Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

La Spagna di Peter Pan

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In un articolo  apparso su El Paìs  l’economista Juan Torres Lòpez contesta la narrazione ufficiale del suo governo secondo cui la Spagna starebbe uscendo dalla crisi. Una critica che è interessante da leggere anche per noi, perché quella che il governo spagnolo propina ai propri cittadini per far loro metabolizzare la dolorosissima demolizione del welfare e delle tutele del lavoro, è la stessa narrazione che ci viene impartita per convincerci della necessità di procedere con l’applicazione  di analoghe misure – perché quelle subite fin qui non sono abbastanza..

La Spagna come esempio virtuoso di resipiscenza, monito alla nostra ostinata infingardaggine: penitenziagite!

Secondo l’economista i dati reali raccontano tutt’altra situazione. Qualcosa di cui personalmente ero già convinto, avendo famigliari laggiù dai quali ricevo notizie del vissuto quotidiano tutt’altro che confortanti, ma la testimonianza di Juan Torres Lòpez è una conferma autorevole, che si aggiunge a quella del direttore di Bruegel Guntram Wolff :

“Però, occorre intendersi: dire che la Spagna, il Portogallo o perfino la Grecia, sono diventati esempi da seguire oppure fari di splendore e crescita è assolutamente inappropriato. Sono tutti paesi, e aggiungo l’Irlanda, che hanno subito delle perdite in termini di Pil, di posti di lavoro, di coesione sociale, addirittura di sovranità nazionale, così drammatiche da essere di gran lunga peggiori di quelle che affliggono l’Italia” (citato da Goofynomics).

Per inciso:
C’è da osservare che l’economia spagnola continua in difficoltà nonostante le sia consentito un cospicuo sforamento della spesa a deficit, previsto quest’anno intorno al 7%. Se pensiamo che all’Italia viene aspramente rimproverato il fatto che forse (anzi probabilmente) non riuscirà a contenere il proprio deficit al 2,6% programmato, verrebbe fatto di pensare che in Europa esistono figli e figliastri. Non è così. Non esistono figli e figliastri, ma sì esiste una matrigna – la Germania – che è l’azionista di riferimento del sistema e che decide le politiche generali in funzione dei propri interessi. “La ragione per cui in Europa esistono due pesi e due misure è semplice. L’Italia è una diretta concorrente della Germania sul piano industriale e quindi va penalizzata con l’austerity. La Spagna e altri paesi Ue al contrario sono debitori di Berlino e quindi non vanno troppo indeboliti o non riusciranno a pagare”. (Alberto Bagnai, su Economia & Finanza).

Chiuso l’inciso, ecco l’articolo di Juan Torres Lòpez:

Rajoy vola insieme a Peter Pan

Mesi prima delle ultime elezioni europee il Governo di Rajoy lanciò una campagna appoggiata da banchieri e media (termini che in alcuni casi coincidono), finalizzata a far credere che l’economia spagnola aveva intrapreso il cammino del recupero economico e dell’impiego. In questo paese non siamo molto portati per la lettura, e si fa poco ricorso alle emeroteche, ma chi lo facesse potrà verificare che nell’estate del 2013 si diceva che la Spagna era “alla testa delle grandi economie mondiali”, o che un paio di mesi prima delle europee, il defunto Emilio Botìn [1] assicurava che “torna il credito, si recupera l’occupazione e l’economia crescerà sopra l’1%”. Lo stesso Presidente del governo sosteneva che l’economia spagnola avrebbe recuperato significativamente nel 2014.

Ho commentato qualche settimana fa su queste stesse pagine che i dati di contabilità nazionale che il Governo utilizza per affermare il miglioramento dell’economia sono incongruenti con quelli registrati da altre fonti statistiche. E questo indipendentemente dal fatto che questi dati non dovrebbero essere comunque presi come segnale di recupero, poiché i miglioramenti sono dovuti alla deflazione e alla spinta solitaria del turismo, che da solo ha rappresentato la metà della crescita del PIL.
Gli ultimi dati pubblicati dimostrano che il Governo sogna, se davvero pensa che stiamo uscendo con successo dalla crisi.
La riduzione del numero di ore effettivamente lavorate indica che si stanno creando nuovi contratti ma non una maggiore occupazione delle persone, L’incremento costante del debito pubblico, nonostante i tagli che si continuano a realizzare, dimostra che continuiamo nell’incapacità di generare entrate, mentre gli indicatori finanziari continuano a peggiorare. Gli ultimi, pubblicati dalla Banca di Spagna, segnalano che il tasso delle insolvenze è risalito  in luglio, a riprova che peggiora la solvibilità delle imprese e delle famiglie, e che il credito, fondamentale per la ripresa della economia, è tornato a scendere. Nonostante gli aiuti ricevuti, le banche hanno concesso 96 miliardi di crediti in meno rispetto a gennaio e 300 miliardi in meno rispetto a due anni fa.

Se stanno diminuendo finanziamenti e reddito disponibili, come indicano i più affidabili dati dell’EPF [2], è impossibile che l’economia sia migliorata o stia migliorando.
Il “recupero” di cui parla Rajoy si trova nell’Isola che non c’è, “seconda stella a destra, poi dritti fino al mattino”.

Peter Pan

 

 

[1]  Banchiere e imprenditore spagnolo,  fondatore e capo esecutivo del Banco Santander. In tempi recenti era stato sottoposto a processo per comportamento anti-etico e portato in tribunale. E’ mancato nel settembre scorso per un infarto, all’età di 79 anni.
[2] Istituto di rilevazione dei consumi privati.

27 settembre 2014 Posted by | Economia e finanza, Società | , | 1 commento

L’Articolo 18 e i sindacalisti d’antan

In un post sull’articolo 18,  Luigi Pecchioli su Riscossa Italiana ripropone un testo di Giuseppe Di Vittorio che risale al 1952. Vale la pena leggerlo tutto, dà un’idea di quali erano le condizioni e il clima culturale di allora,  e le ragioni che hanno portato allo Statuto dei Lavoratori. Dovrebbero leggerlo anche coloro che acriticamente si accodano alla nevrotica esigenza rottamatoria del renzismo, convinti dal nostro affabulatore che civiltà e democrazia seguano un obbligato percorso lineare di continuo progresso, nonostante questi ultimi anni abbiano ampiamente dimostrato che così non è, che nulla va dato per acquisito definitivamente.

Oggi al contrario la massa imponente dei disoccupati (l’esercito industriale di riserva di marxiana memoria) – creata ad arte dalle politiche neoliberiste dell’Eurozona – sta consentendo che lo smantellamento dei diritti così duramente conquistati dai nostri padri avvenga senza reazione, con sindacati imbelli o collusi che minacciano scioperi a babbo morto e possibilmente di sabato mattina…

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Giuseppe Di Vittorio

Vittorio di Giuseppe – Una proposta al Congresso dei Sindacati Chimici, 1952

La proposta da me annunciata al recente Congresso dei Sindacati chimici – di precisare in uno Statuto i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende – ha suscitato un enorme interesse fra le masse lavoratrici d’ogni categoria. Il Congresso della Camera del Lavoro di Mantova, per esempio, ha chiesto che lo Statuto stesso venga esteso anche alle aziende agricole. E qui è bene precisare che la nostra proposta, quantunque miri sopratutto a risolvere la situazione intollerabile che si è determinata nella maggior parte delle fabbriche, si riferisce, naturalmente, a tutti i settori di lavoro, senza nessuna eccezione.
Le prime reazioni padronali alla nostra proposta sembrano, invece, per lo meno incomprensibili.
«Il Globo», infatti – giornale notoriamente ispirato dagli ambienti industriali – pretende che io, avanzando la proposta dello Statuto, avrei dimenticato «troppe cose». Che cosa? Ecco: «che gli stabilimenti non sono proprietà pubblica ma ambienti privati di lavoro nei quali l’attività di tutti, dirigenti e imprenditori compresi, è vincolata e coordinata al fine produttivo da raggiungere»; che esistono i contratti di lavoro, «nei quali sono previsti i doveri e i diritti dei lavoratori nell’ambito del rapporto contrattuale»; che esistono le Commissioni interne, ecc. ecc.
È giusto. Tutte le cose che ricorda «Il Globo» esistono; e nessuno lo ignora.
Il giornale degli industriali, però, dimentica un’altra cosa, che pure esiste: è la Costituzione della Repubblica, la quale garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi, una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere, nei confronti di lavoratori. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dall’azienda. È vero che le fabbriche sono di proprietà privata (non è qui il caso di discutere questo concetto), ma non per questo i lavoratori divengono anch’essi proprietà privata del padrone all’interno dell’azienda.
Il lavoratore, anche sul luogo del lavoro, non diventa una cosa, una macchina acquistata o affittata dal padrone, e di cui questo possa disporre a proprio compiacimento. Anche sul luogo del lavoro, l’operaio conserva intatta la sua dignità umana, con tutti i diritti acquisiti dai cittadini della Repubblica italiana.
Se i datori di lavoro avessero tenuto nel dovuto conto questa realtà, chiara e irrevocabile – e agissero in conseguenza – la necessità della mia proposta non sarebbe sorta; non avrebbe dovuto sorgere.

