi case farmaceutiche a trascurare lo sviluppo di una nuova classe di antibiotici, con la creazione di un vuoto di ricerca che nel giro di vent’anni porterà alla mancanza di antibiotici in grado di combattere efficacemente le infezioni. Secondo un recente studio dell’OMS, i ceppi batterici che hanno sviluppato resistenze sono ormai a un livello allarmante. Big Pharma lo ammette candidamente: da un punto di vista imprenditoriale non ha alcun senso investire uno o due miliardi di dollari per medicinali che la gente assume sporadicamente; è molto più logico investire nello sviluppo di terapie per malattie croniche, come il diabete, il cancro o l’AIDS, per le quali il paziente è obbligato ad assumere costosi medicinali ogni giorno,  spesso per tutta la vita. [E in quest’ottica è molto più conveniente sviluppare un farmaco che controlli la malattia – quindi da assumere sistematicamente, piuttosto che trovarne uno che la guarisca una volta per tutte – quindi da assumere una volta sola].

Il risultato è che negli stati Uniti le infezioni da batteri resistenti agli antibiotici colpiscono ogni anno 2 milioni di persone e provocano 23.000 decessi. Altri vaccini trascurati per “ragion d’impresa” sono quelli per l’infanzia, per i quali ormai da un decennio gli USA lamentano un problema di scorte insufficienti.Nel caso Ebola, almeno, il Dipartimento della Difesa USA, nel quadro della prevenzione al bio-terrorismo, può finanziare le piccole imprese biotech e impegnarsi all’acquisto di uno stock di vaccini. In presenza di rischi per la sicurezza nazionale,il Governo non esita a subentrare al mercato se questi si dimostra inadeguato o assente. Senza questi sussidi non si sarebbero potute sviluppare le tre o quattro opzioni ora disponibili. Una di queste, lo ZMAPP, sembra molto promettente. È già stato usato con successo in alcuni casi di emergenza, e anche se le condizioni di somministrazione non permettono di attribuire con certezza la guarigione alla sua efficacia ci sono ragionevoli motivi di ottimismo.

La superiorità dello Stato nel governare e guidare la ricerca, nonostante i postulati neoliberisti che sostengono il contrario, è evidente. [Ne parla anche l’economista Marianna Mazzuccato, nel saggio “Lo Stato Innovatore”, dove dimostra che contrariamente alla credenza comune le innovazioni più significative degli ultimi decenni (internet, nanotecnologie, telecomunicazioni…) sono il risultato dell’azione diretta o indiretta del settore pubblico, proprio perché il settore privato non è disposto ad assumersi il rischio di investimenti se non presentano garanzie di un congruo ritorno].

Ma se l’industria farmaceutica, in base alla logica privata del profitto, non è in grado di assicurare alla popolazione tutti i farmaci di cui ha bisogno bensì solo quelli ad alta redditività, allora bisogna prendere atto che quella del libero mercato è una logica fallimentare. Questa considerazione è vera per ogni campo in cui è in gioco il benessere generale, ma la delicatezza de settore sanitario la rende vera ancora di più. La domanda che ne consegue è: perché lo stato dovrebbe farsi carico delle sole aree  svantaggiose  e lasciare al privato quelle altamente redditizie? In altre parole, perché non nazionalizzare l’industria farmaceutica? In questo modo i farmaci remunerativi potrebbero finanziare quelli che lo sono  scarsamente o punto ma che sono altrettanto cruciali, e le scelte di investimento sarebbero finalmente motivate, più che dall’interesse a breve termine di azionisti e manager, da quello a lungo termine del benessere generale.

[In un’epoca di pensiero unico neoliberista la parola “nazionalizzazione” suona come una bestemmia. Viviamo da anni all’interno di una cornice culturale dove tutto ciò che riguarda lo Stato è inefficiente, corrotto, oppressivo, e tutto ciò che appartiene al Privato è emancipato, onesto, efficiente. È una rappresentazione grottesca e mistificante, ma l’abbiamo introiettata così perfettamente che nessuna evidenza riesce a indurci a un giudizio più equilibrato. Sarebbe ora, non foss’altro  che per igiene mentale, di ammettere la possibilità che esistono paradigmi un po’ meno rozzi].