 Il fatto è, invece, che numerosi padroni si comportano nei confronti dei propri dipendenti come se la Costituzione non esistesse. Si direbbe che la parte più retriva e reazionaria del padronato (la quale non ha mai approvato la Costituzione, ma l’ha subita, a suo tempo, solo per timore del «peggio»), mentre trama per sopprimerla, l’abolisce, intanto, all’interno delle aziende.
L’opinione pubblica ignora, forse, che in numerose fabbriche s’è istaurato un regime d’intimidazione e di terrore di tipo fascista che umilia e offende i lavoratori. I padroni e i loro agenti sono giunti al punto d’impedire ai lavoratori di leggere il giornale di propria scelta e di esprimere una propria opinione ai compagni di lavoro, nelle ore di riposo, sotto pena di licenziamento in tronco. Si è giunti ad impedire ai collettori sindacali di raccogliere i contributi o distribuire le tessere sindacali, durante il pasto o prima e dopo l’orario di lavoro.
Se durante la sospensione del lavoro, l’operaio legge un giornale non gradito al padrone, o l’offre a un collega, rischia di essere licenziato. Si è osato licenziare in tronco un membro di Commissione Interna perché durante la colazione aveva fatto una comunicazione alle maestranze. Si pretende persino che la Commissione Interna sottoponga alla censura preventiva del padrone il testo delle comunicazioni da fare ai lavoratori. Peggio ancora: si è giunti all’infamia di perquisire gli operai all’entrata della fabbrica, per assicurarsi che non portino giornali o altri stampati invisi al padrone.

Tutto questo è intollerabile. E tutto questo non è fatto a caso, né per semplice cattiveria. Tutto questo è fatto per calcolo; è fatto per affermare e ribadire a ogni istante, in ogni modo, l’assolutismo padronale onde piegare il lavoratore a uno sforzo sempre più intenso, a un ritmo di lavoro sempre più infernale, alla fatica più massacrante, sotto la minaccia costante del licenziamento. E tutti sono in grado di misurare la gravità di questa minaccia, in un Paese di disoccupazione vasta e pertinente come il nostro.
È un fatto che l’instaurazione di questo assolutismo padronale nelle fabbriche è accompagnata da un aumento crescente del ritmo del lavoro. Il supersfruttamento dei lavoratori è giunto a un tale punto da determinare un aumento impressionante degli infortuni sul lavoro (anche mortali) e delle malattie professionali, come abbiamo ripetutamente documentato. Soltanto nelle aziende della Montecatini abbiamo avuto 35 morti per infortuni in un anno!
Questa situazione non è tollerabile. Bisogna ripristinare i diritti democratici dei lavoratori all’interno delle aziende e porre un limite a queste forme micidiali di supersfruttamento.
 Intendiamoci bene: noi non siamo contro la necessaria disciplina in ogni lavoro; ma deve trattarsi della disciplina normale, umana. Non contestiamo affatto che il lavoratore, durante le ore di lavoro, abbia lo stretto dovere di adempiere al suo compito professionale. E noi sappiamo bene che la generalità dei lavoratori concepisce l’adempimento scrupoloso del proprio dovere come primo fondamento della propria dignità professionale.
Ma fuori delle ore di lavoro durante il pasto, prima dell’inizio del lavoro e dopo la cessazione, i lavoratori sono, anche all’interno dell’azienda, liberi cittadini, in possesso di tutti i diritti garantiti agli altri cittadini, per cui hanno l’incontestabile diritto di parlare, di esprimere liberamente le loro opinioni, di distribuire le tessere della propria organizzazione, di collettare i contributi sindacali, ecc. ecc., così come hanno il diritto di farlo fuori della fabbrica.
Il «vincolo contrattuale» con l’azienda – di cui parla «Il Globo» – è un vincolo di lavoro, non di coscienza. Ottenuto il lavoro dovuto dall’operaio, il padrone non deve pretendere null’altro.
Naturalmente, le minacce e gli abusi di cui sono vittime quotidianamente numerosi lavoratori, danno spesso luogo a proteste collettive, ad agitazioni, a scioperi. Se si continuasse ad andare avanti nel senso deplorato, queste agitazioni sarebbero destinate a moltiplicarsi e a generalizzarsi, dato che la situazione è giunta al punto estremo della sopportabilità. Dalle fabbriche e da altri luoghi di lavoro si leva una protesta unanime, accorata, come sorgente da un bisogno di respirare, di sentirsi liberi, anche all’interno delle aziende.

La nostra proposta tende a risolvere la questione in modo pacifico e normale, mediante l’adozione d’uno Statuto che, ribadendo i diritti imprescrittibili dei lavoratori, non dia luogo né agli abusi lamentati, né alle agitazioni che ne conseguono. E poiché si tratta d’un interesse vitale e generale di tutti i lavoratori, senza distinzioni di correnti, riteniamo perfettamente possibile un accordo con le altre organizzazioni sindacali, sia nella formulazione dello Statuto che propugniamo, sia nell’azione da svolgere per ottenerne l’adozione.

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 PS: Se dopo aver letto vi capiterà di pensare ai vari camusso, bonanni e angeletti che il buon dio ci ha dato per questi infausti giorni, non vi  resterà che chiedervi retoricamente, come il poeta, “mais où sont les neiges d’antan?”.

 

Roma - Corteo Edili

24 settembre 2014 Posted by | Società | , , | 1 commento

(VIDEO) “La Forza della Ragione”: intervista di Rossellini a Salvador Allende

Mauro Poggi:

Tanto per ricordare che esistono altri 11 settembre, dal blog di ALBA Informazione il video dell’intervista di Roberto Rossellini a Salvador Allende.

Originally posted on :

di Francesco Guadagni

Nel maggio del 1971 il regista Roberto Rossellini, autore di capolavori quali “Roma Città Aperta”, “Paisà”, “Germania Anno Zero”, si recò a Santiago del Cile per incontrare il Presidente Salvador Allende ed intervistarlo sul suo progetto politico.

Nacque così il documentario “La Forza della Ragione”. Acquistato dalla Rai, fu trasmesso solo la sera del 15 settembre 1973, in seguito alla notizia dell’assassinio del Compagno Presidente Allende.

Rossellini, in merito all’intervista, raccontò: «Nella primavera del ’71 Allende aveva promosso l’operazione che si chiamava “Verdad”, l’operazione verità. Aveva invitato personalità da tutte le parti del mondo perché si recassero a Santiago a vedere e toccare con mano l’autentica realtà cilena e il tentativo democratico di sviluppo socialista in Cile. Mio figlio Renzo, in quell’occasione, andò laggiù e io lo pregai di farsi latore di una mia preghiera: avrei amato incontrare Allende e avere un’intervista con lui. Allende mi fece sapere…

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11 settembre 2014 Posted by | Società | , | Lascia un commento

MH17, un Boeing insabbiato – part II

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csm_topelement_47299592d2Dunque l’aereo di linea malese abbattuto nei cieli dell’Ucraina, non è caduto a causa di un missile, ma molto presumibilmente di colpi di mitragliatrice: è questo che dice in sostanza il rapporto preliminare del Dutch Safety Board, dopo l’esame delle scatole nere e delle lamiere, aprendo un nuovo capitolo della crisi ucraina ancora tutto da interpretare e da valutare. Dopo due mesi di depistaggi e chiacchiere che hanno tuttavia portato ad imbastire le sanzioni contro la Russia ci si accorge che molto difficilmente possono essere stati i ribelli del Donbass ad aver compiuto, sia pure per errore, la strage: solo il cannoncino di un aereo da caccia può produrre quei danni mentre i separatisti non hanno aviazione e i caccia russi sono attentamente controllati dalla Nato nell’ambito di una sorveglianza reciproca. Dietro le prudenti e ipocrite parole  che  sostituiscono a proiettili la più anodina definizione di “oggetti ad alta energia provenienti dall’esterno del velivolo” una scappatoia…

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10 settembre 2014 Posted by | Geopolitca | , | 7 commenti

Gideon Levy su Haretz: Non tutti i bambini sono uguali.

Da The Post Internazionale, nella traduzione di Eleonora Cortopassi, riprendo l’articolo di Gideon Levy apparso sul giornale israeliano Haaretz:

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Dopo il primo bambino, nessuno ha battuto ciglio. Dopo il cinquantesimo, sull’ala di un aereo non si è avvertito neppure un lieve tremore. Dopo il centesimo, hanno smesso di contare.
Dopo il duecentesimo, hanno accusato Hamas. Dopo il trecentesimo, hanno accusato i genitori. Dopo il quattrocentesimo bambino, hanno inventato scuse.
Dopo (i primi) 478, sembra che non importi a nessuno.

Poi è arrivato il nostro primo bambino e per Israele è stato uno shock. Piange il cuore a pensare a Daniel Tragerman, quattro anni, ucciso venerdì sera nella sua casa a Sha’ar Hanegev. Un bel bambino, che una volta si era fatto fare una foto mentre indossava la maglia della squadra di calcio argentina, blu e bianca, quella con il numero 10. Il cuore di chiunque si spezzerebbe alla vista di questa foto, chiunque piangerebbe per com’è stato brutalmente ucciso. “Ehi Leo Messi, guarda questo bambino.
Tu eri il suo eroe”, recita un post su Facebook.
All’improvviso la morte ha un volto, sognanti occhi azzurri e capelli chiari. Un corpo esile che non crescerà mai. Improvvisamente la morte di un bambino ha un senso, improvvisamente è scioccante. È umano, comprensibile e commovente. È umano anche che l’omicidio di un bambino israeliano, un figlio di tutti noi, susciti una maggiore immedesimazione rispetto alla morte di qualche altro bambino. Quello che risulta incomprensibile è la risposta degli israeliani all’uccisione dei loro figli.