Il rifiuto di Big Pharma di impegnarsi nella ricerca contro malattie “di nicchia” non remunerative  è profondamente immorale.
[Qualche neoliberista obietterà che le aziende, in quanto entità giuridiche, hanno solo vincoli legali ma nessun vincolo etico: sono amorali.  Questo è vero, ma resta vero il fatto che le scelte aziendali sono operate da persone fisiche, che si suppone dispongano di coscienza e quindi abbiano a riferimento un qualche sistema di valori che può, quello sì, essere sottoposto a giudizio morale.]

Il fallimento neoliberista, oltre che nell’approccio aziendalistico, si manifesta anche nel tipo di governance che impone alle nazioni. Non è solo la colpevole omissione di ricerca del vaccino. Alla diffusione delle epidemie contribuiscono anche le situazioni  igieniche, il deterioramento o la mancanza di infrastrutture e in generale le precarie condizioni economiche che affliggono i paesi poveri. Uno stato di cose che la politica neoliberista non migliora, stante i freni ideologici che essa pone all’intervento dello Stato e l’attività esclusivamente predatoria delle multinazionali. Liberia,  Sierra Leone e Guinea si trovano rispettivamente al 174°, 177° e 178° posto su 187 nell’Indice di sviluppo stilato dall’ONU. Le strutture governative di base sono state indebolite, e ciò ha impedito un più efficace contenimento del virus, ha accentuato le difficoltà logistiche e reso inefficace il coordinamento con gli altri governi.
L’epidemiologo Daniel Bausch testimonia che in Guinea ogni volta che si spostava da Conakry alla regione delle foreste trovava peggiori strade, minori servizi pubblici, prezzi più alti, foreste più ridotte. Il geografo ed ecologista Rob Wallace spiega che in Guinea, come in molti altri paesi del terzo mondo, i governi occidentali e le istituzioni finanziarie che essi controllano hanno “incoraggiato”  misure di riforme strutturali che prevedono, classicamente, privatizzazioni, rimozione delle tariffe protettive e orientamento all’export della produzione agricola, con gravi ripercussioni sull’autosufficienza alimentare. I fattori di produzione agricoli e la terra finiscono in larga misura nelle mani delle multinazionali, mentre contadini e piccoli produttori vengono emarginati.

L’ebola, come buona parte delle affezioni umane, è di origine zoonotica, cioè di virus che passano dagli animali all’uomo. Il più grande fattore di crescita delle patologie zoonotiche deriva dal contatto fra uomini e  fauna selvatica, dovuta all’espansione dell’attività umana nelle aree selvagge. Poiché l’espansione delle multinazionali toglie territorio ai contadini, questi per sopravvivere sono costretti a ripiegare all’interno delle foreste, esponendosi a maggior rischio di infezione. Come osserva Daniel Bausch, “sono i fattori biologici ed ecologici a fare emergere i virus dalla foresta, ma è la cornice sociopolitica a determinare se il fenomeno sarà limitato a un caso o due o se scatenerà un’epidemia”.

 Ebola Grafik FR gauche

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“Negli ultimi mesi, la peggiore epidemia di Ebola della storia ha mostrato la bancarotta morale del modello di sviluppo farmaceutico”, scrive Phillips.
Ma Big Pharma è solo un aspetto particolare di un fallimento generale, e l’affermazione di Phillips può essere parafrasata in termini ben più estensivi: negli ultimi anni la peggiore crisi economica della storia ha mostrato la bancarotta morale del modello di sviluppo neoliberista.
Se l’approccio di mercato consiste nella ricerca del profitto come unica finalità, allora il conflitto fra interesse generale e interesse particolare, in una società globalizzata a esclusivo vantaggio delle multinazionali, assume davvero rilevanza vitale. Le conseguenze del conflitto sono sotto gli occhi di chiunque voglia vedere: le devastazioni ambientali, la sperequazione, la distruzione delle tutele sociali, l’individualismo disperato dell’io speriamo che me la cavo. Quote sempre più grandi di popolazione vengono spinte sotto la soglia di povertà, a ingrossare le fila di un’umanità dolente che da sempre aspetta di essere salvata (“La riduzione della povertà è il nostro scopo primario”, è la grottesca dichiarazione della Banca Mondiale, sodale del FMI [1] ).