In un mondo dove esistesse qualcosa di buono, i bambini sarebbero stati lasciati fuori da quel crudele gioco chiamato guerra. In un mondo dove esistesse un po’ di bene, sarebbe impossibile comprendere la totale, quasi mostruosa, insensibilità di fronte all’uccisione di centinaia di bambini (non nostri, ma morti per mano nostra).
Immaginateli in fila: 478 bambini, in una graduale serie di morte. Immaginateli indossare magliette di Messi (anche alcuni di quei bambini lo avranno fatto, prima di morire); anche loro lo ammiravano, proprio come faceva il nostro Daniel che viveva in un kibbutz. Ma nessuno li guarda. I loro volti non si vedono, nessuno è sconvolto per le loro morti. Nessuno scrive su di loro “Ehi Messi, guarda questo bambino”.
Ehi Israele, guarda i loro bambini.
Un muro di ferro di negazione e disumanità protegge gli israeliani dal vergognoso lavoro delle loro mani a Gaza. Certi numeri sono duri da digerire. Delle centinaia di uomini uccisi si potrebbe dire che erano “coinvolti”. Delle centinaia di donne, che erano “scudi umani”.
Allo stesso modo, per un piccolo numero di bambini si potrebbe affermare che l’esercito più etico del mondo non aveva intenzione di colpirli. Ma cosa potremmo dire di quasi cinquecento bambini uccisi? Che l’esercito israeliano “non aveva intenzione di colpirli”, 478 volte? Che Hamas si nasconde dietro tutti loro? Che questo ha legittimato la loro uccisione?

Hamas può essersi nascosto dietro alcuni di quei bambini ma ora Israele si nasconde dietro Daniel Tragerman. Il suo destino è già stato usato per coprire tutti i peccati dell’IDF a Gaza.

Ieri la radio ha già parlato di “omicidio”. Il primo ministro ha già definito l’omicidio “terrorismo”, mentre centinaia di bambini di Gaza nelle loro nuove tombe non sono vittime di omicidio o terrorismo.
Israele li doveva uccidere.
Dopo tutto, chi sono Fadi e Ali e Islaam e Razek, Mahmoud, Ahmed e Hamoudi davanti al nostro unico e solo Daniel?

Dobbiamo ammetterlo: in Israele, i bambini palestinesi sono considerati alla stregua di insetti. È una dichiarazione orribile ma non c’è un altro modo per descrivere l’umore in Israele nell’estate del 2014. Quando per sei settimane centinaia di bambini sono uccisi, i loro corpi sepolti nei detriti, accumulati negli obitori, qualche volta addirittura nelle celle frigorifere della verdura per mancanza di altro spazio. Quando i loro genitori inorriditi trasportano i corpi dei loro bambini come se fosse normale; i loro funerali vanno e vengono, 478 volte. Persino il più freddo degli israeliani non permetterebbe a se stesso di essere così insensibile.
Qui qualcuno deve alzarsi e urlare “Basta”.
Tutte le scuse e tutte le spiegazioni non aiuteranno, non c’è niente di peggio che distinguere tra un bambino che può essere ucciso e un bambino che non può. Ci sono solamente bambini uccisi per nulla, centinaia di bambini la cui sorte non tocca nessuno in Israele, mentre la morte di un bambino, solo uno, riesce a unire tutti quanti in lutto.

 

30 agosto 2014 Posted by | Riflessioni, Società | , , , , | 1 commento

I sopravissuti

(Più di trecento sopravissuti, parenti di sopravissuti o parenti di vittime della Shoah, hanno firmato una lettera aperta in risposta a un’inserzione di Eli Wiesel, apparsa a tutta pagina su diversi giornali,  in cui il nobel sostiene che il conflitto israelo-palestinese “non è una battaglia di ebrei contro arabi o di israeliani contro palestinesi. Piuttosto, è la battaglia di coloro che celebrano la vita contro quelli che esaltano la morte. E’ una battaglia della civiltà contro la barbarie”. Il titolo dell’inserzione recita: ” Gli ebrei hanno ripudiato il sacrificio di bambini 3.500 anni fa. Ora è il turno di Hamas”.)

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Come ebrei sopravissuti o discendenti di sopravissuti e vittime del genocidio nazista, noi condanniamo senza riserve il massacro dei palestinesi a Gaza, nonché l’occupazione e la colonizzazione della Palestina storica. Condanniamo inoltre gli Stati Uniti per essere i finanziatori dell’aggressione israeliana, e più in generale condanniamo gli stati occidentali che usano il peso della loro diplomazia per evitare a Israele qualsiasi condanna.

Il genocidio ha inizio dal silenzio del mondo.

Siamo allarmati dall’estrema, razzista disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana, ormai al culmine. Politici e commentatori sul Times of Jerusalem e sul Jerusalem Post hanno apertamente auspicato il genocidio dei palestinesi, e la destra israeliana sta adottando insegne neo-naziste.
Ci sentiamo disgustati e oltraggiati dall’abuso che fa Elie Wisel della nostra storia su quelle pagine per giustificare l’ingiustificabile: lo sforzo su larga scala di Israele per distruggere Gaza e l’uccisione di più di 2000 palestinesi, fra cui centinaia di bambini. Nulla può giustificare il bombardamento di rifugi ONU, case, ospedali e università. Nulla può giustificare il blocco della somministrazione di elettricità e acqua alla popolazione.

Dobbiamo alzare la nostra voce collettiva e usare il nostro potere collettivo per ottenere la fine di ogni forma di razzismo, incluso l’attuale genocidio del popolo palestinese.

Chiediamo la cessazione immediata dell’assedio e del blocco di Gaza. Chiediamo il pieno boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele.

“Mai più” deve significare “MAI PIU’ PER CHIUNQUE”

 

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Firmatari:

Sopravissuti:

Hajo Meyer, survivor of Auschwitz, The Netherlands.
Henri Wajnblum, survivor and son of a victim of Auschwitz from Lodz, Poland. Lives in Belgium.
Renate Bridenthal, child refugee from Hitler, granddaughter of Auschwitz victim, United States.
Marianka Ehrlich Ross, survivor of Nazi ethnic cleansing in Vienna, Austria. Now lives in United States.
Irena Klepfisz, child survivor from the Warsaw Ghetto, Poland. Now lives in United States.
Hedy Epstein, her parents & other family members were deported to Camp de Gurs & subsequently all perished in Auschwitz. Now lives in United States.
Lillian Rosengarten, survivor of the Nazi Holocaust, United States.
Suzanne Weiss, survived in hiding in France, and daughter of a mother who was murdered in Auschwitz. Now lives in Canada.
H. Richard Leuchtag, survivor, United States.
Ervin Somogyi, survivor and son of survivors, United States.
Ilse Hadda, survivor on Kindertransport to England. Now lives in United States.
Jacques Glaser, survivor, France.
Eva Naylor, surivor, New Zealand.
Suzanne Ross, child refugee from Nazi occupation in Belgium, two thirds of family perished in the Lodz Ghetto, in Auschwitz, and other Camps, United States.
Bernard Swierszcz, Polish survivor, lost relatives in Majdanek concentration camp. Now lives in the United States.
Joseph Klinkov, hidden child in Poland. Lives in the United States.
Nicole Milner, survivor from Belgium. Now lives in United States.
Hedi Saraf, child survivor and daughter of survivor of Dachau, United States.
Michael Rice, child survivor, son and grandson of survivor, aunt and cousin murderd, ALL 14 remaining Jewish children in my Dutch boarding school were murdered in concentration camps, United States.
Barbara Roose, survivor from Germany, half-sister killed in Auschwitz, United States.
Sonia Herzbrun, survivor of Nazi genocide, France.
Ivan Huber, survivor with my parents, but 3 of 4 grandparents murdered, United States.
Altman Janina, survivor of Janowski concentration camp, Lvov. Lives in Israel.
Leibu Strul Zalman, survivor from Vaslui Romania. Lives in Jerusalem, Palestine.
Miriam Almeleh, survivor, United States.
George Bartenieff, child survivor from Germany and son of survivors, United States.
Margarete Liebstaedter, survivor, hidden by Christian people in Holland. Lives in Belgium.
Edith Bell, survivor of Westerbork, Theresienstadt, Auschwitz and Kurzbach. Lives in United States.
Janine Euvrard, survivor, France.
Harry Halbreich, survivor, Germany.
Ruth Kupferschmidt, survivor, spent five years hiding, The Netherlands.
Annette Herskovits, hidden child and daughter of victims deported to Auschwitz from France. Lives in the United States.
Felicia Langer, survivor from Germany. Lives in Germany.
Moshe Langer, survivor from Germany, Moshe survived 5 concentration camps, family members were exterminated. Lives in Germany.
Adam Policzer, hidden child from Hungary. Now lives in Canada.
Juliane Biro, survivor via the Kindertransport to England, daughter of survivors, niece of victims, United States.
Edith Rubinstein, child refugee, granddaughter of 3 victims, many other family members were victims, Belgium.
Jacques Bude, survivor, mother and father murdered in Auschwitz, Belgium.
Nicole Kahn, survivor, France.
Shimon Schwarzschild, survivor from Germany, United States.

Figli di sopravissuti e di vittime:

Liliana Kaczerginski, daughter of Vilna ghetto resistance fighter and granddaughter of murdered in Ponary woods, Lithuania. Now lives in France.
Jean-Claude Meyer, son of Marcel, shot as a hostage by the Nazis, whose sister and parents died in Auschwitz. Now lives in France.
Chava Finkler, daughter of survivor of Starachovice labour camp, Poland. Now lives in Canada.
Micah Bazant, child of a survivor of the Nazi genocide, United States.
Sylvia Schwarz, daughter and granddaughter of survivors and granddaughter of victims of the Nazi genocide, United States.
Margot Goldstein, daughter and granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
Ellen Schwarz Wasfi, daughter of survivors from Vienna, Austria. Now lives in United States.
Lisa Kosowski, daughter of survivor and granddaughter of Auschwitz victims, United States.
Daniel Strum, son of a refugee from Vienna, who, with his parents were forced to flee in 1939, his maternal grand-parents were lost, United States.
Bruce Ballin, son of survivors, some relatives of parents died in camps, one relative beheaded for being in the Baum Resistance Group, United States.
Rachel Duell, daughter of survivors from Germany and Poland, United States.
Tom Mayer, son of survivor and grandson of victims, United States.
Alex Nissen, daughter of survivors who escaped but lost family in the Holocaust, Australia.
Mark Aleshnick, son of survivor who lost most of her family in Nazi genocide, United States.
Prof. Haim Bresheeth, son of two survivors of Auschwitz and Bergen Belsen, London.
Todd Michael Edelman, son and grandson of survivors and great-grandson of victims of the Nazi genocide in Hungary, Romania and Slovakia, United States.
Tim Naylor, son of survivor, New Zealand.
Victor Nepomnyashchy, son and grandson of survivors and grandson and relative of many victims, United States.
Tanya Ury, daughter of parents who fled Nazi Germany, granddaughter, great granddaugher and niece of survivors and those who died in concentration camps, Germany.
Rachel Giora, daughter of Polish Jews who fled Poland, Israel.
Jane Hirschmann, daughter of survivors, United States.
Jenny Heinz, daughter of survivor, United States.
Miranda Pinch, daughter of Beate Sommer who was a Czeck refugee along with her father Ernst Sommer, UK.
Elsa Auerbach, daughter of Jewish refugees from Nazi Germany, United States.
Julian Clegg, son and grandson of Austrian refugees, relative of Austrian and Hungarian concentration camp victims, Taiwan.
David Mizner, son of a survivor, relative of people who died in the Holocaust, United States.
Jeffrey J. Westcott, son and grandson of Holocaust survivors from Germany, United States.
Susan K. Jacoby, daughter of parents who were refugees from Nazi Germany, granddaughter of survivor of Buchenwald, United States.
Audrey Bomse, daughter of a survivor of Nazi ethnic cleansing in Vienna, lives in United States.
Daniel Gottschalk, son and grandson of refugees from the Holocaust, relative to various family members who died in the Holocaust, United States.
Barbara Grossman, daughter of survivors, granddaughter of Holocaust victims, United States.
Abraham Weizfeld PhD, son of survivorswho escaped Warsaw (Jewish Bundist) and Lublin ghettos, Canada.
David Rohrlich, son of refugees from Vienna, grandson of victim, United States.
Walter Ballin, son of holocaust survivors, United States.
Fritzi Ross, daughter of survivor, granddaughter of Dachau survivor Hugo Rosenbaum, great-granddaughter and great-niece of victims, United States.
Reuben Roth, son of survivors who fled from Poland in 1939, Canada.
Tony Iltis, father fled from Czechoslovakia and grandmother murdered in Auschwitz, Australia.
Anne Hudes, daughter and granddaughter of survivors from Vienna, Austria, great-granddaughter of victims who perished in Auschwitz, United States.
Mateo Nube, son of survivor from Berlin, Germany. Lives in United States.
John Mifsud, son of survivors from Malta, United States.
Mike Okrent, son of two holocaust / concentration camp survivors, United States.
Susan Bailey, daughter of survivor and niece of victims, UK.
Brenda Lewis, child of Kindertransport survivor, parent’s family died in Auschwitz and Terezin. Lives in Canada.
Patricia Rincon-Mautner, daughter of survivor and granddaughter of survivor, Colombia.
Barak Michèle, daughter and grand-daughter of a survivor, many members of family were killed in Auschwitz or Bessarabia. Lives in Germany.
Jessica Blatt, daughter of child refugee survivor, both grandparents’ entire families killed in Poland. Lives in United States
Maia Ettinger, daughter & granddaughter of survivors, United States.
Ammiel Alcalay, child of survivors from then Yugoslavia. Lives in United States.
Julie Deborah Kosowski, daughter of hidden child survivor, grandparents did not return from Auschwitz, United States.
Julia Shpirt, daughter of survivor, United States.
Ruben Rosenberg Colorni, grandson and son of survivors, The Netherlands.
Victor Ginsburgh, son of survivors, Belgium.
Arianne Sved, daughter of a survivor and granddaughter of victim, Spain.
Rolf Verleger, son of survivors, father survived Auschwitz, mother survived deportation from Berlin to Estonia, other family did not survive. Lives in Germany.
Euvrard Janine, daughter of survivors, France.
H. Fleishon, daughter of survivors, United States.
Barbara Meyer, daughter of survivor in Polish concentration camps. Lives in Italy.
Susan Heuman, child of survivors and granddaughter of two grandparents murdered in a forest in Minsk. Lives in United States.
Rami Heled, son of survivors, all grandparents and family killed by the Germans in Treblinka, Oswiecim and Russia. Lives in Israel.
Eitan Altman, son of survivor, France.
Jorge Sved, son of survivor and grandson of victim, United Kingdom
Maria Kruczkowska, daughter of Lea Horowicz who survived the holocaust in Poland. Lives in Poland.
Sarah Lanzman, daughter of survivor of Auschwitz, United States.
Cheryl W, daughter, granddaughter and nieces of survivors, grandfather was a member of the Dutch Underground (Eindhoven). Lives in Australia.
Chris Holmquist, son of survivor, UK.
Beverly Stuart, daughter and granddaughter of survivors from Romania and Poland. Lives in United States.
Peter Truskier, son and grandson of survivors, United States.
Karen Bermann, daughter of a child refugee from Vienna. Lives in United States.
Rebecca Weston, daughter and granddaughter of survivor, Spain.
Prof. Yosefa Loshitzky, daughter of Holocaust survivors, London, UK.
Marion Geller, daughter and granddaughter of those who escaped, great-granddaughter and relative of many who died in the camps, UK.
Susan Slyomovics, daughter and granddaughter of survivors of Auschwitz, Plaszow, Markleeberg and Ghetto Mateszalka, United States.
Helga Fischer Mankovitz, daughter, niece and cousin of refugees who fled from Austria, niece of victim who perished, Canada.
Michael Wischnia, son of survivors and relative of many who perished, United States.
Arthur Graaff, son of decorated Dutch resistance member and nazi victim, The Netherlands.
Yael Kahn, daughter of survivors who escaped Nazi Germany, many relatives that perished, UK.
Pierre Stambul, son of French resistance fighters, father deported to Buchenwalk, grandparents disapeared in Bessarabia, France.
Georges Gumpel, son of a deportee who died at Melk, Austria (subcamp of Mauthausen), France.
Emma Kronberg, daughter of survivor Buchenwald, United States.
Hannah Schwarzschild, daughter of a refugee who escaped Nazi Germany after experiencing Kristallnacht, United States.
Rubin Kantorovich, son of a survivor, Canada.
Daniele Armaleo, son of German refugee, grandparents perished in Theresienstadt, United States.
Aminda Stern Baird, daughter of survivor, United States.
Ana Policzer, daughter of hidden child, granddaughter of victim, niece/grandniece of four victims and two survivors, Canada.
Sara Castaldo, daughter of survivors, United States.
Pablo Policzer, son of a survivor, Canada.
Gail Nestel, daughter of survivors who lost brothers, sisters, parents and cousins, Canada.
Elizabeth Heineman, daughter and niece of unaccompanied child refugees, granddaughter of survivors, great-granddaughter and grand-niece of victims, United States.
Lainie Magidsohn, daughter of child survivor and numerous other relatives from Czestochowa, Poland. Lives in Canada.
Doris Gelbman, daughter and granddaughter of survivors, granddaughter and niece of many who perished, United States.
Erna Lund, daughter of survivor, Norway.
Rayah Feldman, daughter of refugees, granddaughter and niece of victims and survivors, UK.
Hadas Rivera-Weiss, daughter of survivors from Hungary, mother Ruchel Weiss née Abramovich and father Shaya Weiss, United States.
Pedro Tabensky, son of survivor of the Budapest Ghetto, South Africa.
Allan Kolski Horwitz, son of a survivor; descendant of many, many victims, South Africa.
Monique Mojica, child of survivor, relative to many victims murdered in Auschwitz. Canada.
Mike Brecher, son of a Kindertransport survivor and grandson of two who did not survive. UK.
Nomi Yah Gardiner, daughter and granddaughter of survivors, relative of victims, United States.
Marianne van Leeuw Koplewicz, daughter of deported parents, grand-daughter and niece of victims, Belgium.
Alfred Gluecksmann, son of survivors of Germany, United States.
Smadar Carmon, daughter of survivor, Canada.