Già, la povertà…
Come ho letto da qualche parte, è la la povertà la vera, grande epidemia di questo mondo, e il capitalismo  neoliberista ne è l’agente patogeno. Durante gli anni del secondo dopoguerra ci siamo illusi  di averlo messo sotto controllo, ma a partire dagli anni ’70 ha riacquistato virulenza mano a mano che una Società distratta perdeva la capacità di generare anticorpi.
Oggi la narrazione prevalente è che non ci sono alternative al virus, anzi proprio il virus è la cura.  La verità è che le alternative smettono di esserci quando si smettono di cercare.

§

(1) D.Harvey “Breve storia del neoliberismo”, il Saggiatore, pagina 200.

§

Per approfondire:

https://www.jacobinmag.com/2014/08/the-political-economy-of-ebola/

http://farmingpathogens.wordpress.com/2014/04/23/neoliberal-ebola/

http://www.who.int/drugresistance/documents/surveillancereport/en/

https://www.jacobinmag.com/2013/06/socialize-big-pharma/

http://www.solidaire.org/index.php?id=1340&tx_ttnews%5Btt_news%5D=39027&cHash=3fac0f3cc7db2488de0a474a738124cc

 

 

22 ottobre 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , | 4 commenti

Il Piano Funk

Mauro Poggi:

Il Piano Funk, ovvero: la prefigurazione, 75 anni fa, di una distopia che accade oggi.

Originally posted on Liberthalia:

MIMIC

«Le discussioni sulla struttura e sull’organizzazione dell’economia tedesca ed europea dopo la guerra, compresi gli effetti che la guerra avrà sull’economia mondiale, negli ultimi tempi stanno riempiendo le colonne della stampa tedesca e straniera, in misura crescente.
Tanto gli uomini d’affari che gli analisti stanno dando una particolare attenzione a questi problemi, mentre alcune idee e piani più o meno fantastici hanno causato una notevole confusione.
Anche il grande filosofo Hegel è stato tirato in ballo, come fonte di prova a sostegno di certe opinioni. Abbondano le frasi fatte di tutti i tipi, tra le quali la più abusata è che l’Europa deve diventare uno spazio economico più grande.
Qualunque sia la verità contenuta in questa affermazione, prima di tutto si deve ammettere che questa Grande Europa attualmente non esiste, che questa deve prima essere creata e che all’interno della sua area ci sono ancora molte frizioni.
In queste…

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18 ottobre 2014 Posted by | Società, Storia | , , , | 5 commenti

TTIP addendum: Accesso negato.

Addendum al post del 14/10.

Il Commissario uscente Karel de Gucht, in un’audizione di ieri 15/10 davanti all’Europarlamento,  ha voluto rispondere ai tre principali motivi di preoccupazione sollevati dal TTIP:

1) La “pretesa” mancanza di trasparenza;
2) Il “preteso” rischio di abbassamento delle soglie di tutela verso consumatori e cittadini
3) L’ ISDS (Investor-State Dispute Settlement), il regolamento internazionale che garantisce il diritto di un investitore straniero a citare in giudizio lo Stato di cui è ospite presso tribunali sovranazionali.

Brevemente, da quel che capisco leggendo la trascrizione dell’intervento:

1) Trasparenza: Non è vero che i negoziati siano opachi, e in ogni caso se mancanza di trasparenza c’è dipende dagli Stati Uniti che pretendono un certo livello di riservatezza. Ma la documentazione ufficiale è disponibile sia per gli europarlamentari che per i membri del Congresso americano.
[ Poco importa se le multinazionali americane ed europee godono di un trattamento leggermente più favorevole, avendo pieno accesso ai documenti preparatori e ai membri della commissione negoziale tramite un esercito di 600 lobbisti accreditati come consulenti ]

2) Tutele: “Condividiamo con gli USA gli stessi obiettivi di qualità e protezione, e anche quando i livelli non coincidono esattamente le nostre preoccupazioni e i nostri valori sono molto più allineati che in qualunque altra parte del mondo. E’ la ragione per cui il Presidente [ e nobel sulla fiducia ] Obama a Bruxelles ha affermato chiaramente che non accetterebbe alcun accordo che abbassasse gli standard di protezione”. […E Bruto è uomo d’onore ].

3) ISDS: “Il timore è che [ il TTIP ] apra la strada ad arbitraggi che consentano alle grandi multinazionali americane di pregiudicare lo spazio politico dei nostri parlamenti democraticamente eletti. Un esempio molto citato è la causa in corso della Philip Morris contro l’Australia per avere introdotto l’obbligo di indicare sui pacchetti di sigarette il rischio per la salute
[ qui dimentica di citare quella contro l’Uruguay, iniziata nel 2010, dove la Philips Morris sostiene di essere stata danneggiata dalla campagna di quel governo contro il tabagismo e chiede un risarcimento di 2 miliardi di dollari – poco meno del 4% del PIL uruguaiano ]. Per questo aspetto abbiamo sospeso i negoziati e stiamo conducendo una consultazione pubblica, da cui trarremo le conclusioni a tempo debito.”

L’unica consultazione pubblica che ho trovato è questa  , rivolta via internet a tutte le parti interessate (stakeholder) europee che si sentano coinvolte e che vogliano dare il proprio contributo.
Ma sbirciando la pagina del questionario ci si accorge che esso riguarda solo le imprese (i cittadini, evidentemente, non sono parti interessate – anche se saremo noi in primo luogo a subire – o godere, secondo i negoziatori – le conseguenze). Non vi vedo comunque alcun accenno alla questione ISDS. Forse si tratta di una diversa consultazione in fase di allestimento, sono fiducioso che ciascuno di noi riceverà a breve un formulario sul tema, da compilare e restituire con sollecitudine.

Tutto bene, dunque? Tutto trasparente, tutto democratico? Può darsi. Non la pensa così il gruppetto di europarlamentari che ieri, dopo l’audizione, a nome dell’esigua e variegata schiera eurocritica hanno manifestato presso gli uffici della Commissione:

16 ottobre 2014 Posted by | Economia e finanza, Geopolitca, Società | , , | 1 commento

Ancora su TTIP e altri trattati di libero scambio

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Questi trattati  hanno lo stesso obiettivo: istituzionalizzare i diritti delle corporations facendoli prevalere su quelli degli Stati e dei loro cittadini. Sono azioni animate da un atteggiamento ideologico, quasi di fede, nei confronti del progetto neoliberista come massima espressione dei valori, e non solo degli interessi, dell’Occidente. Il neoliberismo è come un vampiro. Pensavamo che fosse completamente screditato e sepolto dalla crisi del 2009, e invece è risorto perché è resiliente“.
Walter Bello  Sociologo e parlamentare filippino (cfr ComuneInfo.net).
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L’accordo di libero scambio tra Ue e Stati uniti è iniquo. L’Europa non dovrebbe firmarlo. […] Si tratta di un accordo la cui intenzione sarebbe di eliminare gli ostacoli al libero scambio,  cioè le regole per la tutela dell’ambiente, della salute, dei consumatori, dei lavoratori. […] I costi in termini di tutela per la salute, l’ambiente, la sicurezza dei cittadini sarebbero enormi. […] Il trattato mina le tutele che europei e statunitensi hanno creato in decenni e accresce le disuguaglianze sociali, dando profitti a poche compagnie multinazionali a spese dei cittadini”.
Joseph Stiglitz, premio Nobel americano per l’economia (Cfr Eunews).
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In un mio altro post sul TTIP, raccontavo del precedente tentativo, fra il 1995 e il 1997, di implementare un accordo dello stesso tenore ( MAI – Multilateral Agreement on Investment) – fallito nel 1998 grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica internazionale, che allertata da alcune ONG francesi riuscì con imponenti manifestazioni a bloccarlo.
Si trattò, tra l’altro, della prima volta in cui Internet veniva usata massicciamente e con successo per la mobilitazione e l’organizzazione della protesta.
Oggi ci si ritrova davanti allo stesso problema, e ancora una volta sono i social media e non la TV o i giornali, a condurre una campagna di sensibilizzazione sul contenuto dei negoziati in corso, sull’estrema opacità con cui vengono portati avanti, e sulla minaccia che essi rappresentano per il nostro futuro e per quel poco che resta della sovranità e democrazia dei popoli.
Per chi volesse approfondire, rimando a quanto avevo scritto qui.
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Rispetto al MAI del 1998, il TTIP si presenta oggi con maggiori probabilità di successo. L’opinione pubblica, dopo sei anni di shock economy, ha perso molta reattività, e l’apparato mediatico è ancor più compiacente di allora. Dubito che nel 1998 gli scandalosi spot propagandistici della RAI su Europa e su TTIP sarebbero passati sotto silenzio come sta accadendo oggi:
 