Nipoti di sopravissuti e di vittime:

Raphael Cohen, grandson of Jewish survivors of the Nazi genocide, United States.
Emma Rubin, granddaughter of a survivor of the Nazi genocide, United States.
Alex Safron, grandson of a survivor of the Nazi genocide, United States.
Danielle Feris, grandchild of a Polish grandmother whose whole family died in the Nazi Holocaust, United States.
Jesse Strauss, grandson of Polish survivors of the Nazi genocide, United States.
Anna Baltzer, granddaughter of survivors whose family members perished in Auschwitz (others were members of the Belgian Resistance), United States.
Abigail Harms, granddaughter of Holocaust survivor from Austria, Now lives in United States.
Tessa Strauss, granddaughter of Polish Jewish survivors of the Nazi genocide, United States.
Caroline Picker, granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
Amalle Dublon, grandchild and great-grandchild of survivors of the Nazi holocaust, United States.
Antonie Kaufmann Churg, 3rd cousin of Ann Frank and grand-daughter of NON-survivors, United States.
Aliza Shvarts, granddaughter of survivors, United States.
Linda Mamoun, granddaughter of survivors, United States.
Abby Okrent, granddaughter of survivors of the Auschwitz, Dachau, Stuttgart, and the Lodz Ghetto, United States.
Ted Auerbach, grandson of survivor whose whole family died in the Holocaust, United States.
Beth Bruch, grandchild of German Jews who fled to US and great-grandchild of Nazi holocaust survivor, United States.
Bob Wilson, grandson of a survivor, United States.
Katharine Wallerstein, granddaughter of survivors and relative of many who perished, United States.
Sylvia Finzi, granddaughter and niece of Holocaust victims murdered in Auschwitz, London.
Esteban Schmelz, grandson of KZ-Theresienstadt victim, Mexico City.
Françoise Basch, grand daughter of Victor and Ilona Basch murdered by the Gestapo and the French Milice, France.
Gabriel Alkon, grandson of Holocaust survivors, Untied States.
Nirit Ben-Ari, grandchild of Polish grandparents from both sides whose entire family was killed in the Nazi Holocaust, United States.
Heike Schotten, granddaughter of refugees from Nazi Germany who escaped the genocide, United States.
Ike af Carlstèn, grandson of survivor, Norway.
Elias Lazarus, grandson of Holocaust refugees from Dresden, United States and Australia.
Laura Mandelberg, granddaughter of Holocaust survivors, United States.
Josh Ruebner, grandson of Nazi Holocaust survivors, United States.
Shirley Feldman, granddaughter of survivors, United States.
Nuno Cesar Ferreira, grandson of survivor, Brazil.
Andrea Land, granddaugher of survivors who fled programs in Poland, all European relatives died in German and Polish concentration camps, United States.
Sarah Goldman, granddaughter of survivors of the Nazi genocide, United States.
Baruch Wolski, grandson of survivors, Austria.
Frank Amahran, grandson of survivor, United States.
Eve Spangler, granddaughter of Holocaust NON-survivor, United States.
Gil Medovoy, grandchild of Fela Hornstein who lost her enitre family in Poland during the Nazi genocide, United States.
Michael Hoffman, grandson of survivors, rest of family killed in Poland during Holocaust, live in El Salvador.
Sarah Hogarth, granddaughter of a survivor whose entire family was killed at Auschwitz, United States.
Tibby Brooks, granddaughter, niece, and cousin of victims of Nazis in Ukraine. Lives in United States.
Dan Berger, grandson of survivor, United States.
Dani Baurer, granddaughter of Baruch Pollack, survivor of Auschwitz. Lives in United States.
Talia Baurer, granddaughter of a survivor, United States.
Evan Cofsky, grandson of survivor, UK.
Annie Sicherman, granddaughter of survivors, United States.
Anna Heyman, granddaughter of survivors, UK.
Maya Ober, granddaughter of survivor and relative of deceased in Teresienstadt and Auschwitz, Tel Aviv.
Anne Haan, granddaughter of Joseph Slagter, survivor of Auschwitz. Lives in The Netherlands.
Oliver Ginsberg, grandson of victim, Germany.
Alexia Zdral, granddaughter of Polish survivors, United States.
Mitchel Bollag, grandson of Stanislaus Eisner, who was living in Czechoslovakia before being sent to a concentration camp. United States.
Vivienne Porzsolt, granddaughter of victims of Nazi genocide, Australia.
Lisa Nessan, granddaughter of survivors, United States.
Kally Alexandrou, granddaughter of survivors, Australia.
Laura Ostrow, granddaughter of survivors, United States
Anette Jacobson, granddaughter of relatives killed, town of Kamen Kashirsk, Poland. Lives in United States.
Tamar Yaron (Teresa Werner), granddaughter and niece of victims of the Nazi genocide in Poland, Israel.
Antonio Roman-Alcalá, grandson of survivor, United States.
Jeremy Luban, grandson of survivor, United States.
Heather West, granddaughter of survivors and relative of other victims, United States.
Jeff Ethan Au Green, grandson of survivor who escaped from a Nazi work camp and hid in the Polish-Ukranian forest, United States.
Johanna Haan, daughter and granddaughter of victims in the Netherlands. Lives in the Netherlands.
Aron Ben Miriam, son of and nephew of survivors from Auschwitz, Bergen-Belsen, Salzwedel, Lodz ghetto. Lives in United States.
Noa Shaindlinger, granddaughter of four holocaust survivors, Canada.
Merilyn Moos, granddaughter, cousin and niece murdered victims, UK.
Ruth Tenne, granddaughter and relative of those who perished in Warsaw Ghetto, London.
Craig Berman, grandson of Holocaust survivors, UK.
Nell Hirschmann-Levy, granddaughter of survivors from Germany. Lives in United States.
Osha Neumann, grandson of Gertrud Neumann who died in Theresienstadt. Lives in United States.
Georg Frankl, Grandson of survivor Ernst-Immo Frankl who survived German work camp. Lives in Germany.
Julian Drix, grandson of two survivors from Poland, including survivor and escapee from liquidated Janowska concentration camp in Lwow, Poland. Lives in United States.
Katrina Mayer, grandson and relative of victims, UK.
Avigail Abarbanel, granddaughter of survivors, Scotland.
Denni Turp, granddaughter of Michael Prooth, survivor, UK.
Fenya Fischler, granddaughter of survivors, UK.
Yakira Teitel, granddaughter of German Jewish refugees, great-granddaughter of survivor, United States.
Susan Koppelman, granddaughter of survivor, United States
Hana Umeda, granddaughter of survivor, Warsaw.
Jordan Silverstein, grandson of two survivors, Canada.
Daniela Petuchowski, granddaughter of survivors, United States.
Aaron Lerner, grandson of survivors, United States.
Judith Bernstein, granddaughter of Holocaust victims in Auschwitz, Germany.
Samantha Wischnia, granddaughter and great niece of survivors from Poland, United States.
Elizabeth Wischnia, granddaughter and grand niece of three holocaust survivors, great aunt worked for Schindler, United States.
Daniel Waterman, grandson of survivor, The Netherlands.
Elana Baurer, granddaughter of survivor, United States.
Pablo Roman-Alcala, grandson of participant in the kindertransport and survivor, Germany.
Karine Abdel Malek, grandchild of survivor, Henri Waisman, Morocco.
Elana Baurer, granddaughter of survivor, United States.
Lillian Brown, granddaughter of survivor, United States.
Devin Cahn, grandson of survivors, United States.
Daniel Lévyne, grandson of a deportee, France.
Emilie Ferreira, granddaughter of survivors, Switzerland.
Chaim Neslen, grandchild of many victims and friend of many survivors, UK.
Ann Jungmann, granddaughter to three victims, UK.
Ellie Schling, granddaughter of a survivor, UK.
Danny Katch, grandson of a survivor, United States.
Karen Pomer, granddaughter of Henri B. van Leeuwen, member of Dutch resistance and survivor of Bergen Belsen, United States.
Gilda Mitchell Katz, granddaughter of survivors, uncle and aunt killed In Dombrova, Canada.
Dana Newfield, granddaughter of survivor and relative of many murdered, United States.
Ilana Guslits, granddaughter of two Polish survivors, Canada.
Gerald Coles-Kolsky, grandson of victims in Poland and France, United States.
Lesley Swain, granddaughter and cousin of survivors, UK.
Myera Waese, granddaughter of survivors of Bergen Belsen, Canada.
Ronni Seidman, grandchild of survivors. United States.
Mike Shatzkin, grandchild of survivors, some family members murdered and some who died in the Warsaw Ghetto uprising. United States.
Nance Shatzkin, grandchild of survivors, some family members murdered and some who died in the Warsaw Ghetto uprising. United States.
Karen Shatzkin, grandchild of survivors, some family members murdered and some who died in the Warsaw Ghetto uprising. United States.
Myriam Burger, granddaughter of survivor. United States.
Andre Burger, grandson of survivor Myriam Cohn, great-grandson of Sylvia Cohn and great-nephew of Esther Lore Cohn, both murdered in Auschwitz, United States.
Sara Ayech, granddaughter of Gisela and Max Roth, survivors who lost many family members, UK.
Monika Vykoukal, granddaughter of survivor, France.
Patricia Reinheimer, grandaugther of survivors, Brazil.
Nancy Patchell, granddaughter of resistance fighters, grandfather was caught and died in a concentration camp, Canada.
Jaclyn Pryor, granddaughter of survivors from Czestochowa Ghetto, Poland; great-grandchild, niece, and cousin to many who perished, United States.
Steven Rosenthal, grandson of survivor, Chile.
Alfredo Hilt, grandson of victim, Germany.
Arturo Desimone, grandson of a survivor of the ghetto of Çzestochowa, The Netherlands.
Lazer Lederhendler, grandson of victims whose seven siblings also perished in the Warsaw Ghetto and Treblinka. Lives in Canada.