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Chi avesse abbastanza stomaco, può trovare qui l’intera stucchevole serie di “Europa, parliamone. Per informare, non per influenzare“.
Leni Riefenstahl ne sarebbe stata rapita.
Leni

La delega a trattare per l’Europa è attribuita al Commissario UE al Commercio, scelto invariabilmente in base a criteri di affidabilità ideologica. Quello uscente, Karel de Gucht, fra le altre cose è stato segretario del partito belga liberista-tatcheriano VLD, e in questi anni si è prodigato con entusiasmo all’avanzamento dei negoziati. Gli subentra la svedese Cecilia Malmstrom, di comprovata fede liberista, che nel corso dell’audizione al Parlamento europeo ha definito il TTIP un’ottima opportunità per espandere il commercio e quindi l’economia europea in termini di business e posti di lavoro; ha dato ampie rassicurazioni circa gli standard ambientali e di protezione dei consumatori, e liquidato come pretestuoso il timore per lo strapotere che le grandi multinazionali avranno verso gli stati.

Tramite la rete la mobilitazione continua, ma le iniziative continuano a essere ignorate da tutti i media omologati al potere, i soli ad aver peso oggi nella  (dis)informazione di massa. Le manifestazioni dello scorso sabato 11 ottobre, con oltre 1.100 eventi in 22 paesi in piazze come Parigi, Londra, Roma, Bruxelles e via dicendo, pur avendo registrato una significativa partecipazione non hanno avuto alcuna copertura mediatica, se non dalla rete e qualche TV locale,  od organi sostanzialmente  di nicchia come RT-Russia Today, che nel suo servizio parla di decine di migliaia di manifestanti scesi in strada: gente comune, attivisti, parlamentari europei e asiatici.
Una carenza di informazione che ha dell’omertoso, e riguarda tanto l’Italia che il resto del mondo.Ne parla in suo articolo Paul Craig Roberts con particolare riferimento agli Stati Uniti ma applicabile benissimo all’Europa.
Nel suo solito modo, diretto e brutale,  esordisce affermando che “l’Occidente è diventato un’enorme macchina di menzogne finalizzate a coprire attività segrete a vantaggio di interessi costituiti”, e i negoziati sul TTIP, così come i suoi omologhi TPP (Pacifico) e CETA (Canada), ne sono un buon esempio. “I cosiddetti accordi di collaborazione sono in realtà strumenti attraverso cui le multinazionali americane vogliono tutelarsi contro le leggi dei paesi in cui operano. […] Gli USA hanno insistito affinché le trattative siano segrete e al di fuori del processo democratico. Nemmeno al Congresso è permesso di accedere alle informazioni sui negoziati”. L’unica ragione per cui le controparti europea e asiatica possano accettare i termini di questi partenariati è che “esse sono a libro paga delle multinazionali”. Se gli accordi vanno a buon fine, “le sole regole che avranno in vigore in Europa e in Asia saranno quelle degli Stati Uniti”.
“Sappiamo tutti che la Commissione europea è corrotta. Chi si sorprenderebbe se i suoi membri sperano di arricchirsi con le corporations americane? Non stupisce che la Commissione abbia dichiarato che la preoccupazione per cui il TTIP avrebbe un impatto sulla sovranità dei paesi è infondata”.
“Gli Stati Uniti sono già governati dalle corporations – conclude Craig Roberts. Se questi trattati saranno conclusi anche l’Europa e l’Asia subiranno lo stesso destino”.
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Personalmente non darei così scontata l’indipendenza dell’Europa dalle multinazionali.
Ai negoziati non partecipa alcuna rappresentanza di cittadini o consumatori, ma in compenso  le multinazionali europee e americane vi sono rappresentate da oltre 600 lobbisti, accreditati come consulenti, che godono di accesso illimitato ai documenti preparatori e ai membri della commissione negoziale.
Ma pur vero che c’è anche chi pensa che “fare lobby è positivo”, come ci insegna la nostra  Alessandra Moretti, europarlamentare PD.
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Manifestazione contro TTIP

 

 

 

14 ottobre 2014 Posted by | Economia e finanza, Geopolitca, Società | , , | Lascia un commento

Trickle-up, ovvero: la ricchezza non gocciola.