Bisnipoti di sopravissuti di vittime:

Natalie Rothman, great granddaughter of Holocaust victims in Warsaw. Now lives in Canada.
Yotam Amit, great-grandson of Polish Jew who fled Poland, United States.
Daniel Boyarin, great grandson of victims of the Nazi genocide, United States.
Maria Luban, great-granddaughter of survivors of the Holocaust, United States.
Mimi Erlich, great-granddaughter of Holocaust victim, United States.
Olivia Kraus, great-grandaughter of victims, granddaughter and daughter of family that fled Austria and Czechoslovakia. Lives in United States.
Emily (Chisefsky) Alma, great granddaughter and great grandniece of victims in Bialystok, Poland, United States.
Inbal Amin, great-granddaughter of a mother and son that escaped and related to plenty that didn’t, United States.
Matteo Luban, great-granddaughter of survivors, United States.
Saira Weiner, greatgranddaughter and niece of those murdered in the Holocaust, granddaughter of survivors, UK.
Andrea Isaak, great-granddaughter of survivor, Canada.
Alan Lott, great-grandson of a number of relatives lost, United States.
Sara Wines, great-granddaughter of a survivor and great-great granddaughter of victims, United States.

Altri parenti di sopravissuti e di vittime:

Terri Ginsberg, niece of a survivor of the Nazi genocide, United States.
Nathan Pollack, relative of Holocaust survivors and victims, United States.
Marcy Winograd, relatives of victims, United States.
Rabbi Borukh Goldberg, relative of many victims, United States.
Martin Davidson, great-nephew of victims who lived in the Netherlands, Spain.
Miriam Pickens, relative of survivors, United States.
Dorothy Werner, spouse of survivor, United States.
Hyman and Hazel Rochman, relatives of Holocaust victims, United States.
Rich Siegel, cousin of victims who were rounded up and shot in town square of Czestochowa, Poland. Lives in United States.
Ignacio Israel Cruz-Lara, relative of survivor, Mexico.
Debra Stuckgold, relative of survivors, United States.
Joel Kovel, relatives killed at Babi Yar, United States.
Carol Krauthamer Smith, niece of survivors of the Nazi genocide, United States.
Chandra Ahuva Hauptman, relatives from grandfather’s family died in Lodz ghetto, one survivor cousin and many deceased from Auschwitz, United States.
Shelly Weiss, relative of Holocaust victims, United States.
Carol Sanders, niece and cousin of victims of Holocaust in Poland, United States.
Sandra Rosen, great-niece and cousin of survivors, United States.
Raquel Hiller, relative of victims in Poland. Now lives in Mexico.
Alex Kantrowitz, most of father’s family murdered Nesvizh, Belarus 1941. Lives in United States.
Michael Steven Smith, many relatives were killed in Hungary. Lives in United States.
Linda Moore, relative of survivors and victims, United States.
Juliet VanEenwyk, niece and cousin of Hungarian survivors, United States.
Anya Achtenberg, grand niece, niece, cousin of victims tortured and murdered in Ukraine. Lives in United States.
Betsy Wolf-Graves, great niece of uncle who shot himself as he was about to be arrested by Nazis, United States.
Abecassis Pierre, grand-uncle died in concentration camp, France.
Robert Rosenthal, great-nephew and cousin of survivors from Poland. Lives in United States.
Régine Bohar, relative of victims sent to Auschwitz, Canada.
Denise Rickles, relative of survivors and victims in Poland. Lives in United States.
Louis Hirsch, relative of victims, United States.
Concepción Marcos, relative of victim, Spain.
George Sved, relative of victim, Spain.
Judith Berlowitz, relative of victims and survivors, United States.
Rebecca Sturgeon, descendant of Holocaust survivor from Amsterdam. Lives in UK.
Justin Levy, relative of victims and survivors, Ireland.
Sam Semoff, relative of survivors and victims, UK.
Leah Brown Klein, daughter-in-law of survivors Miki and Etu Fixler Klein, United States
Karen Malpede, spouse of hidden child who then fled Germany. Lives in United States
Michel Euvrard, husband of survivor, France.
Walter Ebmeyer, grandnephew of three Auschwitz victims and one survivor now living in Jerusalem, United States.
Garrett Wright, relative of victims and survivors, United States.
Lynne Lopez-Salzedo, descendant of three Auschwitz victims, United States.
Renee Leavy, 86 victims in my mother’s family, United States.
Steven Kohn, 182 victims in my grandparents’ families, United States.
Dorah Rosen Shuey, relative of many victims and 4 survivors, United States.
Carol Lipton, cousin of survivors, United States.
Catherine Bruckner, descendent of Czech Jewish victims of the holocaust, UK.
Susan Rae Goldstein, carrying the name of my great-aunt Rose Frankel, from Poland and murdered along with many other family members, Canada.
Jordan Elgrably, nephew of Marcelle Elgrably, killed in Auschwitz, United States.
Olivia M Hudis, relative of Auschwitz victims, United States.
Peter Finkelstein, relative of victims and survivors, Germany.
Colin Merrin, descendant of Polish and Belarusian Jewish victims, UK.
Howard Swerdloff, most of my family died in the Shoah, United States.
Margarita E Freund, descendant of Breslau and Ukrainian Jewish victims, United States.
Marsha Goldberg, relative of victims in Poland, United States.

 

24 agosto 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , | 3 commenti

MH17, un Boeing insabbiato.

A proposito dell’abbattimento del Boeing 777 in Ucraina, un articolo sul giornale malese New Straits Times OnLine , in data 7 agosto, esordiva così:
“Intelligence analysts in the United States had already concluded that Malaysia Airlines flight MH17 was shot down by an air-to-air missile, and that the Ukrainian government had had something to do with it. This corroborates an emerging theory postulated by local investigators that the Boeing 777-200 was crippled by an air-to-air missile and finished off with cannon fire from a fighter that had been shadowing it as it plummeted to earth”.
Vale a dire: Analisti dell’Intelligence statunitense hanno già concluso che il volo della Malaysian Airlines MH17 è stato abbattuto da un missile aria-aria, e che il governo ucraino ha qualcosa a che fare con l’accaduto. Questo corrobora una teoria emergente postulata da investigatori locali, secondo i quali l’aereo fu colpito da un missile aria-aria lanciato da un caccia che lo stavo seguendo e che poi lo finì mitragliandolo mentre l’aereo precipitava”.

L’articolo, in Italia, è stato ripreso sul web (qui la traduzione data da Voci dall’Estero); successivamente la giornalista Maria Grazia Bruzzone ne ha dato notizia in un articolo molto circostanziato su La Stampa, unico giornale – a mia conoscenza – ad averne parlato. Nessun commento, sempre a mia conoscenza, in TV. In entrambi i casi però potrei non essermene accorto, data la mia scarsa frequentazione dei media stampati o catodici. E’ un fatto però che l’argomento da qualche settimana è, a dir poco, trascurato: dopo giorni di roboanti dichiarazioni e accuse perentorie la grancassa mediatica occidentale ha optato per un pudico silenzio.

Niles Williamson, in un articolo su  Global Research che riassumo, analizza il fenomeno.

Il silenzio assordante dei media e del governo statunitensi sullo stato di avanzamento delle indagini, dice Williamson, va rassomigliando sempre più a un vero e proprio insabbiamento.
Nei giorni immediatamente successivi al disastro, ricorda, venne sostenuto che l’aereo fu abbattuto da un missile terra-aria SA-11 sparato dai separatisti. Nonostante non venisse avanzata alcuna prova a sostegno, questa tesi fu la base per lanciare una campagna mediatica che ha portato a sanzioni economiche contro la Russia e  al rafforzamento della posizione NATO nell’Est europeo.
Il numero 31 di Der Spiegel andò in edicola con in copertina la scritta a caratteri cubitali “Stoppt Putin Jetzt” (fermiamo Putin ora), circondata dalle foto delle vittime. Stop PutinUn editoriale dell’Economist del 26/7 dichiarava Putin colpevole, e pubblicava una foto del presidente russo con una ragnatela sullo sfondo denunciandone la “rete di menzogne”.
Una campagna di demonizzazione mediatica che ricorda quelle lanciate a suo tempo contro Saddam o Gheddafi, propedeutiche al successivo intervento per abbattere quei regimi con la forza.  Solo che il governo preso di mira, stavolta, era quello di una potenza nucleare…

Dopo tanto clamore, improvvisamente gli USA [e l'Europa]  lasciano cadere l’argomento. Il New York Times non ne ha più scritto un rigo dal 7 agosto, guarda caso la stessa data del citato articolo sul New Straits.

Putin spyder

Eppure le scatole nere dell’aereo sono all’esame dei tecnici inglesi ormai da settimane; le registrazioni dei satelliti-spia e dei radar militari riguardanti la zona  al momento del disastro sono state attentamente analizzate. Ulteriori dati dovrebbero essere ormai disponibili, e c’è da scommettere che se rappresentassero una prova contro la Russia e i separatisti sarebbero stati ampiamente divulgati.
Sin dall’inizio l’amministrazione Obama non ha lesinato accuse di responsabilità a Putin, ma ha sempre omesso di fornire prove al riguardo.

[Una linea, aggiungo io,  seguita pedissequamente dai media europei, ligi ad accogliere senza alcun controllo le veline propagandistiche in arrivo da Kiev. Per esempio le immagini dei ribelli che esibiscono come trofeo, davanti ai resti dell'aereo, un pupazzetto appartenuto a una piccola vittima, o che saccheggiano gli oggetti di valore: immagini prese da un video che racconta tutt'altro, ma che decontestualizzate si prestavano egregiamente a discreditare come cinici saccheggiatori i ribelli separatisti. Così egregiamente che perfino il Ministro degli esteri olandese si è lasciato andare a commossi accenti davanti al Consiglio dell'ONU: "Abbiamo ricevuto negli ultimi due giorni dei rapporti molto inquietanti... corpi spogliati dei loro averi... immaginate, come padri, come madri, come mogli e come mariti, immaginate... prima ricevete la notizia che il vostro congiunto è stato ucciso... e due o tre giorni dopo vedete le immagini di qualche fottuto che sfila la fede nuziale dalle sue mani..."].

Mentre sfruttava il disastro per mettere sotto pressione e minacciare la Russia, Obama metteva in guardia dalla disinformazione che si sarebbe creata intorno all’incidente. Alla fine la disinformazione c’è stata,  ma è arrivata proprio dalla parte che la paventava. John Kerry, in un’apparizione televisiva del 20/7, affermò senza  alcuna esitazione che responsabili dell’abbattimento erano i separatisti filo-russi e il governo Russo. A sostegno citò una registrazione non autenticata di separatisti che parlano di un aereo abbattuto, divulgata dai servizi segreti ucraini; dei videoclip su you tube di  autocarri che trasportano non identificati equipaggiamenti militari lungo una strada; una dichiarazione tratta dai social media in cui il leader separatista Igor Strlkov avrebbe rivendicato l’abbattimento dell’aereo.
A una conferenza stampa del 21/7, il portavoce del Dipartimento di Stato Marie Harf dichiarò che le conclusioni dell’amminstrazione Obama a proposito dell’abbattimento  “sono basate su informazioni pubbliche [? open information], essenzialmente di buon senso”. Sollecitata a presentare prove, ammise  di non averne.

Se i separatisti avessero lanciato un missile terra-aria, l’Air Force americana sarebbe in possesso di immagini che lo confermerebbero oltre ogni dubbio.  Essa dispone di satelliti con sensori infrarossi che possono individuare il lancio di un missile da qualunque parte del globo avvenga, e i radar americani in Europa ne avrebbero seguito la traccia e l’esplosione. Se i dati di questi satelliti e di quei radar non sono stati pubblicati, evidentemente è perché qualunque cosa essi mostrino non collima con la versione occidentale dei fatti.
Il giorno dopo le affermazioni di Kerry, i russi hanno presentato invece i dati dei loro satelliti e radar, da cui emerge la presenza di un aereo militare ucraino che volava nelle immediate vicinanze dell’MH17 quando  fu abbattuto. Ma Kiev ha negato e tanto basta.

Come osserva Williamson, probabilmente è ancora presto per capire cosa è veramente successo quel giorno.

E forse resterà “ancora presto” per sempre, aggiungo. Più indizi emergono a carico di Kiev, più cala il silenzio. Nel frattempo nell’immaginario collettivo occidentale la vicenda dell’aereo abbattuto va sedimentandosi, non come ennesimo mistero irrisolto ma come il crimine che Putin ha deliberatamente commesso: qualunque sia la verità, la cara vecchia propaganda si dimostra ancora una volta arma di tutto rispetto.

20 agosto 2014 Posted by | Geopolitca | , , , , , | 9 commenti

Gaza, la No-go Zone

Secondo l’ iDMC di Ginevra la creazione di una “no-go zone” all’interno del territorio di Gaza da parte di Israele è iniziata nel 2000, con i primi livellamenti del terreno lungo  la recinzione di confine (eretta nel 1994).
A metà 2006 il perimetro livellato aveva una larghezza variabile fra i 300 e i 500 metri.

A fine 2012 la OCHA, United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, stimava che il 35% terreni agricoli disponibili era stato pregiudicato da queste limitazioni.

La mappa sottostante descrive la situazione a dicembre 2012. Una versione ad alta definizione è reperibile qui.

Il perimetro che l’esercito israeliano definisce ARA (Access Restricted Area, area ad accesso limitato) è suddiviso tre parti:

1) Una zona vietata (“no-go-zone”) larga cento metri a partire dalla recinzione di confine. In questa porzione il terreno è livellato e sgombero da costruzioni e vegetazione. L’accesso è proibito e stazioni di fuoco  a controllo remoto sparano su chiunque vi si avventuri.
2) Una zona ad accesso limitato esclusivamente ai contadini, che possono entrarvi solo a piedi, larga ulteriori 200-300 metri.
3) Una zona di 1500-2000 metri definita “a rischio” (?),  – probabilmente perché, come indicato nelle note della cartina, nonostante il permesso di accesso fino a cento metri dal confine, nel corso del tempo vi si sono verificati diversi incidenti a danno di civili.

Nella cartina vengono indicati anche i limiti di pesca, originariamente di 3 miglia, portate a 6 in seguito agli accordi di cessate il fuoco del novembre 2012.

 

gaza-december-2012-ocha1

 PS: Per chi non lo avesse notato la mappa è firmata OCHA, che non è un’organizzazione anti-sionista.

 

 

Riferimenti:
Geographical Imaginations, The Dead Zone
The Funambulist: Political Geography of the Gaza strip

14 agosto 2014 Posted by | Geopolitca | , , , , | 4 commenti

La millesima vittima

§


Ilan Pappé
 è uno storico israeliano, Pappéprofessore nel dipartimento di Storia all’università di Exeter (UK) e autore di diversi libri fortemente critici nei confronti del sionismo e della politica israeliana. Fra le sue opere, una “Storia della Palestina moderna”, del 2005, e “Ultima fermata Gaza”, quest’ultimo scritto con Chomsky e altri; due libri che insieme ai lavori di Norman Finkelstein, (“L’industria dell’Olocausto”) e al libro di Paolo Barnard (“Perché ci odiano“) sono, a mia conoscenza, fra i testi più importanti per una comprensione del conflitto in Palestina.

Su The Electronic Intifada Pappé ha scritto una lettera aperta, indirizzata idealmente alla famiglia della millesima vittima dell’attuale “operazione” israeliana contro Gaza. Una lettera del 24/7 – un po’ vecchia visto che risale a 360 vittime fa, secondo l’aggiornamento di stamattina 31/7/2014. Mi scuso per il ritardo ma non è colpa né sua né mia se il contatore sembra impazzito tanto sale velocemente: una velocità presumibilmente inferiore solo a quella del contatore che misura il numero dei potenziali futuri miliziani di Hamas che la politica di Israele va creando.

La propongo qui nella traduzione italiana pubblicata dal sito NENA News, (enfasi e links miei) ripromettendomi una maggiore tempestività quando il contatore toccherà la soglia 2000.

Ilan Pappé: Alla famiglia della millesima vittima del massacro genocida di Israele a Gaza.