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La dottrina del trickle-down esprime l’idea per cui la ricchezza di pochi finirà con ricadere vantaggiosamente sull’intera collettività, compresi i ceti meno abbienti.
Risale agli anni di Reagan, e si sviluppa coerentemente all’interno di quell’ideologia che vede nel libero mercato la migliore e unica forma di interazione economico-sociale, attribuendogli taumaturgiche virtù auto-regolanti in un contesto di perfetta concorrenza, privo di asimmetrie informative, e dove la funzione dello Stato – detentore del potere coercitivo – dev’essere strettamente limitata a garantirne le condizioni ottimali di sviluppo.
Il neoliberismo, all’epoca di Reagan, aveva già iniziato quel percorso che lo avrebbe portato, nel giro di qualche anno, a essere l’ideologia di riferimento della Globalizzazione: fin dagli anni settanta i Chicago-boys di Friedman avevano potuto farsi le ossa e testare la bontà della shock-economy presso le dittature sudamericane; FMI e Banca Mondiale si stavano orientando decisamente verso quelle direttive di politica economica che in seguito sarebbero state formalizzate sotto il nome di “Washington consensus”.

 Il termine trickle-down può essere tradotto con la parola “gocciolamento”. Un’espressione che evoca processi naturali, e che serve a dare alla dottrina un carattere di spontaneità irrefutabile.

I neoliberisti sono bravi, in queste narrazioni: l’arbitrio che viene tradotto come libertà  di decisione; la subordinazione del bene individuale a quello comune descritta come una prevaricazione indebita dello Stato; la tutela dei più deboli vista come incoraggiamento alle tendenze parassitarie; i meccanismi di previdenza accusati di essere de-responsabilizzanti.
(Esempi recenti li troviamo nella retorica della compagine governativa, in particolare quella del nostro caro leader, il facondo Renzi. L’ultimo che mi ha colpito è stata quando a proposito dell’idea di mettere il TFR in busta paga ha affermato, più o meno, che doveva finire l’epoca dello “Stato-mamma”).

In rete mi sono imbattuto giorni fa in una vignetta che illustra molto bene il concetto di Trickle-down, come ce lo raccontano e come funziona veramente:

Trickle down

Molto carina, vero?,  ma restava una metafora senza supporto scientifico.

Manco a farlo apposta, stamattina leggo sul Washington post un articolo di Christopher Ingram a commento di grafico costruito da Pavlina Tcherneva sulla base di dati ricavati dal recente lavoro di Piketty.

Il titolo dell’articolo è significativo: “Il deprimente grafico che segue dimostra che i ricchi non si stanno impossessando della fetta di torta più grande: si stanno prendendo tutta la torta“.
Il grafico lo trovate qui sotto: rappresenta la distribuzione dell’incremento dei redditi dal secondo dopoguerra a oggi, fra il 10% più ricco della popolazione (in rosso) e il restante 90% (in blu), e dimostra che una quota sempre maggiore di ricchezza prodotta finisce nelle tasche dei più facoltosi.
Notare l’inesorabile declino della quota blu a beneficio di quella rossa, culminato con il crollo degli anni ’80 grazie agli effetti della reaganomics e della pretestuosa  trickle-down theory.
Notare anche come la quota blu non solo è andata diminuendo, ma negli ultimi anni è diventata in termini reali addirittura negativa.
Il grafico non dice nulla che non sapessimo o sospettassimo già, ma lo dice in maniera molto eloquente. E anche se si tratta di dati riferiti alla realtà statunitense, è lecito supporre che un analogo studio in Europa produrrebbe risultati pressoché identici.

O no?

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Distribuzione ricchezza media

8 ottobre 2014 Posted by | Economia e finanza, Società | , , , | 1 commento

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