Non so ancora chi fosse il vostro caro. Avrebbe potuto essere un bimbo di pochi mesi, o un ragazzo giovane, un nonno o uno dei vostri figli o genitori. Ho sentito parlare della morte del vostro caro da Chico Menashe, un commentatore politico di Reshet Bet, la principale stazione radio di Israele.
Ha spiegato che l’uccisione del vostro amato, così come la trasformazione dei quartieri di Gaza in macerie e l’allontanamento di 150.000 persone dalle loro case, è parte di una strategia israeliana ben calcolata: questa carneficina distruggerà l’impulso dei palestinesi di Gaza a resistere alle politiche israeliane.Ho sentito questo mentre leggevo nell’edizione del 25 luglio del presunto rispettabile quotidiano Haaretz le parole del non così rispettabile storico Benny Morris  sul fatto che questo non sia ancora abbastanza.
Egli chiama le politiche di genocidio attuate finora “refisut” – debolezza della mente e dello spirito. Egli esige molta più distruzione di massa in futuro con la consapevolezza che questo è il modo giusto di comportarsi se si vuole difendere la nostra “villa nella giungla”, come l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak ha descritto Israele.

territori-palestina-1946-2000

Deserto inumano
Sì, ho paura a dire che i media israeliani e il mondo accademico sono totalmente al fianco della strage a parte poche voci difficilmente udibili in questo deserto disumano. Non scrivo questo per dirvi che mi vergogno – mi sono dissociato molto tempo fa da questa ideologia di stato e faccio tutto il possibile come individuo per affrontarla e sconfiggerla. Probabilmente non è stato sufficiente; siamo tutti inibiti da momenti di vigliaccheria, egoismo e forse l’impulso naturale di prenderci cura della nostra famiglia e dei nostri cari.
Eppure sento il bisogno oggi di fare una promessa a voi, una promessa che nessuno dei tedeschi che mio padre conosceva durante il periodo del regime nazista era disposto a fare a lui quando i criminali commisero il genocidio contro la sua famiglia.
Questo non è niente di più di un piccolo impegno nel vostro momento di dolore, ma è il meglio che possa offrire e non dire niente non è un’opzione. E non fare nulla è anche meno di un’opzione.
Siamo nel 2014 e la distruzione di Gaza è ben documentata. Questo non è 1948, quando i palestinesi hanno dovuto faticare non poco per raccontare la loro storia di orrore; molti dei crimini commessi allora dai sionisti sono stati nascosti e non sono mai venuti alla luce. Così il mio primo e semplice impegno è quello di registrare, informare e insistere sulla verità.
La mia vecchia università, l’Università di Haifa, ha reclutato i suoi studenti per diffondere le menzogne ​​di Israele in tutto il mondo utilizzando Internet. Ma questo è il 2014 e la propaganda di questo genere non regge.

Impegno per il boicottaggio
Ma sicuramente questo non è sufficiente. Mi impegno a continuare lo sforzo di boicottare uno Stato che commette tali crimini. Solo quando l’Unione delle Federazioni Calcistiche Europee espellerà Israele, quando la comunità accademica si rifiuterà di avere rapporti istituzionali con Israele, quando le compagnie aeree esiteranno a volare lì, e quando ogni gruppo che può perdere denaro a causa di un atteggiamento etico nel breve termine capirà che a lungo andare si guadagnerà sia moralmente che finanziariamente – solo allora inizieremo a onorare la vostra perdita.
Il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) ha avuto molti successi e continua il suo instancabile lavoro.
Gli ostacoli sono ancora la falsa accusa di antisemitismo e il cinismo dei politici. Ecco perché un’iniziativa onorevole di architetti britannici di forzare i loro colleghi in Israele a prendere una posizione morale piuttosto che essere complici nella colonizzazione criminale della terra è stata bloccata all’ultimo momento.
Iniziative simili sono state sabotate altrove da politici senza spina dorsale in Europa e negli Stati Uniti.
Ma il mio impegno è quello di essere parte dello sforzo per superare questi ostacoli. La memoria del vostro caro sarà la forza trainante, insieme al vivo ricordo delle sofferenze dei palestinesi nel 1948 e da allora.

Macello
Lo faccio egoisticamente. Prego e spero che in questo momento, il peggiore della vostre vite in cui state a Shujaiya, Deir al-Balah e Gaza City a guardare il macello creato da aerei da guerra israeliani, carri armati e artiglieria, voi non perdiate la speranza nell’umanità.
Questa umanità comprende anche israeliani, quelli che non hanno il coraggio di parlare, ma che esprimono il loro orrore in privato come attestano le mie traboccanti caselle di posta e Facebook, così come la piccola manciata che manifesta pubblicamente contro il genocidio incrementale a Gaza.
Essa comprende anche quelli non ancora nati, che forse saranno in grado di sfuggire a una macchina di indottrinamento sionista che insegna loro, dalla culla alla tomba, a disumanizzare i palestinesi a un livello tale che ardere vivo un ragazzo palestinese di sedici anni non riesce a commuoverli o a distruggere la loro fede nel loro governo, nell’esercito o nella religione.

Sconfitti
Per il loro, il mio e il vostro bene, mi auguro che potremo anche sognare il giorno seguente – quando il sionismo sarà sconfitto come l’ideologia che governa le nostre vite tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e tutti noi avremo la vita normale che desideriamo e meritiamo.
Quindi mi impegno oggi a non essere distratto anche da amici e dirigenti palestinesi che ancora stupidamente ripongono le loro speranze nell’ormai datata “soluzione a due stati”. Se uno ha l’impulso di essere coinvolto nel portare un cambiamento di regime in Palestina, l’unica ragione per fare questo è lottare per la parità di diritti umani e civili e la piena restituzione per tutti coloro che sono e sono stati vittime del sionismo, dentro e fuori l’amata terra di Palestina.
Possa la vostra persona amata riposare in pace sapendo che la sua morte non è stata vana – e non perché sarà vendicato. Non abbiamo bisogno di ulteriori spargimenti di sangue. Credo ancora ci sia un modo per portare i sistemi malvagi verso la loro fine con la potenza di umanità e moralità.
Giustizia significa anche portare gli assassini che hanno ucciso la vostra persona amata e tanti altri in tribunale, e dobbiamo perseguire i criminali di guerra di Israele nei tribunali internazionali.
E’ un modo molto più lungo e, a volte, anche io sento l’impulso di far parte di quelli che utilizzano la forza bruta per mettere fine alla disumanità. Ma mi impegno a lavorare per la giustizia, la piena giustizia, la giustizia riparatoria.

Questo è quello che posso promettere: lavorare per evitare la prossima fase della pulizia etnica della Palestina e il genocidio dei palestinesi a Gaza.

§

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31 luglio 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , , , | 19 commenti

I democratici e il populista

Da Imola Oggi il video dell’intervento di Nigel Farage all’Europarlamento il 15/7/2014, durante il dibattito sulla candidatura (unica) di Junker alla Presidenza della Commissione europea.

Alcuni passaggi, fra i più significativi:

… Pensiamo per un momento alla procedura nella quale siamo impegnati: fra poco saremo chiamati a votare e abbiamo un solo candidato. Sembra di essere ai vecchi tempi dell’Unione Sovietica, no?

… Ancor peggio, sarà una votazione segreta… i nostri elettori non sapranno nemmeno come come ognuno di noi ha votato… Il parlamento non dovrebbe votare in segreto. Come rappresentanti eletti pubblicamente, siamo tenuti a rispondere delle nostre azioni di fronte ai nostri elettori.

…Lei  [rivolto a Junker] oggi ha dimostrato di essere ancora impantanato nelle vecchie idee di Europa. Ha parlato di Mr Delors come di una dei suoi eroi. Beh, lo capisco, dal suo punto di vista. Ma ha anche parlato di Mr Mitterand e Mr Kohl come suoi eroi. Avrei detto che un collaborazionista in tempo di guerra e qualcuno che ha lasciato la politica tedesca sotto il peso vergognoso di un enorme scandalo finanziario di partito non dovrebbero essere il tipo di persone da prendere come modello di virtù per l’Europa di oggi.
… Ciò che risulta è che lei vuole portare avanti il processo di centralizzazione dei poteri. Il che non sorprende, dato che negli ultimi vent’anni lei è stato una figura chiave di questo sistema che ha deliberatamente oltraggiato la democrazia. Il miglior esempio è quanto lei disse a proposito del referendum francese sulla costituzione europea: “Se è un SI diremo ‘Andiamo avanti'; se è un NO diremo ‘continuiamo così'”. Che roba è questa? Cos’ha a che fare con la democrazia?

[Junker, aggiungo io, è il signore che ha spiegato il metodo operativo degli eurotecnocrati: "Prima decidiamo qualcosa, poi la lanciamo nello spazio pubblico. In seguito aspettiamo un po’ e guardiamo cosa succede. Se non fa scandalo o non provoca sommosse, perché la maggior parte delle persone non si sono neanche rese conto di ciò che è stato deciso, continuiamo, passo dopo passo, fin quando non sia più possibile tornare indietro].

… Lei ha detto che questo non è tempo per una rivoluzione. Sappia che una rivoluzione c’è già stata: un vero colpo di stato sulle democrazie nazionali, senza che la gente si rendesse conto di ciò che stava accadendo.

Farage sarà anche l’estremista di destra che tutti dipingono, e il suo un partito di xenofobi nazionalisti. Ma ascoltate quello che dice, e ditemi se ha torto.

Posso sbagliare, e sarò felice di ricredermi, però non credo che una stessa sacrosanta denuncia sia arrivata o arriverà mai da qualcuno del PSE, o del PPE, o dagli tsiprioti de noantri. Vero è che questi gruppi, in compenso, non sono né xenofobi né nazionalisti. Tanto meno, dio ci liberi, populisti.
Questi sono partiti rispettabili.

25 luglio 2014 Posted by | Geopolitca, Società | , , , | 7 commenti

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